3 Novembre 2007

Dalla ghigliottina al boeing 767

Scritto da Matteo Aversano

11settembreIl terrore. Del buio, della morte, della violenza, una forma esponenziale di insicurezza verso l’ignoto, un senso di precarietà diffuso - infuso dalla e nella nostra stessa natura umana.

Com’è possibile che nelle nostre vite, oggi, all’ordine del giorno sia il terrore, parafrasando il titolo della conferenza tenutasi al Histoire Cafè Garibaldi? Dalla paura per gli aumenti dei costi, delle riduzioni salariali sino al terrore su vasta scala strumentalizzato, a impianto globale, buono per fomentare planetarie partite a Risiko alimentate dal nero del petrolio e dal rosso della violenza, gran parte del bisogno di sicurezza crescente deriva da un sapiente e spinto utilizzo elitario del terrore.

Nell’incontro con Daniele Giglioli, introdotto da Francesco De Pretis, percorriamo un cammino lungo la storia della paura di massa: dal soverchiamento della società francese, durante la Rivoluzione e il Terrore, sino alla grande mediatizzazione dell’attentato terroristico post undici settembre. E’ un percorso estremamente complesso, che annoda i fili dell”irrazionalità umana e del freddo calcolo politico, è soprattutto una storia che denota un passaggio strategico dal sentimento di valenza puramente psicologica a una precisa arma politica, che smuove gli istinti bassi delle folle e della gente verso gli interessi delle lobby, capace di spostare voti e lasciare approvare, senza colpo ferire, leggi anticostituzionali e degradanti.

Ma cosa sia realmente il terrore oggi, e specialmente il temuto e onnipresente terrorismo, è una domanda complessa, in realtà. Assistiamo sicuramente a una disgregazione di quanto ci sia di realmente materiale e tangibile nella minaccia internazionale: il terrorismo diviene una sorta di costellazione lontana, una sfera di influenza sulla nostra realtà; è uno spettro, di quelli banali col lenzuolo bianco e i buchi per gli occhi, agitato sapientemente da fili più o meno sottili, una distrazione utile per spingere l’opinione pubblica nelle direzioni più convenienti al potere.

I network principali si appoggiano alle immagini cruente dei postumi di un attentato esattamente come si appoggiano a produttori di format e contenuti: il terrorismo ha un palcoscenico privilegiato su ogni televisore del pianeta, le immagini vengono lanciate da ogni canale possibile e immaginabile e il ritorno pubblicitario per la grande Spectre di Osama BinLaden (probabilmente altrettanto fantomatica quanto l’avversaria di James Bond) è un fenomeno più unico che raro; il terrorismo vive di mostri lontani e di asettiche immagini televisive dalla scena di un attentato, supera le barriere linguistiche grazie ai video dei telegiornali che moltiplicano l’effetto psicologico di un attacco, come una cassa di risonanza mediatica.

E’ l’a-criticità il vero pericolo: dalla gestione del fenomeno terrorismo, specie dopo gli attentati del 2001, gli spunti per svelare e denunciare la scarsa consistenza del pericolo effettivo, della manipolazione degli attacchi alle twin towers e dell’utilizzo politico - bellico del terrore, si sono moltiplicati, ma non sono stati colti. Anzi, sono stati rimossi progressivamente ed è cresciuta, in modo assolutamente miope, la fabbrica mediatica del terrore, che dopo la farsa afgana e la tragedia irachena si appresta a gettare nell’hit parade internazionale un nuovo nemico, dal peso militare nullo ma perfetto per giocare la parte del babau di turno: l’Iran.

Ciò che potrebbe fermare una simile spirale di menzogne e paure socialmente inoculate è una maggiore comprensione reale e, a suo modo, scientifica del fenomeno terrorismo; un’analisi che Giglioli compie minuziosamente, dispiegata attraverso le pagine della letteratura classica e moderna che ha saputo a più riprese analizzare, mitizzare dove serve e, più spesso, applicare una ragionevole critica ai fenomeni di terrore collettivo, ai grandi spaventapasseri, ai cattivi dalla pelle diversa dalla nostra, umanamente o politicamente.

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