Ci si riconosce tutti di mattina presto. Conti le occhiaie e i passi che si muovono verso una direzione prestabilita, in modo del tutto inerziale. Lasci che sia una forza superiore a trascinarti. Come se nottetempo avessero magnetizzato il centro delle nostre peregrinazioni e contemporaneamente fossimo muniti di una fonte sottocutanea del polo opposto.
Il clan degli accreditati
Cosa ci attira? Il fallout degli eventi che stiamo seguendo, l’entropia magica riversata nella città dall’allinearsi - alle medesime coordinate spazio-temporali - di menti, personaggi e illustri intellettuali - o di registi, attori e sceneggiatori - raramente avvicinabili se non in questo contesto.
Il clan si autodefinisce senza che nemmeno una parola venga proferita. Il popolo dei festival ha pensieri densi, parla per immagini ed è rimasto incastrato tra l’ultimo evento visto e l’abstract di quello successivo. Fra la proiezione delle 2 di notte e quella delle 8.30 del mattino, in un continuum di e-visioni raramente digeribili nell’arco di un solo ciclo biologico. Il clan ha le solite caratteristiche: l’occhio sbarrato e la mano pronta all’appunto facile, oltre all’aver acquisito la fondamentale skill +5 visione notturna o - per i real geek - aver trovato in un negozio di giochi didattici la penna che illumina appena tocca il foglio. Siamo creature che si adattano facilmente anche ai microclimi peggiori.
Il festival del genere
Venezia 64 o Festival della Scienza. Un raduno legalizzato di maniaci del genere. Una kermesse di specialisti, professionisti, entusiasti, ossessionati, giornalisti, arrivisti e veggenti. La sensazione è la stessa. Una colorata e deliziosamente delirante missione per cui tutti si sono mossi abbandonando famiglie, vita ordinaria e senso comune. Sei lì, con il tuo fiocco colorato al collo e un badge che ti identifica. E, nell’identificazione, ti bagna le labbra nel Lete, rendendo inesorabilmente inutile il passato reale che ti porti dietro. Il tempo nei Festival è sospeso, concentrato e frizionato sulle tempie dell’evento. Come se non ci fosse domani. Tutto e subito. Immersi tra passerelle, flash ed editoriali. Il cartonato e il patinato. All in one, glossy e sexy come solo i riflettori di un’intera città sanno rendere qualsiasi cosa su cui concentrino le loro scintillanti forze elettriche.
La zona rossa
Un recinto per il pascolo delle menti. Per il Festival di Venezia siamo circondati dall’acqua, no way out. Per Genova siamo costretti a rimbalzare tra punti vicini-lontani-comunicanti. In fondo al Programma c’è la mappa di tutte le location, mi chiedo se qualcuno abbia mai tentato il classico “unisci i puntini” e suggerisco invece all’organizzazione del Festival del prossimo anno di nascondere un qualche tesoro scientifico laddove c’è l’intersezione delle linee che uniscono gli asterischi sparsi per la città.
Dunque siamo confinati e creiamo un flusso di adepti che scorre per le città come i salmoni risalgono le correnti, in direzione ostinata e contraria. Spinti non dal caso ma dalla necessità, verso una ricerca di conoscenza - sia essa visiva o scientifica - paragonabile all’eterna quest che spinge da sempre noi animali curiosi verso nuovi orizzonti.
La miopia locale
Quando si è scenario di eventi di tale portata si penserebbe a una gestione dimensionalmente proporzionale per quanto riguarda infrastrutture e organizzazione degli spazi pubblici. Invece si eclissa, insieme alla nozione di presente - rimandata alla fine dell’evento -, anche ogni basilare forma di logica. Il Festival di Venezia raccoglie visitatori da tutto il mondo. Non per questo sembra corretto aumentare il numero e la frequenza dei traghetti. Il vero cinefilo arriva in sala bagnato, dopo una nuotata sana e riposante, brandendo come colazione una meritatissima sogliola tra i denti. A Genova nessuno pensa all’idea di tenere aperti i ristoranti in zona Festival - Palazzo Ducale di Domenica. Per carità. Essendo festivo non ha senso. Senza pensare alle famiglie, agli scienziati, agli animatori, ai visitatori stranieri che sì possono, fino a un certo punto, cibarsi di cultura, ma che, volenti o nolenti, prima o poi dovranno fare i conti con i più basilari dei bisogni umani. Il Festival potrebbe essere un’ottima vetrina per sponsorizzare la cucina locale, i piatti tipici e per creare gustosi menù internazionali e, perché no, potrebbe essere un momento di vita per tutta la città, abolendo i classici orari genovesi e abbracciando quelli da full immersion dell’Evento.
I cambi di programma
Qui come lì, Cinema come Scienza. Ti svegli alle sei del mattino per essere seduto al Palabiennale e vedere Cassandra’s Dream. Salti il pranzo e ti precipiti per vedere Penso dunque mento. Ma i programmi saltano. E quindi - ora in coda, ora a spasso per le vie che conducono alle sale di aggregazione - il telefono senza fili degli assidui tesserati-accreditati del Sistema ti avverte che qualcosa è cambiato. E non sempre le sostituzioni riescono (e finisci con il vedere contro voglia The Nanny Diaries invece che recuperare un paio di ore di sonno perdute).
Il gemellaggio
Perché no? Se davvero, come è stato annunciato, il Festival della Scienza di Genova dovesse ricevere la targa, la nomina e l’attenzione di un Festival Nazionale, allora sarebbe realmente possibile legare i due eventi. Unire ancora di più due mondi solo apparentemente distanti (cfr mostra: Gli effetti speciali cinematografici e relativo post) ma dotati della stessa energia, della stessa passione per l’arte o la scienza che rappresentano. Certamente non degli stessi fondi (anche considerando i pesanti tagli che gli anni scorsi ha subito la Mostra del Cinema), ma sarebbe un problema risolvibile nel momento in cui anche la piccola ma agguerrita Genova dovesse diventare la Venezia della Scienza.
Il blog
Alla Mostra del Cinema manca un blog ufficiale. Manca l’inter-regno in cui piccoli-grandi osservatori muovono parole sulle scacchiere infinite della rete. Manca un occhio invisibile ma di enorme potenza/portata. La piccola Zena, in questo, è più avanti di una ormai storica manifestazione internazionale, e vanta - paradossalmente - un ulteriore obiettivo (di cui Venezia è priva perdendosi, conseguentemente, un’altra fetta di target possibile e di facile - oltre che pratico-comodo - coinvolgimento).
Il “muro del pianto“
In compenso, però, il Festival del Cinema può vantare l’invidiabilissima usanza del Muro. Un supporto in legno dove aff(l)iggere la propria recensione, un forum cartaceo in snail-tech dove lo spettatore (accreditato o meno che sia) può inveire liberamente contro il tale regista o il tale attore, mantenendo un certo contegno è ovvio, e gareggiare - insieme a tutte le altre riscritture di cinema affisse - all’ambìto premio di “Miglior stroncatura” dell’edizione in corso. Uno stimolo, in conclusione, all’analisi accurata e tagliente, ma anche un divertente diversivo che finisce ogni anno con il raccogliere vere perle di cinico sarcasmo e ottima letteratura di genere.
Poi ci si ritira a casa, o in albergo, e si fissa in silenzio un punto. Il sovraccarico di informazioni è sempre un sintomo da “Festival ben riuscito” e l’arretrato di cose da scrivere che si materializza in file di testo aperti e mai conclusi è l’effetto principe di un simile stato confusionale in cui ci si ritrova dopo un paio di giornate imm/p-ersi nel flusso del Conoscere.