2 Novembre 2007

A Genova, In Africa

Scritto da Marina Rossi

In AfricaIn Africa sarà probabilmente una delle mostre più frequentate del Festival. Eppure, se proviamo a chiedere ai passanti alcune opinioni in proposito, in pochi sanno di averla visitata. Non per questo, però, è meno apprezzata.

La mostra fotografica è situata in Piazza Caricamento – nell’area pubblica che si distende tra Palazzo San Giorgio e l’Acquario – e raccoglie scatti di Alessandro Bee, fotografo naturalista. Le immagini raccontano la vita nel continente africano, attraverso semplici sguardi, espressioni e gesti degli abitanti e degli animali. Un pannello riporta le parole di Jane Goodall e illustra il significato della mostra.

Ma, al di là delle belle foto, la mostra ha un’ulteriore forza, l’allestimento. La posizione centrale e all’aria aperta, ma soprattutto la scelta di disporre i pannelli in postazioni a forma di parallelepipedo, sfrutta intelligentemente la piazza. In qualsiasi posizione ci si trovi, si scorgono almeno quattro o cinque immagini differenti, creando un vero ambiente di immersione nel mondo dell’Africa. Questa mostra – così come molti altri eventi in questi giorni – crea un valore per la città.

2 Novembre 2007

Montagne di fuoco

Scritto da Federico Fasce

Il nucleo terrestreCredo che qualsiasi visitatore del Festival sia affascinato dall’idea di una mostra sui vulcani. Imponenti e spettacolari manifestazioni della natura sono da sempre qualcosa che incuriosisce e intimorisce.

Vulcani: esplosioni ed effusioni mette in gioco l’argomento attraverso l’autorevolezza dell’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e di Vulcanologia e ci guida alla scoperta di ciò che sta sotto la crosta terrestre. Si comincia con un breve filmato in 3d. Si inforcano gli appositi occhialini e via, attraverso il sistema solare. Nonostante il filmato non sia poi male, la scelta della stereoscopia appare almeno un po’ forzata, quasi una dimostrazione di modernità non richiesta (e peraltro la tecnologia in questione di nuovo ha ben poco). In ogni caso si prosegue con uno zoom in attraverso una serie di “stazioni” coordinate da un animatore.

Si passa dall’interno della terra, per uscire gradatamente verso la superficie nel contempo avvicinandosi al vulcano, vero protagonista. Rosso e neroI visitatori sono invitati a ricomporre le placche della crosta terrestre, a spingere leve, premere bottoni, a toccare con mano la differenza tra vulcani effusivi e esplosivi. I computer dell’Istituto costellano i corridoi e mostrano informazioni specifiche sulla situazione delle zone sismiche nel mondo.

Alcuni passaggi sono affascinanti, immersi nel buio e illuminati da lampade rosse, contribuiscono a creare l’atmosfera giusta. Vulcani: esplosioni ed effusioni è una mostra che necessita, comunque, di seguire con attenzione le spiegazioni degli animatori; la mancanza di pannelli esplicativi (voluta, direi, data la vastità dell’argomento) rende le varie postazioni poco significative se non supportate da una adeguata guida.

2 Novembre 2007

I due del Festival

Scritto da Federico Fasce

Manuela Arata e Vittorio Bo si sono prestati con grande simpatia ed entusiasmo alla tortura della loggia.
Seduti sullo splendido divano artistico che oggi attirava più visitatori del solito hanno raccontato, più o meno a ruota libera, le loro vite, come sono arrivati al Festival e come funziona, oggi, questo evento-medium che dopo cinque anni sembra giunto a una definitiva maturità.
Manuela e Vittorio
Vittorio e Manuela hanno seguito percorsi di vita molto diversi: un taglio più dirigenziale per Manuela, che ha seguito i lavori di un centro di ricerca dopo aver lavorato per Ansaldo, più umanistico per Vittorio, filosofo e letterato, fondatore della casa editrice Il Melangolo nel 1989.

Il Festival nasce, come spesso accade per eventi di questo tipo, con un salto nel buio. È il 2003, il sindaco di Genova vorrebbe spostarlo all’anno successivo, nel quale Genova sarà Capitale della Cultura, ma Vittorio e Manuela insistono: se si vuole fare, che si inizi subito.

È andata bene, e oggi il Festival è uno degli appuntamenti più importanti della città, in grado di mobilitare 650 animatori divisi per 500 eventi. Ma come viene scelto un evento? Dalla seconda edizione in poi è stato lanciato un call for proposal, che ha luogo immediatamente dopo la fine del Festival. Attraverso successive scremature si arriva alla lista finale e si inizia l’organizzazione vera e propria.

Ma perché così tanti eventi? Non saranno troppi? Domande legittime, che arrivano anche dal mondo politico. Per Manuela Arata volare bassi significa rimanere chiusi nella città, non riuscire ad aprirsi all’esterno. Non solo: l’idea di entrambi è che il Festival sia come la televisione. Deve essere un mezzo caro al pubblico, pervasivo e in grado di offrire un bouquet di eventi più ampio possibile, in modo da favorire le diverse inclinazioni del pubblico e di generare nelle persone un effetto di insoddisfazione positiva che invoglia a tornare.

Le conferenze non sono volutamente tenute da divulgatori, a parte alcune eccezioni. Per presidente e direttore è importante che siano gli scienziati stessi a parlare alle persone, a raccontarsi. Costringerli a condividere le loro esperienze con il pubblico abbandonando il linguaggio tecnico può servire a smorzare quel senso di casta che a volte aleggia intorno alla comunità scientifica. E il coinvolgimento del pubblico è fondamentale: come fa notare Manuela, no public awareness, no money.

Quali sono state le scelte vincenti? Il periodo, innanzitutto, lontano dai convegni scientifici, ma incastonato in un ponte che permette alle persone di muoversi con maggiore libertà. E soprattutto, racconta Vittorio, l’idea di collocare gli eventi in un’area cittadina molto vasta, sul modello di altre manifestazioni simili.

Come sono le giornate di Vittorio e Manuela? Decisamente pesanti, soprattutto nei primi giorni: bisogna sistemare in fretta quello che non funziona e cercare di arrivare a regime prima possibile. Subito dopo, spazio alle public relation. Più piacevoli, forse, ma non meno faticose. Durante i giorni del Festival si dorme comunque poco.

I progetti per il futuro sono molti, incidentalmente legati anche a questa piattaforma. Si va da una sorta di book digitale del Festival, che ne raccolga gli highlight, a un consolidamento del blog e degli eventi a esso correlato, magari con l’istituzione di chicchierate periodiche sul modello di quelle provate in Loggia. Ci ragioneremo insieme. Niente Festival permanente: non sarebbe una mossa vincente a causa soprattutto dei costi di mantenimento. Esistono però realtà permanenti legate al Festival, piccole ma molto interessanti: è il caso di Matefitness, il laboratorio di matematica ospitato da Palazzo Ducale.

La chiacchierata si chiude con una domanda curiosa, che moltissimi frequentatori del Festival hanno posto agli animatori in questi giorni: cosa significa il logo del Festival della Scienza?

Lo spiega Vittorio: l’asterisco, con la sua funzione di richiamo, dà l’idea della moltitudine di eventi sparsi per la città e fuori. Torna ancora il concetto di medium molto caro al direttore. Le parentesi quadre lo racchiudono in una sorta di fermo immagine, uno still life scientifico.

Da parte nostra, i migliori auguri per migliorare ancora uno dei pochi eventi che ancora conferiscono valore a una città chiusa come Genova, e un ringraziamento a entrambi per il (molto) tempo concessoci.

2 Novembre 2007

Anatomia della similitudine. Quando Venezia scorre parallela a Genova.

Ci si riconosce tutti di mattina presto. Conti le occhiaie e i passi che si muovono verso una direzione prestabilita, in modo del tutto inerziale. Lasci che sia una forza superiore a trascinarti. Come se nottetempo avessero magnetizzato il centro delle nostre peregrinazioni e contemporaneamente fossimo muniti di una fonte sottocutanea del polo opposto.

Il clan degli accreditati
Cosa ci attira? Il fallout degli eventi che stiamo seguendo, l’entropia magica riversata nella città dall’allinearsi - alle medesime coordinate spazio-temporali - di menti, personaggi e illustri intellettuali - o di registi, attori e sceneggiatori - raramente avvicinabili se non in questo contesto.
Il clan si autodefinisce senza che nemmeno una parola venga proferita. Il popolo dei festival ha pensieri densi, parla per immagini ed è rimasto incastrato tra l’ultimo evento visto e l’abstract di quello successivo. Fra la proiezione delle 2 di notte e quella delle 8.30 del mattino, in un continuum di e-visioni raramente digeribili nell’arco di un solo ciclo biologico. Il clan ha le solite caratteristiche: l’occhio sbarrato e la mano pronta all’appunto facile, oltre all’aver acquisito la fondamentale skill +5 visione notturna o - per i real geek - aver trovato in un negozio di giochi didattici la penna che illumina appena tocca il foglio. Siamo creature che si adattano facilmente anche ai microclimi peggiori.

Il festival del genere
Venezia 64 o Festival della Scienza. Un raduno legalizzato di maniaci del genere. Una kermesse di specialisti, professionisti, entusiasti, ossessionati, giornalisti, arrivisti e veggenti. La sensazione è la stessa. Una colorata e deliziosamente delirante missione per cui tutti si sono mossi abbandonando famiglie, vita ordinaria e senso comune. Sei lì, con il tuo fiocco colorato al collo e un badge che ti identifica. E, nell’identificazione, ti bagna le labbra nel Lete, rendendo inesorabilmente inutile il passato reale che ti porti dietro. Il tempo nei Festival è sospeso, concentrato e frizionato sulle tempie dell’evento. Come se non ci fosse domani. Tutto e subito. Immersi tra passerelle, flash ed editoriali. Il cartonato e il patinato. All in one, glossy e sexy come solo i riflettori di un’intera città sanno rendere qualsiasi cosa su cui concentrino le loro scintillanti forze elettriche.

La zona rossa
Un recinto per il pascolo delle menti. Per il Festival di Venezia siamo circondati dall’acqua, no way out. Per Genova siamo costretti a rimbalzare tra punti vicini-lontani-comunicanti. In fondo al Programma c’è la mappa di tutte le location, mi chiedo se qualcuno abbia mai tentato il classico “unisci i puntini” e suggerisco invece all’organizzazione del Festival del prossimo anno di nascondere un qualche tesoro scientifico laddove c’è l’intersezione delle linee che uniscono gli asterischi sparsi per la città.
Dunque siamo confinati e creiamo un flusso di adepti che scorre per le città come i salmoni risalgono le correnti, in direzione ostinata e contraria. Spinti non dal caso ma dalla necessità, verso una ricerca di conoscenza - sia essa visiva o scientifica - paragonabile all’eterna quest che spinge da sempre noi animali curiosi verso nuovi orizzonti.

La miopia locale
Quando si è scenario di eventi di tale portata si penserebbe a una gestione dimensionalmente proporzionale per quanto riguarda infrastrutture e organizzazione degli spazi pubblici. Invece si eclissa, insieme alla nozione di presente - rimandata alla fine dell’evento -, anche ogni basilare forma di logica. Il Festival di Venezia raccoglie visitatori da tutto il mondo. Non per questo sembra corretto aumentare il numero e la frequenza dei traghetti. Il vero cinefilo arriva in sala bagnato, dopo una nuotata sana e riposante, brandendo come colazione una meritatissima sogliola tra i denti. A Genova nessuno pensa all’idea di tenere aperti i ristoranti in zona Festival - Palazzo Ducale di Domenica. Per carità. Essendo festivo non ha senso. Senza pensare alle famiglie, agli scienziati, agli animatori, ai visitatori stranieri che sì possono, fino a un certo punto, cibarsi di cultura, ma che, volenti o nolenti, prima o poi dovranno fare i conti con i più basilari dei bisogni umani. Il Festival potrebbe essere un’ottima vetrina per sponsorizzare la cucina locale, i piatti tipici e per creare gustosi menù internazionali e, perché no, potrebbe essere un momento di vita per tutta la città, abolendo i classici orari genovesi e abbracciando quelli da full immersion dell’Evento.

I cambi di programma
Qui come lì, Cinema come Scienza. Ti svegli alle sei del mattino per essere seduto al Palabiennale e vedere Cassandra’s Dream. Salti il pranzo e ti precipiti per vedere Penso dunque mento. Ma i programmi saltano. E quindi - ora in coda, ora a spasso per le vie che conducono alle sale di aggregazione - il telefono senza fili degli assidui tesserati-accreditati del Sistema ti avverte che qualcosa è cambiato. E non sempre le sostituzioni riescono (e finisci con il vedere contro voglia The Nanny Diaries invece che recuperare un paio di ore di sonno perdute).

Il gemellaggio
Perché no? Se davvero, come è stato annunciato, il Festival della Scienza di Genova dovesse ricevere la targa, la nomina e l’attenzione di un Festival Nazionale, allora sarebbe realmente possibile legare i due eventi. Unire ancora di più due mondi solo apparentemente distanti (cfr mostra: Gli effetti speciali cinematografici e relativo post) ma dotati della stessa energia, della stessa passione per l’arte o la scienza che rappresentano. Certamente non degli stessi fondi (anche considerando i pesanti tagli che gli anni scorsi ha subito la Mostra del Cinema), ma sarebbe un problema risolvibile nel momento in cui anche la piccola ma agguerrita Genova dovesse diventare la Venezia della Scienza.

Il blog
Alla Mostra del Cinema manca un blog ufficiale. Manca l’inter-regno in cui piccoli-grandi osservatori muovono parole sulle scacchiere infinite della rete. Manca un occhio invisibile ma di enorme potenza/portata. La piccola Zena, in questo, è più avanti di una ormai storica manifestazione internazionale, e vanta - paradossalmente - un ulteriore obiettivo (di cui Venezia è priva perdendosi, conseguentemente, un’altra fetta di target possibile e di facile - oltre che pratico-comodo - coinvolgimento).

Il “muro del pianto
In compenso, però, il Festival del Cinema può vantare l’invidiabilissima usanza del Muro. Un supporto in legno dove aff(l)iggere la propria recensione, un forum cartaceo in snail-tech dove lo spettatore (accreditato o meno che sia) può inveire liberamente contro il tale regista o il tale attore, mantenendo un certo contegno è ovvio, e gareggiare - insieme a tutte le altre riscritture di cinema affisse - all’ambìto premio di “Miglior stroncatura” dell’edizione in corso. Uno stimolo, in conclusione, all’analisi accurata e tagliente, ma anche un divertente diversivo che finisce ogni anno con il raccogliere vere perle di cinico sarcasmo e ottima letteratura di genere.

Poi ci si ritira a casa, o in albergo, e si fissa in silenzio un punto. Il sovraccarico di informazioni è sempre un sintomo da “Festival ben riuscito” e l’arretrato di cose da scrivere che si materializza in file di testo aperti e mai conclusi è l’effetto principe di un simile stato confusionale in cui ci si ritrova dopo un paio di giornate imm/p-ersi nel flusso del Conoscere.