8 Novembre 2007

Il linguaggio dello scodinzolio dei cani

Scritto da Andrea Beggi

Mi piace questo murettoDomenica 4 Novembre

Angelo Quaranta, fisiologo veterinario presso l’università di Bari, ci illustra una curiosa ricerca italiana sui cani e la comunicazione tramite lo scodinzolio.

In pratica si è dimostrata una relazione tra i movimenti della coda e gli stati emotivi. Intanto esiste sicuramente un “linguaggio” dei cani: essi comunicano con l’uomo tramite vocalizzazioni, segnali e gesti, il che implica una fase antecedente di apprendimento e comprensione del linguaggio dell’uomo, prima di potersi esprimere; l’espressione è il livello successivo. Alcuni cani arrivano a capire più di cento diverse parole, un discreto vocabolario; sempre un termini relativi, naturalmente: un bimbo di 2 anni capisce circa duemila parole. La capacità di imparare e di comprende anche dei gesti, che sono l’equivalente del linguaggio dei segni (stesse strutture nervose e aree cerebrali) è molto sfruttata nell’addestramento. I cani sono molto abili a rilevare le sfumature del linguaggio del corpo, molto più di quanto non lo sia l’uomo; inoltre sono dotati di grande sensibilità; tutte queste doti tendono a farci considerare il cane un animale particolarmente intelligente.

I cani emettono vocalizzazioni come abbai, latrati, guaiti, uggiolii, che variano a seconda dell’intensità della emozione: in generale i suoni bassi sono indice di aggressività, mentre quelli alti esprimono piacere e gioia. Anche la postura del corpo esprime qualcosa: in funzione della posizione di zampe, orecchie, corpo e coda, si possono rilevare socialità, allarme, dominazione, spavento, timore, sottomissione, invito al gioco. I cani modificano la postura in funzione della gerarchia sociale o dei propri stati emotivi. Si tratta di eventi riflessi automatici, che purtroppo a volte vengono sottovalutati: la maggior parte dei casi di aggressione sono preceduti da una serie di segnali non interpretati correttamente dalle persone. Prima di passare alle vie di fatto, c’è sempre una fase rituale in cui l’animale esprime il proprio disagio: cogliere questi messaggi è importante per evitare problemi. E’ uno dei motivi per i quali i bimbi sono spesso oggetto di aggressioni: sono meno capaci di decodificare il comportamento dell’animale.

La coda in particolare è usata come uno stendardo per gli stati emotivi, per rappresentare i quali viene mossa con un angolo di escursione diverso da destra o da sinistra; esiste una asimmetria in relazione alle emozioni: a seconda dello stato emotivo la coda si muove in modo più marcato verso un lato o verso un altro. Per verificarlo è stata costruita una speciale “scatola” in cui il cane viene introdotto e filmato. Gli vengono poi mostrato oggetti o persone diversi, registrandone il comportamento. Un cane dominante, un gatto, del cibo, il proprietario, un estraneo, nulla: sono alcuni degli stimoli a cui il cane veniva sottoposto metre se ne filmava il movimento della coda.

Dall’analisi delle registrazioni si è potuto capire che esiste una asimmetria del comportamento in relazione alle emozioni: c’è una lateralizzazione delle emozioni rispetto ai due emisferi cerebrali. In particolare si è osservato come il cane associ gli stimoli piacevole ad una marcata tendenza a scodinzolare di più verso destra, mentre le situazioni di stress o ritenute pericolose sono caratterizzate da scodinzolio verso il lato sinistro del corpo.

Coda

In pratica c’è una diversa attivazione degli emisferi: la parte sinistra specializzata in approccio ed emozioni positive, fa contrarre i muscoli a destra, mentre nel caso dello stimolo negativo, si attiva in prevalenza l’emisfero destro che controlla invece la parte sinistra del corpo. (Nella foto la reazione ad uno stimolo positivo).

Questa lateralizzazione motoria è stata dimostrata anche in altri animali come pulcini (movimento degli occhi) e pesci di acqua dolce (occhi).

Lo studio, tramite il calcolo dell’ampiezza e direzione dell’escursione della coda, permette di quantificare le emozioni, fornendo una stima del benessere del cane. La cosa buffa è che esistono anche cani mancini, che invertono completamente questa modalità di comunicazione, ed addirittura cani ambidestri. Non è chiaro se questi esemplari sono svantaggiati nei rapporti sociali con gli altri della propria specie, dato che sicuramente queste asimmetrie vengono colte benissimo tra simili; specialmente tra i cani che percepiscono meglio di noi i movimenti più rapidi.

L’esperimento è stato condotto su circa 30 cani di razza, sesso e temperamento diversi e ha prodotto risultati statisticamente significativi.

Le cose che Angelo Quaranta ha raccontato con garbo e ottima capacità divulgativa sono molto interessanti per dare una base scientifica a quello che qualunque proprietario di cane sa: quante volte avete sentito ripetere “Si fa capire benissimo, gli manca la parola.”? Ecco: adesso è anche dimostrato scientificamente!

Lo studio è stato ripreso anche dal NYT: If You Want to Know if Spot Loves You So, It’s in His Tail; nell’articolo trovate anche un video molto esplicativo.

A. Quaranta, M. Siniscalchi and G. Vallortigara, “Asymmetric tail-wagging responses by dogs to different emotive stimuli,” Current Biology, Volume 17, Issue 6, 20 March 2007, Pages R199-R201.

8 Novembre 2007

Dai diamanti non nasce niente

Scritto da Andrea Beggi

Sabato 3 novembre: La cacca.

Nicola Davies è una simpatica zoologa inglese, che ha dedicato la sua vita agli studi di una delle cose ritenute meno “presentabili” per la cultura e la società contemporanee, e ce ne ha parlato con leggerezza ed ironia.

Dal racconto di come sia stato possibile salvare una specie di pipistrelli dall’estinzione, identificando tramite l’analisi delle loro feci gli insetti dei quali si cibano, alla descrizione degli studi fatti sulle balenottere azzurre e la loro cacca rosa che sembra gelato alla fragola, la conferenza si rivela piacevole ed interessante.

Le feci degli animali contengono informazioni preziose per capire le loro abitudini alimentari, sociali e stanziali. Le lontre, i pecari, i cani lasciano tracce che raccontano delle loro attività e dello stato di salute nel quale versano.

Anche la cacca fossile aiuta a capire qualcosa di più: nel caso del T-Rex, un importante tassello nella diatriba tra coloro che ritengono il grosso rettile un magiatore di carogne contro quelli che invece pensano sia stato un grande e veloce predatore, è stato aggiunto dallo studio di alcuni residui di feci fossili trovate accanto allo scheletro del dinosauro. Le tracce dei denti del T-Rex sui residui ossei trovati nelle su evacuazioni fanno pensare a morsi inferti ad animali in fuga, sia per la profondità che per la forma, avvalorando la tesi del predatore attivo.

In definitiva la professoressa Davies cerca di instillare nei presenti, e specialmente nei giovani, l’amore per la scienza e per le sfide, anche se “scomode” come quelle che ha raccolto lei, spiegando come la ricerca scientifica, la passione per la scienza, la curiosità non devono essere fermate dai pregiudizi e dalle convenzioni sociali.

Direi una delle conferenze che ha meglio coltolo spirito del tema del Festival di quest’anno: la curiosità.

6 Novembre 2007

Il dono infinito - Nature proposes and Nurture disposes

Language: the human instinct
Il linguaggio è un istinto prettamente umano, è ciò che - a un livello di sviluppo così sofisticato - ci differenzia nettamente dal resto del mondo animale. Ma come si sviluppa questo istinto? Quanto dipende dalla Natura e quanto dall’ambiente in cui cresciamo?
Gli studi condotti da Charles Yang (Professore di linguistica alla University of Pennsylvania) hanno evidenziato come le due scuole di pensiero esistenti in materia non siano da contrapporre ma da seguire in modo complementare. La scuola di Chomsky prevede che l’apprendimento di una lingua da parte del bambino avvenga attraverso il sistema dei Principi e dei parametri, delle signature (frasi firma) che guidano il discente all’analisi dei punti fulcro all’interno della Grammatica Universale; in netta opposizione troviamo invece i sostenitori dell’approccio statistico, secondo cui il bambino apprenderebbe attraverso lo studio della casistica delle sequenze di parole registrata nella vita di tutti i giorni.

Follow the beat
Yang ha osservato come un gruppo di neonati francesi fosse in grado di distinguere alla nascita il russo dal francese nonché l’italiano dall’inglese. Dunque la domanda diventa: che cosa percepiscono i bambini prima di nascere? Il ritmo della lingua. E se analizzassimo il ritmo di alcuni linguaggi potremmo facilmente creare due insiemi di tre lingue ciascuno: nel primo insieme inseriremmo l’italiano, il francese e lo spagnolo, mentre nel secondo l’inglese, il tedesco e il russo. Se poi studiassimo il grafico del suono e del ritmo di questi due insiemi capiremmo perché i bambini sono in grado, fin dal grembo materno, di riconoscere le differenze tra le lingue proposte: il grafico del primo insieme è quello di un sistema melodico e regolare, mentre il grafico del secondo insieme è completamente irregolare.

Tower of Babel
I parlanti adulti di giapponese hanno problemi con la pronuncia del fonema /r/ e tendono a sostituirlo con /l/ (il che può portare, come sottolinea sornione Yang, a una serie di incomprensioni più o meno gravi: rice -> lice, right -> light, election -> …). Tuttavia i bambini della stessa nazionalità non hanno alcun problema con la pronuncia dei medesimi suoni. Questo avviene perché gli infanti sono “universal listeners” (letteralmente: ascoltatori universali) e smettono di essere tali allo scoccare dei 10 mesi circa; nascono quindi predisposti all’ascolto e alla riproduzione di qualsiasi lingua e, via via che crescono, impostano il loro sistema fonatorio sulla riproduzione dei suoni che hanno assorbito crescendo.

Baby English
Spesso i bambini commettono errori nel pronunciare le prime frasi. Ma non pensiate che siano errori casuali. Probabilmente vostro figlio sta  dilettandosi nell’esercizio della grammatica di un sotto-dialetto delle Filippine, mentre voi vi interrogate sulle sue prime necessità e, con aria contrita, cercate di insegnargli la vostra lingua. Lui le sa tutte. Siete voi che le avete dimenticate.
Tuttavia, nell’immensa casistica degli errori commessi, ce ne sono alcuni che il vostro bambino poliglotta potrà fare e ce ne sono altri che, invece, non farà mai. Questo perché, come si diceva sopra, non sono errori veri, sono semplici tentativi di creare costrutti sintatticamente complessi  abbandonati non appena il nucleo della frase viene esplicitato.
Ad esempio un bambino potrà dire: “for cookies” e intendere “The warm milk is for cookies.”, o ancora “all gone” intendendo “The juice is all gone”. Ma non dirà mai: “cookies for” per dire “Cookie Monster has cookies for supper.”, oppure “gone all” con significato “Daddy’s gone all the time.” Questi ultimi sono errori impossibili. In versione italiana; errori possibili: dire solo “per la mamma” intendendo “La torta è per la mamma.” vs errori impossibili: dire solo “la mamma per” intendendo “L’ha fatta la mamma per me.”

Babies know grammar
Nella frase “The milk (is [for cookies])” estrarre [for cookies] è possibile, mentre ripetere lo stesso procedimento con “cookies for” in “Cookie Monster (has cookies [for supper])” implicherebbe la rottura di una doppia struttura grammaticale, cosa che nessun bambino farà mai perché, in fondo, conosce già i parametri base che muovono e dirigono la sua lingua.
La Grammatica Universale (Chomsky) è, infatti, caratterizzata da parametri: come per la tavola periodica degli elementi, un piccolo numero di parametri crea le differenze all’interno delle lingue del mondo.
Limitandoci alla disposizione dei tre elementi chiave all’interno della frase possiamo osservare come l’ordine stabilito dalle lingue non è assolutamente univoco:
Inglese: Soggetto - Verbo - Oggetto
Giapponese: Soggetto - Oggetto - Verbo
Taglog (Filippine): Verbo - Soggetto - Oggetto

The wondering child
Un bambino, quindi, non fa altro che provare differenti combinazioni di parametri e successivamente scegliere il pattern linguistico coerente al contesto in cui è inserito. Si nasce con varie opzioni possibili e si cresce eliminando strada facendo quelle che non servono, quelle che non sono supportate dal sistema in cui viviamo. Alcuni errori in una lingua, quindi, non sono considerabili tali in un’altra:

[En] I weared my jacket. –> A girdle she weared. (Chaucer) [Old En]
[En]
He doesn’t want no milk. –> Gianni non ha visto niente. [It]
[En]
Johnny likes self. –> Gianni si piace. [It]

Per quanto il linguaggio sia un evento evolutivo recente, la Natura adotta sempre lo stesso trucco antico: ci crea predisposti a tutte le possibilità e ci immette nel sistema in grado di affrontare qualsiasi contesto - in questo caso - linguistico.

Myths about language
E ora, per chiudere, Yang sfata per noi alcuni sempiterni miti legati all’apprendimento linguistico dei bambini, con estremo piacere li riporto permettendomi qualche chiosa qua e là:
a) “mama” “papa” “dada” e tutto il resto dei balbettii confusi (babbling sounds, è talmente bello che è intraducibile nella sua carica onomatopeica) emessi dai vostri bambini: no, non sono parole. Mamme, nonne, zie, riponete le telecamere pronte ad immortalare la prima parola del frugoletto. Sono-solo-movimenti-meccanici.
b) i genitori possono correggere gli errori linguistici dei bambini in modo efficace: come si diceva sopra, probabilmente non sono errori - parliamo sempre di primi suoni emessi in tenerissima età -; entrerebbero comunque in gioco i parametri e la casistica anche senza la vostra costante correzione.
c) le scene imbarazzanti di un’intera famiglia che si sforza di parlare il “bambinese”: non state né aiutando né danneggiando vostro figlio, è un’azione del tutto irrilevante ai fini della sua crescita linguistica. Se imitarlo vi gratifica procedete pure senza tema, chissà, magari state rispolverando qualche vecchia conoscenza di aramaico senza nemmeno accorgervene.

Detto questo, Yang ci lascia con la domanda - senza risposta - circa il possibile futuro della lingua e con l’immagine proiettata sul grande schermo del dono infinito: suo figlio.

5 Novembre 2007

Steampunk Electric Mirabilia

Scritto da Matteo Aversano
If Edison had a needle to find in a haystack, he would proceed at once with the diligence of the bee to examine straw after straw until he found the object of his search… I was a sorry witness of such doings, knowing that a little theory and calculation would have saved him ninety percent of his labor.

Nikola Tesla - 1931

È come dovrebbe essere insegnata la scienza ai ragazzi: un flusso di passioni, una serie di sfide contro l’ignoto e contro l’inventore rivale; una semplificazione, forse, ma capace di trasmettere interesse e curiosità verso un mondo che a troppi appare solo come un agglomerato di formule, numeri ed esponenti.

teslaPaolo Brenni ha saputo imbrigliare l’attenzione del pubblico, numeroso, che ha voluto seguirlo nel confronto tra due grandi scienziati del secolo scorso: Thomas Edison e Nikola Tesla. Non è stato solo un viaggio attraverso le scoperte e le rivalità personali tra i due geni dell’elettricità, ma anche un percorso nella vita del tempo: i salotti e l’alta società, la vita di laboratorio e la percezione del grande pubblico delle due figure, con Edison sacralizzato sin dall’adolescenza e Tesla prima considerato un divo, quasi uno stregone, e poi dimenticato, ormai anziano e povero.

La guerra delle correnti è stata una conferenza coinvolgente, che ha unito in un’unica narrazione le vicende e gli scontri legati ai due inventori. Le angherie e le scorrettezze, i colpi bassi che si sono susseguiti tra Edison e Tesla non sono solo il condimento di una storia, ma sono il fulcro e il nervo della vicenda stessa, in quanto la scienza è sì fatta di prove, errori e calcoli, di vite spese in laboratorio, ma è anche legata al mercato, all’economia, al progresso e al profitto. La corrente continua di Edison si trovava così in conflitto con la più dinamica e conveniente, ma letale, corrente alternata di Tesla.

Una collaborazione brevissima tra i due scienziati, poi la rottura e la corsa alla ricerca di fondi, sovvenzioni, sponsorizzazioni; la quantità di invenzioni e brevetti sfornati da entrambi i protagonisti della storia è impressionante, come impressionanti sono le teorie di Tesla, ammettiamolo: il fascino di poter trasmettere energia elettrica senza fili, poter alimentare a distanza, a grande distanza, apparecchiature che necessitano di elettricità è sicuramente un tema che ancora oggi cattura l’immaginazione di molti.

Sedersi in una sala con il proprio computer portatile e non doversi collegare ad acuna presa di corrente, avere sistemi di trasporto pubblici completamente automatizzati ed alimentati senza alcun cavo sospeso, sono solo alcune delle suggestioni che grazie a Tesla avremmo potuto realizzare, forse. Va comunque detto che Nikola Tesla è il padre della corrente alternata, la corrente che tutti i giorni entra nelle nostre case, che può attraversare enormi distanze, così come Edison è uno dei padri dei più importanti strumenti legati all’elettricità che oggi utilizziamo, dalla lampadina al fonografo, fondamentale antenato dei moderni hi-fi casalinghi.

edisonMa i posteri sembrano ricordare Edison e Tesla in modi molto distanti dalla realtà, mitizzando il primo come il padre assoluto dell’elettricità moderna, simbolo dell’ingegno statunitense e incarnazione del sogno americano (il giovane ragazzino povero ma ricco di inventiva che scala a mani nude la montagna del successo), e il secondo come un sognatore misterioso, custode di grandi segreti dell’elettromagnetismo, portati nella tomba.

Sicuramente ci sono fondi di verità in entrambe le leggende, ma è anche vero che Tesla, per decenni membro della high society americana, dei salotti ricchi tra le quattrocento famiglie più importanti di New York, negli ultimi anni della sua vita ha tentato disperatamente di mantenere vivo il suo stesso mito, a cavallo tra scienza e stregoneria, parlando di raggio della morte, di entità extraterrestri, di levitazione magnetica e molto altro.

Non sapremo mai quanto di vero ci fosse realmente nelle parole dell’anziano e povero Tesla, inseguito dai creditori e dimenticato, dodici anni dopo la morte del suo storico rivale. Edison, invece, lo troviamo elevato agli altari della gloria nazionale, correttamente, certo, ma anche con un’evidente forzatura dei suoi meriti effettivi.

Ciò che si può sicuramente affermare è che la scienza, narrata in questo modo, con passione, con curiosità, come un romanzo avvincente, è capace di catturare l’attenzione di moltissime persone e può, concretamente, annullare la barriera, vera o percepita, che la ammanta e allontana la persona comune, i ragazzi, i curiosi occasionali.

4 Novembre 2007

Ragionare spensierati

Scritto da Andrea Baresi

Tutto parte dalla dialettica eristica

Si può avere ragione objective e tuttavia aver torto agli occhi dei presenti e talvolta perfino ai propri.
— Arthur Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione

Aula Polivalente San Salvatore — intervengono (nell’ordine): Claudia Bianchi, Leonardo Lesmo, Achille Varzi, Claudio Bartocci, Marcello Frixione, Marco Santambrogio.

Gli errori di ragionamento (e le fallacie) sono fenomeni trasversali; colpiscono chiunque. In genere non derivano dalla stupidità della gente. Gli umani — tutti — sono spesso vittime delle (loro) illusioni, dei bias (distorsioni) del/nel senso.

La teoria dei modelli mentali descrive una mente occupata nella manipolazione di astrazioni, modelli che rappresentano frasi verbali. Molto spesso da questo juggling semantico non emergono strutture armoniche e ben definite — qualcosa non torna, riproviamo, ri-proviamo, ma, alla fine delle fini, non ci resta che inferire “statisticamente”. Sono queste scelte “forzate” che generano i presunti difetti di ragionamento.

Hm corvi — nero, nero, nero, nero, nero, nero, nero… Tutti i corvi sono neri!

corvi

Produrre affermazioni vere, interessanti, giustificate mediante prove: questo è l’obiettivo. Nulla di più semplice… Ci fermiamo e pensiamo al contesto in cui siamo immersi: persone diverse possono trovare (più o meno) convincenti argomentazioni diverse; e adesso?

Analizziamo il problema. Gli errori competono esclusivamente alla dimensione inferenziale?

la logica è meglio di niente
niente
è meglio del sesso

Alcuni errori possono riguardare aree linguistiche, aree semantiche non inferenziali. Osserviamo come ragionano i matematici; anche qui gli errori si basano su supposizioni implicite. Anche qui troviamo due livelli di ragionamento. [ il discorso si ricollega agli aspetti normativi/descrittivi ]

In matematica spesso ci capita di osservare come le dimostrazioni possano apparire, a chi non è addentro, poco intuitive. Una dimostrazione formale, paradossalmente, rischia di convincere meno persone di un’argomentazione raffazzonata.

Queste cose succedono altrove? Probabilmente sì.

Non tutte le fallacie sono stupide. [ Poi accendiamo la televisione e ci accorgiamo che nel mondo in cui viviamo la gente non ragiona non è capace di ascoltare. ] Ma la gente è ragionevole.

Quello che ci salva si nasconde nel nucleo delle nostre debolezze. I bias e le illusioni sono generate dalle “scorciatoie” della nostra mente. Il nostro sistema percettivo ci porta a completare l’informazione, a ri-costruire il tutto da alcune delle sue parti.

La gente non è stupida, ma un bel corso di logica e analisi del linguaggio per tutti è auspicabile.

3 Novembre 2007

Alla ricerca di altre civiltà

Scritto da Andrea Beggi

Domenica 28 ottobre si è svolto il “Third Bioastronomy Day“.

Il professor Stelio Montebugnoli, responsabile dei SETI-Italia introduce l’argomento raccontandoci come il progetto ricerchi l’evidenza dell’esistenza di altre forme di vita in possesso di opportuna tecnologia, attraverso la ricezione di un segnale radio. Da notare che non ne è prevista la decodifica, né una eventuale risposta: la sola ricezione giustificherebbe l’esistenza del SETI. Alcuni dati per inquadrare le proporzioni: nell’universo ci sono 125 miliardi di galassie, la nostra è la Via Lattea e contiene 200 miliardi di stelle. La terra occupa una posizione periferica, e l’altro capo della nostra galassia dista 80.000 anni luce. Le ricerche SETI attuali arrivano a 100 anni luce.
Vista l’ampiezza del campo di gioco, come si svolge la ricerca di ET?

Ogni oggetto dell’universo emette radiazioni elettromagnetiche che sono rivelate dai radiotelescopi attraverso le diverse bande dello spettro; a seconda della banda che viene esaminato, si ottengono diverse “finestre” che mappano diversi oggetti dell’universo che occupano la stessa zona. Ogni finestra dello spettro fornisce informazioni peculiari di quella banda; non esiste una banda migliore dell’altra, quindi per avere una immagine completa di qualcosa, dovrei osservarlo attraverso tutte le bande dello spettro.

La ricerca di ET avviene tramite l’identificazione di radiazioni che egli sia in grado di emettere; la banda migliore da ascoltare è quella radio, poiché è dotata della migliore propagazione, dato che attraversa anche gli ostacoli. Inoltre è la banda che più facilmente contiene “rumore di civiltà”. La frequenza che si ascolta è quella più vicina al più basso rumore galattico: più silenzio significa maggiore facilità d’ascolto. La cosa migliore è cercare segnali radio monocromatici, che non esistono in natura. Il tutto si complica considerando che il cono di ascolto è abbastanza ristretto, quindi un eventuale segnale emesso da un pianeta abitato da civiltà intelligenti non avrebbe un livello costante, ma legato al movimento del pianeta rispetto al fascio del radiotelescopio in ascolto.

Vista la situazione attuale della ricerca in Italia, il progetto non ha praticamente fondi, e si deve quindi fare il possibile con i pochi mezzi a disposizione. Il SETI non ha costi per l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica): non costa praticamente nulla. Il suo analizzatore di spettro, che ha il significativo nome di Serendip IV, lavora in parallelo alle osservazioni in corso ed in più tiene monitorata la situazione delle interferenze. In pratica si inserisce nel flusso dei dati che vengono utilizzati da altre ricerche come uno “sniffer”, e tramite complesse operazioni matematiche ricerca le radiazioni che potrebbero essere significative.

Se le interferenze prodotte dalle trasmissioni umane continueranno a crescere secondo il trend attuale, tra 10/15 anni sarà difficilissimo effettuare ricerche radioastronomiche da terra; per fortuna nel prossimo futuro verrà completato lo SKA (Square Kilometer Array), dal quale tutti i radioastronomi del mondo riceveranno dati via internet. Si tratta di un immenso sistema di un milione di metri quadrati, che consentirà di fare ricerche SETI a profondità molto maggiori, estendendo il campo attuale, che è 100 anni luce.

SETI rappresenta una delle sfide più complesse per l’uomo. Nella comunità scientifica c’è la convinzione che ET esista, e se tra 20 o 50 anni non avessimo ancora ricevuto nulla, significa solo che cerchiamo nel modo, posto e tempo sbagliati.

La conferenza prosegue con l’intervento dell’eclettico Prof. Claudio Maccone, che inizia con una esortazione ai giovani a dedicarsi agli studi scientifici senza guardare agli sbocchi pratici, ma piuttosto a perseguire la scienza “for the sake of it”, perché non si sa mai a priori a cosa potrebbe portare lo studio scientifico: gli sbocchi spesso sono imprevisti e di grande valore.

Il professor Maccone illustra una sua teoria, secondo la quale la rappresentazione della conoscenza in ambito astronomico rispetto al tempo ha un andamento simile ad una curva detta cubica, fatta grosso modo così:

Curva cubica

Il picco nel punto “a” corrisponde al 290 A.C., quando Aristarco capì che la terra girava intorno al sole, segue una caduta del sapere astronomico, che vede il suo punto più basso “b” durante il periodo del medioevo. La scienza comincia nuovamente a progredire, finché nel 1543 Nicolò Copernico riscopre l’eliocentrismo, e siamo nel punto “c”.

In ascissa (asse orizzontale delle “x”) il tempo, in ordinata (asse verticale, delle “y”) una grandezza che identifica in qualche modo il livello di “sapere scientifico”: i numeri negativi corrispondono ad epoche storiche in cui la gente pensava che fosse vero quanto la scienza moderna ha dimostrato falso.

Facendo un parallelo con la storia del SETI, anche qui abbiamo alcuni episodi salienti:

Nella seconda metà del 1500 (punto “a”), Giordano Bruno capì che il sistema Copernicano era quello giusto, che il nostro Sole è una stella come tante, e come intorno al Sole ci sono dei pianeti che orbitano, così possiamo pensare che ci siano dei pianeti in orbita intorno ad altre stelle. Proprio come il nostro pianeta è abitato, così possono esistere degli extraterrestri su altri pianeti.

Nel 1959 i due fisici Giuseppe Cocconi (italiano della scuola di Fermi) e Philip Morrison (americano) pubblicano un articolo che dà inizio al SETI moderno, dimostrando che con le conoscenze dell’epoca era possibile captare i segnali radio di eventuali civiltà extraterrestri. E siamo al punto “b”, l’inizio della “ripresa”. In entrambe le curve i punti “a” e “c” rappresentano i momenti nei quali il livello di conoscenza in un caso, e di consapevolezza nell’altro avevano valori simili. Le curve hanno forme diverse (non fatemi disegnare la seconda che ci ho messo un’ora solo per disegnare questa….), e sono destinate ad incontrarsi in un punto “d” in un prossimo futuro. L’ipotesi del professor Maccone è che la scienza astronomica e i progressi in ambito SETI potrebbero essere in qualche modo collegati; sovrapponendo le curve, egli ha stimato la data del punto “d” intorno al 2070. Per quell’epoca si dovrebbe verificare una scoperta scientifica che consentirebbe da allora in poi all’astronomia e al SETI di procedere affiancati. Ad esempio ci potrebbero essere novità nel campo delle astronavi relativistiche, che viaggiano a velocità prossime a quelle della luce. Una conseguenza della teoria della relatività ristretta di Albert Einstein stabilisce che il tempo è relativo alla velocità con la quale ci si muove, effetto noto come “paradosso dei gemelli”; se si riuscisse a costruire un astronave che va al 20% della velocità della luce, i viaggiatori potrebbero arrivare al centro della nostra galassia, che dista 27.000 anni luce, in soli 21 anni. (Per loro, mentre per noi sarebbe sempre un tempo lunghissimo).

E poi, con uno di quei salti logici che mi piacciono da impazzire, il professor Maccone ci ha fatto notare che, secondo la Star Trek Timeline, nel 2063 ci sarà il primo volo di un’astronave dotata di motore a curvatura! Ho trattenuto a stento una ola. Per uno come me, cresciuto a trenette e Psicostoria, questi argomenti hanno un fascino tutto particolare; la possibilità di prevedere gli eventi sociali tramite calcoli matematici è uno dei capisaldi dell’eccezionale Ciclo della Fondazione di Asimov.

Se ci fossero più fondi si potrebbe passare anche all’esplorazione attiva sistematica, visto che al momento si conoscono già 200/250 esopianeti, ed il numero è in continuo aumento. Un esopianeta è un pianeta esterno al sistema solare che orbita attorno ad una stella diversa dal nostro sole, ed alcuni potrebbero anche avere le condizioni adatte allo sviluppo della vita

A questo proposito, si continua con l’intervento del professor Yvan Dutil dell’Université Laval, Québec, Canada, che illustra le possibili modalità di comunicazione con civiltà extraterrestri.

Si tratta di una grande sfida per l’uomo: costruire una lingua comune che venga compresa da ET, e scegliere gli argomenti adeguati alla prima comunicazione. E’ da secoli che l’uomo tenta di lanciare messaggi: da due secoli fa, quando si voleva disegnare un enorme teorema di Pitagora piantando alberi in siberia (Gauss, 1826), passando per varie rappresentazioni geometriche mandate via radio, fino al messaggio inviato nel 1974 da Arecibo.

Il messaggio di Arecibo era un buon tentativo, ma con il tempo ci si è accorti che poteva migliorare: intanto il messaggio è troppo breve e privo di ridondanza, in caso di perdita di una parte del segnale il messaggio diventa indecifrabile. Inoltre è troppo sensibile al rumore di fondo, e risulta difficoltoso da decifrare se ricevuto in cattive condizioni di ascolto. E poi è di difficile comprensione.

Si sta studiando quindi un modo alternativo e più completo per comunicare con civiltà extraterrestri. Intanto si deve curare la codifica del messaggio in modo che sia resistente alle interferenze, ridondante e con sistemi di controllo dei dati. Poi si deve scegliere la codifica più efficace per le informazioni da trasmettere, studiare un linguaggio con il quale esprimersi, e, cosa più importante, scegliere con cura gli argomenti.

Per aumentare la resistenza al rumore si è usato un frame per ciascuna immagine, per isolarla meglio; il messaggio viene inviato tre volte verso lo stesso obiettivo, per evitare le perdite di parti del segnale. Ogni carattere è diverso per almeno 7 bit in tutti gli orientamenti in cui il carattere può essere rappresentato e non esistono caratteri invertibili simili a “a”, “b”, “p”, “q” o “96″.

Per quanto riguarda gli argomenti, il messaggio comincia con concetti semplici diventando via via sempre più complesso: aritmetica, matematica, geometria, chimica, fisica atomica, sono solo alcuni delle rappresentazioni inserite nel messaggio, fino ad arrivare a nozioni di cosmologia e alle costanti dell’universo. L’ultima pagina dovrebbe consistere in una serie di domande con l’invito a risponderci.

Ma si può fare ancora meglio, poiché matematica fisica e chimica sono utili per costruire un linguaggio, ma non sono molto interessanti come argomento. Inoltre messaggi del genere sono troppo legati alle conoscenze di chi li riceve: se i concetti sono troppo elementari risultano noiosi; se troppo complessi rischiano di interferire con il progresso di chi li riceve e quindi risultare destabilizzanti. I fenomeni sociali sembrano una scelta migliore per comunicare, e SETI si sta lentamente evolvendo in una disciplina diversa. Si parte dal presupposto che alcune funzioni sociali sono comuni a tutte le civiltà: concetti come distribuzione delle risorse, teoria dell’equità, sviluppo sostenibile, sono solo alcuni esempi di fenomeni che posso essere descritti con l’aiuto della matematica, e si tratta di funzioni sociali comuni a tutte le civiltà. Perfino la democrazia è un concetto sufficientemente formalizzabile per essere comunicato a culture diverse della nostra con la speranza che venga compreso.

Una parte della comunità scientifica non gradisce l’invio di segnali, perché non si è certi dell’effetto che potrebbero avere. Inoltre, se si considera la presunta durata media di una civiltà come la nostra, risulterebbe che statisticamente saremmo i meno evoluti, essendo la nostra tecnologia relativamente giovane; l’invio di segnali potrebbe non essere considerato in modo positivo da civiltà più evolute della nostra. (Siamo spammer dello spazio? Rischiamo di finire nella blacklist delle galassie? LOL! Improvvisamente ho questa immagine dell’extraterrestre che riceve un messaggio dalla Terra e lo butta nel cestino, insieme a quelli degli spacciatori di Viagra intergalattico…).

Altri fanno notare che comunque stiamo emettendo onde radio da circa un centinaio di anni, e il “rumore” che produciamo è una sfera che racchiude circa 3000 stelle, sulle quali ci potrebbe essere qualcun altro che potrebbe averci già scoperto.

In conclusione: è certo che non siamo soli nell’universo, ma le grandezze in gioco rendono la ricerca dei nostri fratelli una sfida affascinante che può aiutarci a comprendere meglio noi stessi.

3 Novembre 2007

Dalla ghigliottina al boeing 767

Scritto da Matteo Aversano

11settembreIl terrore. Del buio, della morte, della violenza, una forma esponenziale di insicurezza verso l’ignoto, un senso di precarietà diffuso - infuso dalla e nella nostra stessa natura umana.

Com’è possibile che nelle nostre vite, oggi, all’ordine del giorno sia il terrore, parafrasando il titolo della conferenza tenutasi al Histoire Cafè Garibaldi? Dalla paura per gli aumenti dei costi, delle riduzioni salariali sino al terrore su vasta scala strumentalizzato, a impianto globale, buono per fomentare planetarie partite a Risiko alimentate dal nero del petrolio e dal rosso della violenza, gran parte del bisogno di sicurezza crescente deriva da un sapiente e spinto utilizzo elitario del terrore.

Nell’incontro con Daniele Giglioli, introdotto da Francesco De Pretis, percorriamo un cammino lungo la storia della paura di massa: dal soverchiamento della società francese, durante la Rivoluzione e il Terrore, sino alla grande mediatizzazione dell’attentato terroristico post undici settembre. E’ un percorso estremamente complesso, che annoda i fili dell”irrazionalità umana e del freddo calcolo politico, è soprattutto una storia che denota un passaggio strategico dal sentimento di valenza puramente psicologica a una precisa arma politica, che smuove gli istinti bassi delle folle e della gente verso gli interessi delle lobby, capace di spostare voti e lasciare approvare, senza colpo ferire, leggi anticostituzionali e degradanti.

Ma cosa sia realmente il terrore oggi, e specialmente il temuto e onnipresente terrorismo, è una domanda complessa, in realtà. Assistiamo sicuramente a una disgregazione di quanto ci sia di realmente materiale e tangibile nella minaccia internazionale: il terrorismo diviene una sorta di costellazione lontana, una sfera di influenza sulla nostra realtà; è uno spettro, di quelli banali col lenzuolo bianco e i buchi per gli occhi, agitato sapientemente da fili più o meno sottili, una distrazione utile per spingere l’opinione pubblica nelle direzioni più convenienti al potere.

I network principali si appoggiano alle immagini cruente dei postumi di un attentato esattamente come si appoggiano a produttori di format e contenuti: il terrorismo ha un palcoscenico privilegiato su ogni televisore del pianeta, le immagini vengono lanciate da ogni canale possibile e immaginabile e il ritorno pubblicitario per la grande Spectre di Osama BinLaden (probabilmente altrettanto fantomatica quanto l’avversaria di James Bond) è un fenomeno più unico che raro; il terrorismo vive di mostri lontani e di asettiche immagini televisive dalla scena di un attentato, supera le barriere linguistiche grazie ai video dei telegiornali che moltiplicano l’effetto psicologico di un attacco, come una cassa di risonanza mediatica.

E’ l’a-criticità il vero pericolo: dalla gestione del fenomeno terrorismo, specie dopo gli attentati del 2001, gli spunti per svelare e denunciare la scarsa consistenza del pericolo effettivo, della manipolazione degli attacchi alle twin towers e dell’utilizzo politico - bellico del terrore, si sono moltiplicati, ma non sono stati colti. Anzi, sono stati rimossi progressivamente ed è cresciuta, in modo assolutamente miope, la fabbrica mediatica del terrore, che dopo la farsa afgana e la tragedia irachena si appresta a gettare nell’hit parade internazionale un nuovo nemico, dal peso militare nullo ma perfetto per giocare la parte del babau di turno: l’Iran.

Ciò che potrebbe fermare una simile spirale di menzogne e paure socialmente inoculate è una maggiore comprensione reale e, a suo modo, scientifica del fenomeno terrorismo; un’analisi che Giglioli compie minuziosamente, dispiegata attraverso le pagine della letteratura classica e moderna che ha saputo a più riprese analizzare, mitizzare dove serve e, più spesso, applicare una ragionevole critica ai fenomeni di terrore collettivo, ai grandi spaventapasseri, ai cattivi dalla pelle diversa dalla nostra, umanamente o politicamente.

30 Ottobre 2007

Marc Hauser e Freeman Dyson

Scritto da Marina Rossi

Marc Hauser, professore di psicologia e antropologia biologica ad Harvard. Si presenta con una serie di slide, fitte fitte, ma chiare. Illustrazioni, punti elenco, ogni concetto viene esplicitato fino in fondo. Non si tratta di argomenti facili, perciò è necessario dedicare attenzione. Si parla dell’origine della morale, della spinta altruistica indipendentemente dalla cultura o dalla religione. Si parla dei massimi sistemi non riconducibili semplicemente all’influenza sociale, ma che hanno antichissime radici innate. L’argomento è affascinante, interamente trattato nel libro La mente morale, e la presentazione di Hauser è un buon esempio di comunicazione della conoscenza. La Sala del Maggior Consiglio strabordava di persone.
Link alla scheda evento.

La Sala del Maggior Consiglio

Freeman Dyson, ex professore di fisica a Princeton. Affronta temi spinosi come il surriscaldamento globale e le biotecnologie, sferrando innumerevoli colpi di fioretto. Le sue parole stupiscono, sconvolgono. Si parla di biologia open source, di biotech addomesticato, di un futuro eretico, ma anche estremamente affascinante. Idee forti, scomode forse per alcuni, ma proprio per questo idee vere. La nota negativa riguarda l’esposizione dell’intervento, interamente letto con cadenza troppo regolare per mantenere la giusta attenzione sui temi trattati. Ieri chi conosceva Dyson ha avuto un’occasione unica per incontrarlo, chi invece non lo conosceva bene ha oggi l’occasione di leggere le sue idee, i suoi libri e i suoi articoli. La Sala del Maggior Consiglio strabordava di persone.
Link alla scheda evento.
Ne parlo anche su VisionPost.

30 Ottobre 2007

La scienza del bene e del male

Scritto da Matteo Aversano

missilesiloLos Alamos significa “I pioppi”, alberi alti e affilati come lance che puntano al cielo; per un curioso presagio o un’ironica scelta del destino è nella desertica Los Alamos che l’era atomica ha preso letteralmente il largo, dallo sviluppo di Little Boy sino alle fasi successive degli armamenti balistici intercontinentali, araldi a lungo raggio dei superpoteri bellici.

Lo spettacolo teatrale Faust a Hiroshima associa all’opera di Goethe le vicende che porteranno alla creazione, e purtroppo all’esplosione su suolo nipponico, dei primi due ordigni atomici: l’idea scatenante, e principio di un’era buia come il secondo dopoguerra, nasce come un patto tra il diavolo e il deciso Oppenheimer, contrapposto al più mite ma combattuto Joseph Rotblat, uno dei primi scienziati protagonisti del progetto di sviluppo della bomba atomica ma anche uno dei primi ad allontanarsene per motivi etici, diventandone nei decenni fiero oppositore, guadagnandosi nel 1995 il Premio Nobel per la Pace.

Lo spettacolo, ideato da Gianni Guardigli e Imogen Kusch, percorre i fili di questa storia tragica e decadente in modo malinconico, con il continuo rimbombo silenzioso del pentimento per non poter disinventare un simile strumento, creato con la scusante della fine, necessaria, del secondo conflitto mondiale e rivelatosi fin da subito futuro deterrente globale e, nostro malgrado, garante dei fragilissimi equilibri tra Unione Sovietica e Stati Uniti.

Dalle fragili fasi iniziali del progetto, con l’amaro ottimismo che la bomba non sarà mai realmente lanciata in azione, sino ai primi incidenti e le crescenti fragilità nella coscienza e nella morale dei protagonisti, la messinscena utilizza la struttura del musical, lasciando che un decadente cabaret canti i passi principali della narrazione, con soluzioni visive semplici ma efficaci.

Ma qual è, quindi, il limite etico tra l’azione e il rifiuto, per lo scienziato? E cosa spinge lo stesso a intraprendere una ricerca, intraprendere magari una strada che si preannuncia come un’arma a doppio taglio capace di tenere in scacco l’umanità intera? Avremmo voluto capirlo meglio, ma purtroppo la conferenza L’etica dello scienziato, legata proprio a questo tema e sorella di Faust a Hiroshima, non ha saputo affrontare in modo soddisfacente tale domanda, evitandola a più riprese e lasciando troppo spazio alle personali considerazioni generali (diverse volte eccessivamente autobiografiche) dei relatori Marcello Cini e Jeffrey Laurenti.

Altrettanto colpevole la platea, bisogna ammetterlo: scolaresche delle superiori, ragazzi che come me saranno eredi delle politiche odierne e degli errori del passato, hanno recepito con poco entusiasmo l’opportunità di porre domande, di pungere proprio l’evasività del discorso, di deviare dai casi specifici di Oppenheimer e Rotblat ed inserirsi nell’attualità della ricerca che, è evidente, vede nello sviluppo bellico del nucleare solo uno dei fattori in gioco, senza dimenticarci delle problematiche etiche legate ai futuri sviluppi e applicazioni delle biotecnologie.

Speriamo che, perlomeno, dove la conferenza ha mancato il bersaglio possa arrivare la messinscena teatrale: pur con diverse mancanze tecniche, infatti, Faust a Hiroshima ha saputo colpire la platea (purtroppo ben poco affollata, almeno per quanto concerne la prima serata).

30 Ottobre 2007

Oggi a Genova

Scritto da Redazione

Dalle 15:00
Nuove tecnologie per i Beni Culturali
Con Corrado Fanelli, Carlo Federici, Ercole Gialdi, Anna Maria Guiducci
Biblioteca Berio – Sala dei Chierici
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Dalle 15:30
La guerra delle correnti
Vite perpendicolari: Thomas Edison e Nikola Tesla. La scienza e l’industria
Con Paolo Brenni
Palazzo Ducale, Sala del Minor Consiglio
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Dalle 16:00
Regioni polari e cambiamenti climatici
Con Ilaria Ermolli, Massimo Frezzotti, Luca Mercalli, Giuseppe Orombelli, Carlo Alberto Ricci. Modera: Giovanni Caprara
Aula Polivalente San Salvatore, Piazza Sarzano
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Dalle 16:30
Spazio Blogger
Con Marco Zamperini
Loggia della Mercanzia, Piazza Banchi

Dalle 18:30
Tecnologia e democrazia
Con Luciano Gallino. Introduce: Vittorio Bo
Palazzo Ducale, Sala del Minor Consiglio

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Dalle 21:00
Le origini della scienza moderna
Con Costantino Esposito, Giulio Giorello, Giorgio Israel
Magazzini del Cotone, sala Scirocco e Libeccio, modulo 9, terzo piano
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