Doris Lessing, elogio della semplicità
Ammetto che non ho mai letto i libri di Doris Lessing.
E sulle prime parlare di un Nobel per la Letteratura in un blog sul festival della Scienza può sembrare quantomeno fuori luogo. Però abbiamo già visto come scienza e letteratura siano due mondi solo artificiosamente messi in antitesi.
E davvero è difficile dire qualcosa di questa splendida signora inglese se non prendendola dal suo lato squisitamente umano. Non può che essere immediatamente simpatica, quando viene a sapere del premio con in mano il sacchetto della spesa, e risponde ai giornalisti tra un carciofo e un peperone.
È lontana anni luce, Doris, da certi trombonismi di intellettuali che coprono i loro limiti con un’artificiosa altezzosità. Già a Ginevra avevo notato come le persone di vero spessore (in quel caso Robert Cailliau e Fabiola Gianotti, ça va sans dire) siano sempre eccezionalmente trasparenti e semplici, capaci di trasferire concetti anche complicati come se fossero acqua fresca.
Ed è soprattutto per questa limpidezza e questa normalità che il Nobel a Doris Lessing mi colpisce e mi riempe di ammirazione.
E, prometto, rimedierò quanto prima alla mia lacuna letteraria.










