28 Ottobre 2007

Io, curioso: cosa c’è in comune tra una scimmia ed un robot?

Scritto da Andrea Beggi

Sabato, presso la sede dell’Ordine degli Ingegneri si è tenuta la conferenzaIo, curioso“. I relatori hanno esplorato il campo della curiosità e della sua riproducibilità in un robot, ed hanno iniziato ponendosi delle domande:

  • Robot curiosi, perché?
  • Quali sono gli eventuali vantaggi?
  • Che cosa serve per infondere curiosità?

Anticipando le conclusioni: siamo ancora molto lontani dalla meta, ma la curiosità sarà per forza di cose un componente essenziale dei robot del futuro, che dovranno essere in grado di prendere decisioni autonome. Ma quale è il nesso tra l’autonomia e la curiosità?

L’autonomia richiede apprendimento e adattamento all’ambiente circostante.

L’apprendimento richiede esplorazione, perché chi non esplora non può imparare, anche se le esperienze che si fanno non sono sempre positive. Ma d’altra parte un “sistema non curioso” non impara alcunché.

L’esplorazione è stimolata dalla curiosità, che è lo stimolo per la ricerca di nuove esperienze. Quindi, alla fine, la curiosità è un ingrediente essenziale per sviluppare sistemi autonomi.

Purtroppo per adesso non esiste nulla del genere; alcuni robot sono in grado di apprendere, ma l’oggetto del loro apprendimento è imposto dall’esterno dai ricercatori, non è il frutto di una scelta.

Un possibile percorso passa attraverso la realizzazione di sistemi che siano in grado imparare dall’interazione con l’ambiente, costituiti da un lato da hardware e software di adeguata complessità, dall’altro basati sullo studio delle basi neurofisiologiche e cognitive dell’apprendimento. Si tratta di un processo fortemente interdisciplinare che impone una visione “olistica” del problema.
Ci si è accorti che è necessario sviluppare robot umanoidi per poter studiare l’apprendimento con azioni simili a quelle dell’uomo, per esplorare l’ambiente in “modo umano” e definire gli strumenti di base per esercitare la curiosità, imparando tramite le interazioni di un corpo fisico in grado di esercitare azioni sull’ambiente.

Le ultime evoluzioni delle neuroscienze tendono verso un’idea del sistema nervoso per il quale le azioni e la fisicità del corpo hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’intelligenza. Quali di questi recenti sviluppi hanno più influenzato la ricerca e lo sviluppo nel campo dei sistemi intelligenti?
Ci sono stati dei mutamenti nelle teorie che sottendono a questi concetti, dei passaggi ad un sistema ad un altro. Vediamone alcuni.

  • Da separazione a integrazione - il sistema nervoso viene studiato come un sistema integrato: le stesse zone cerebrali condividono azione e percezione. Le rappresentazioni degli oggetti non sono più solo una enumerazione dei singoli elementi costitutivi fisici, ma rimandano anche alle proprietà percettive: ad esempio l’immagine di una torta ci richiama alla mente anche le sensazioni che sappiamo si provino mangiandola, tipo il sapore ed il profumo degli ingredienti, la loro consistenza e temperatura, e così via.
  • Da mente a mente e corpo - La concezione della struttura fisica come parte imprescindibile dell’intelligenza e della comprensione dell’ambiente. Ad esempio: una matita ed un ombrello hanno forme simili ma richiamano concetti ed azioni molto diverse. La comprensione e il riconoscimento degli oggetti non rimane solo un mero processo geometrico (sedia = sedile + spalliera + gambe), ma coinvolge anche una parte motoria e sensoriale (su questo oggetto mi ci posso sedere, quindi è una sedia).
  • Dall’interpretazione alla predizione - dal concetto di un sistema nervoso che interpreta gli stimoli provenienti dalla periferia ad un sistema nervoso che predice gli impulsi che arriveranno dagli apparati periferici. Interpreto usando le mie esperienze passate, e predico cosa potrà accadere nel prossimo futuro, applicando un sistema di causa/effetto che mi consente di “prepararmi” a ciò che sta accadendo nell’ambiente circostante.
  • Dalla logica alle emozioni - non tutte le decisioni sono prese con scelte logiche, ma spesso sono influenzate dalle emozioni, quindi si tratta di colmare il salto che va da intelligenza artificiale alla coscienza artificiale.
  • Da adulto a bambino - dall’analisi del funzionamento di un sistema alla comprensione di come un sistema sia stato costruito. L’intelligenza è in continua evoluzione, per realizzare dei sistemi di coscienza artificiale, devo considerare l’evoluzione del sistema stesso. Devo capire come è arrivato ad essere intelligente, quali sono i processi che lo hanno sviluppato e come è arrivato ad essere intelligente.

Ma quali sono le capacità che mancano agli attuali robot?

  • La capacità dei prevedere le azioni, di capire in che contesto si trovano.
  • L’apprendimento “online”, “al volo”, la capacità di capire ed apprendere mentre si eseguono azioni. Al momento i processi sono istinti, e lo sviluppo procede in modo asincrono, separando l’apprendimento dall’azione, senza possibilità di avere un feedback immediato.
  • L’intelligenza sociale, cioè la capacità di capire e interagire con altri esseri, sia umani che artificiali.

Piuttosto che puntare su una singola tecnologia per il futuro, è opportuno rendersi conto che lo sviluppo della curiosità e quindi dell’autonomia sarà un processo interdisciplinare, dove diversi campi, dall’ingegneria alla psicologia, dalla neurofisiologia alla medicina, dovranno portare il loro contributo.

Negli ultimi anni si sta assistendo ad un grande sviluppo di tutte le tecnologie che permettono di studiare meglio il cervello, e capire quali aree si attivano durante certi compiti. Ci si è resi conto che il cervello funziona diversamente da come si pensava tradizionalmente, il vecchio modello dell’”omuncolo” mappato sulle diverse aree dell’encefalo sta perdendo significato: intanto la percezione dell’ambiente circostante è un processo che procede per elaborazioni parallele dei diversi stimoli, inoltre è cambiata la teoria tradizionale che vedeva lo stimolo viaggiare dalle aree del cervello deputate alla sua decodifica verso le aree motorie che determinano la reazione del corpo allo stimolo stesso.
Il cervello “motorio” influisce su quello che io vedo; una metafora possibile per spiegare il processo potrebbe essere la differenza esistente tra il vedere ed il guardare.

La modalità di riconoscimento degli oggetti è fortemente influenzata dalla capacità motoria: viene fatto l’esempio di una penna che assomiglia molto ad una banana: a seconda di come questo oggetto venga rappresentato, gli si dà una diversa interpretazione, proprio perché la forma di un oggetto è legata alla sua funzione e quindi alle funzioni motorie ad esso collegate. La parte di cervello che muove la mano, influisce sul modo in cui io interpreto e capisco le cose.
Sono stati individuati dei particolare neuroni, detti “neuroni specchio”, che reagiscono allo stesso modo quando un oggetto viene visto e quando viene afferrato.

Ciò che conta per il cervello non è il movimento ma lo scopo (il “goal”) dell’azione. A seconda del goal dell’azione, lo stesso neurone motorio si attiva o meno. Addirittura esso si attiva anche se “vede” l’azione compiuta da un altro essere. In pratica si riconosce un oggetto anche attraverso le possibili interazioni che si possono avere con esso.
La nostra comprensione degli altri passa per la comprensione di noi stessi: questi esperimenti condotti su scimmie, hanno rivelato che la stessa azione di afferrare una nocciolina, se fatta dallo sperimentatore con le proprie dita, stimola i neuroni specchio dell’animale, se fatta con una pinza, no. Se l’azione si fa con lo stesso intento ma con un metodo diverso, estraneo all’esperienza della scimmia ( cfr: la pinza) non succede nulla. Per capire gli altri bisogna capire e conoscere noi stessi.

Si ipotizza che l’area che nella scimmia contiene questi “neuroni specchio” si sia evoluta nell’uomo nella cosiddetta area di Broca, che è un’area che controlla il linguaggio, e questo completerebbe un quadro dove l’interazione con l’ambiente e i propri simili è una protoforma di comunicazione.

La neuroscienza è sempre stata ispiratrice per la tecnologia: ad esempio i fratelli Wright hanno studiato gli uccelli per parecchi anni, e dagli studi compiuti sull’aerodinamica degli aerei si è potuto capire meglio come volano gli uccelli. C’è un “circolo virtuoso” che alimenta la conoscenza e ciascuna scoperta ha possibili ricadute da una disciplina all’altra.

Per capire e riprodurre l’interazione con l’ambiente, è necessario pensare in termini motori: un robot senza braccia non capisce le azioni fatte da una mano.

Lo scopo, il “goal” dell’azione è una delle cose importanti per programmare le azioni stesse, per “descriverle” prima. Lo scopo dell’azione è scomposto in una serie di attivazioni muscolari che portano a conseguenze percepibili, le quali con un feedback riaggiustano l’azione che ha causato i movimenti. Tutto questo processo che avviene negli esseri viventi deve essere riprodotto nei robot. Lo studio dei neuroni specchio è fortemente collegato a questi aspetti: per apprendere osservando, i neuroni potrebbero essere influenzati dalle azioni fatte da altri. Manca il goal dell’azione, ma tutti gli altri meccanismi, compreso il feedback ci sono sempre, comportando l’apprendimento tramite l’osservazione. Sono stati fatti esperimenti partendo da questi elementi concettuali: robot umanoidi che astraessero le proprietà di un oggetto dopo aver osservato per un po’ di tempo come i ricercatori interagissero con gli oggetti stessi. L’addestramento con una serie di oggetti diversi dona al robot la capacità di prendere decisioni in base alla caratteristica dell’oggetto che gli viene proposto in un dato momento. L’interazione si baserà su una serie di azioni coerenti con la situazione contingente: capacità di decisione autonoma.

Interessante il fatto che il laboratorio di robotica dell’Istituto di Tecnologia di Genova, rilasci tutte le specifiche dei robot sui quali sta lavorando con licenza GPL, sia i progetti che l’hardware ed il software. Chiunque sia interessato può scaricare il tutto e usufruire degli studi già fatti.

Le implicazioni psicologiche della curiosità sono altrettanto interessanti. Intanto la curiosità è costosa in termini evolutivi: i mammiferi sono il genere più curioso, ed i cuccioli sono quelli che pagano il prezzo più alto in termini di mortalità, e ciò influisce sul modo in cui essi imparano a prendere le decisioni. Spesso si vede quello che si desidera vedere, mentre è importante non avere alcuna aspettativa sulla realtà, non avere preconcetti. Questo è particolarmente importante negli studi scientifici: i ricercatori, persone per forza di cose curiose, dovrebbero avere la massima apertura verso ciò che stanno osservando, portando attenzione ad ogni singolo aspetto, cercando di avere il quadro più completo e chiaro possibile.

Le mie considerazioni.
L’argomento è interessantissimo, e il tempo di una conferenza non basta certamente a sviscerare tutti gli aspetti. Quello che mi ha colpito maggiormente è aver recepito questa nuova visione multidisciplinare e olistica. Ultimamente mi è capitato diverse volte di ascoltare scienziati e ricercatori che propendono per queste teorie di “visione integrata” dei fenomeni. C’è la sensazione che lo studio di un sistema non possa prescindere da una visione generale che non si adatta più alla suddivisione rigida dei sottosistemi che lo compongono, ma piuttosto si orienti verso modelli di interazione bidirezionale e di feedback complessi che si stabiliscono tra le diverse entità.

I relatori sono apparsi particolarmente soddisfatti di poter divulgare questi argomenti ad un pubblico di non addetti senza il filtro dei media, e della stampa in particolare, che su questi aspetti tende a privilegiare la ricerca della notizia sensazionale (che non c’è praticamente mai), spesso distorcendo le dichiarazioni degli intervistati.

Malgrado il tema stimolante, due ore e mezza sono sinceramente troppe; ai relatori non è stato dato un limite di tempo e il pubblico ha fatto poche domande, stremato dalla lunghezza della conferenza. Sono certo che esposizioni più brevi avrebbero stimolato maggiormente la partecipazione e animato di più il dibattito.
E poi, per favore, basta con le centinaia di slide PowerPoint! Una visita a Presentation Zen di tanto in tanto, farebbe molto bene a chi parla in pubblico.

27 Ottobre 2007

Quando la scienza diverte tutti

Scritto da Marina Rossi

La classe quarta ci ha provato a sedersi in terzultima fila, lontani dal palco, in zona sicura e protetta dagli occhi attenti di accompagnatori e ospiti. Ma Cristina, animatrice nella sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, è impassibile: bisogna andare più avanti, la sala è ancora mezza vuota. E così resterà, purtroppo, per tutto l’incontro.

Premio Ig Nobel 2007I premi Ig Nobel, presentati da un vulcanico Marc Abrahams, è stata la conferenza più divertente vista finora e, sicuramente, uno degli eventi più importanti di questa quinta edizione del Festival. E tutti, compresa la classe quarta, sono stati contagiati dalle folli teorie scientifiche che prima fanno divertire e poi pensare.

Un’ora e mezza di pure risate, di domande, di coinvolgimento di tutti i presenti. Un pubblico partecipante nello spirito e nella forma. E la scienza si è riscoperta divertente, scanzonata e permeante ogni aspetto della nostra vita. Niente di più vicino alla realtà. Ed è bello sentirsi così vicini a un mondo troppo spesso cattedratico, bello che un progetto come gli Ig Nobel giunga dall’Università di Harvard, la cui serietà e reputazione è riconosciuta ovunque.

Eppure, la percezione della scienza, in Italia, è molto più fredda e spesso viene considerata come appartenente a un mondo a parte, superiore e sempre didattico. Ma se Harvard crea un circuito di scienziati così appassionati e appassionanti – tanto da coinvolgere chiunque sul loro percorso – non vedo perché non si possa creare progetti più vicini alla gente anche nel nostro paese. Quante volte, durante un qualsiasi convegno, avremmo voluto che una bambina di otto anni (Miss Sweetie Poo) andasse dal relatore e dicesse «Please stop! I’m bored!» (Fermati! Mi stai annoiando!)?

Ma arriviamo al dunque. Ecco i premi di quest’anno, assegnati già tre settimane fa.

Premio per la Medicina
Brian Witcombe di Gloucester, Regno Unito, e Dan Meyer di Antioch, Usa, per uno studio sugli effetti collaterali di mangiare le spade

Premio per la Biologia
Johanna E.M.H. Van Bronswijk di Eindohoven ha vinto il premio per aver censito tutti i batteri, funghi, insetti e ragni che popolano ogni notte i nostri letti

Premio per la Chimica
Mayu Yamamoto ha dimostrato come produrre una fragranza di vaniglia dagli escrementi di una mucca

Premio per l’Aviazione
Diego A. Golombek, dell’università nazionale di Quiles, Argentina, spiega che il viagra può essere assunto dai criceti per superare i disturbi provocati da cambiamento del fuso orario

Premio per l’Alimentazione
Brian Wansink della Cornell University, Usa, per aver studiato l’appetito apparentemente illimitato degli esseri umani dando loro da mangiare una quantità illimitata di zuppa

Premio per la Fisica
Lakshminarayanan Mahadevan della Harvard University, Usa, e Enrique Cerda Villablanca dell’Università di Santiago del Cile per aver studiato come le lenzuola si spiegazzano

Premio per la Pace
Il laboratorio statunitense della Air Force Wright, per aver svolto ricerche e aver sviluppato la gay bomb, un’arma chimica non letale che provoca comportamenti omosessuali diffusi tra le truppe nemiche

Premio per la Linguistica
Università di Barcellona, per aver dimostrato che i topi non sono in grado di distinguere tra una persona che parla giapponese al contrario e una che parla olandese al contrario.

Premio per la Letteratura
Glenda Browne di Blue Mountains, Australia, per lo studio sulla parola “the” (il/lo/la/i/gli/le) e su come può confondere le persone che devono indicizzare contenuti in ordine alfabetico.

Premio per l’Economia
Kuo Cheng Hsieh di Taiwan per aver brevettato un sistema che può catturare i rapinatori di banche lasciando cadere una rete su di essi.

Premio per la migliore capigliatura
Piero Paravidino

27 Ottobre 2007

Scienza e società

Come sarà. La debolezza avrà il sopravvento. Il corpo imporrà il dominio sul pensiero. Con un violento spintone la paura della morte tornerà facilmente a occupare tutte le posizioni che ho strappato alla mia ignoranza, ai miei agi, al mio orgoglio, alla mia viltà, indolenza, pudore. Riuscirà a spazzar via con facilità anche il proposito per il quale, venendo qui, cercai e trovai la formula: non voglio perdere la coscienza, fino alla fine.

Mafalda-mondoProprio per non perdere la coscienza ci siamo trovati, nella fredda sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, per ascoltare una riunione di novelle cassandre (Pietro Greco, Settimo Termini, Nicla Vassallo, Marcello De Cecco, Nico Pitrelli e Simona Morini) e discutere attorno al delicato tema di Scienza & Società. Punto nevralgico della conferenza, come ha subito evidenziato Angelo Guerraggio – moderatore dell’evento – non è tanto la condizione disastrosa in cui versa la ricerca scientifica nel nostro Paese – cosa tristemente nota ai più –,  quanto la sistematica attenzione impiegata dai suoi cittadini nella metodica rimozione del problema. In questo senso la definizione di Pietro Greco di cassandre, riferita ai pochi che sembrano rilevare non solo l’esistenza ma la gravità della situazione, pare quanto mai appropriata.

 Il cavallo di Troia dell’Italia del nuovo millennio è – purtroppo – identificabile nel progressivo e inarrestabile declino culturale. Lo stesso Paese che in passato reagì sia culturalmente che economicamente con puntuale intensità, ad esempio, al disastro lasciato dalla Seconda Guerra Mondiale, sta ora scivolando in un periodo di solo apparente tranquillità, mentre affonda nelle sabbie mobili dell’arretratezza tecnologica e del decadimento intellettuale. Forse, osserva Settimo Termini (autore insieme a P. Greco del libro contestualmente presentato “Contro il declino”), è proprio quest’illusione di prosperità assicurata ad oscurare la visione della realtà, è il non trovarsi davanti ad un baratro di un aut aut impietoso ma il sentirsi ancora in tempo, ancora incastrati in qualche piega di Storia solo momentaneamente sfavorevole, che preserva la maggioranza da un’augurabile ansia.

La situazione non è così facilmente recuperabile. Non ci sono secondi appelli per quest’Italia che investe appena l’1% del prodotto in ricerca, surclassata da un’Europa che ci doppia per quantità di fondi dedicati alla ricerca. Termini sottolinea come sia necessaria una risposta compatta da parte dell’intera Società, minata da crescenti disuguaglianze sociali, per affrontare i tre principali problemi attuali: il rilancio della ricerca scientifica, specie quella ricerca di base, scarsa produttività del Paese e il problema dell’occupazione giovanile, ormai sempre meno qualificata.
La soluzione pare essere unica: ripristinare nel sentire comune l’importanza della ricerca scientifica, ottenendo contemporaneamente il rilancio dei settori industriali ad alto contenuto tecnologico e quindi, inevitabilmente, un aumento di occupazione per i giovani qualificati.
Il quadro è chiaro, l’intero sistema economico italiano riceverebbe una scossa e l’ormai decennale fuga dei cervelli subirebbe un’inversione di tendenza.

Dunque, cosa rimane? Rimane la certezza di dover completamente rivedere le politiche culturali di un paese, il nostro, non solo alla luce di auspicabili rivoluzioni economiche e dinamiche di finanziamenti massicci, ma anche – e soprattutto – con la consapevolezza che, come dichiara Nicla Vassallo, parte del danno causato alla ricerca proviene dai detrattori della scienza. In Italia abbiamo, infatti, un’etica della scienza iper-sviluppata che impedisce di osservare con il dovuto distacco gli sviluppi della ricerca e che, spesso su basi infondate, punta il dito contro la scienza togliendole fondi e respiro. Per quanto questa sia identificabile come l’era della conoscenza, l’era ossia in cui il sapere è facilmente reperibile e veicolabile attraverso i più moderni sistemi di comunicazione in grado di abbattere confini spazio-temporali, si assiste giorno dopo giorno ad un livellamento dell’offerta culturale. Tra tutte le conoscenze possibili quella scientifica appare come fondamentale, perché non relativista, non soggetta cioè ad interpretazioni possibili.

È giunto il tempo che scienziati, politici ed economisti siedano allo stesso tavolo, così come hanno fatto per il Festival della Scienza, e risollevino le sorti del nostro Paese dando ascolto a quelle poche cassandre rimaste, magari tenendo a portata di mano “I fisici” di Dürrenmatt da una parte e “Contro il declino” dall’altra.

Non vedevo nulla. Sovraccaricata dal dono della veggenza, ero cieca. Vedevo solo quello che c’era, praticamente niente.

Da “Cassandra” di Christa Wolf, edizioni e/o, 1984

26 Ottobre 2007

Splendida Jane

Scritto da Federico Fasce

Che fosse una conferenza imperdibile, lo sapevamo.
Jane Goodall è un personaggio di uno spessore tale che sarebbe riuscita a togliere il fiato alla platea anche restando in silenzio per due ore.
La conferenza di Jane Goodall
Ambasciatrice di pace delle Nazioni Unite, una vita straordinaria spesa a studiare il comportamento dei primati, vivendo con loro, condividendo tutti gli aspetti delle comunità di questi straordinari animali, Jane è una signora piccola piccola, con un viso dolce che il tempo non ha coperto. Racconta la sua storia con uno squisito accento inglese (e che peccato vedere ancora tante persone con le cuffie affidarsi alla traduzione simultanea perdendo, inevitabilmente, un po’ di spontaneità), come se fosse la cosa più normale del mondo.

Ma ogni singolo aspetto della sua vita è invece incredibile: dalla partenza alla volta dell’Africa per inseguire un sogno, combattendo la diffidenza di una società che di certo non vedeva di buon occhio una donna come Jane, alla scoperta - sensazionale - della capacità degli scimpanzé di costruire oggetti, scoperta che getta una nuova luce nello studio dei primati.

Davvero un peccato non poter restare fino alla fine. Ma ancora più triste è vedere la sala del Maggior Consiglio non così affollata come si vorrebbe per un’occasione più unica che rara.

26 Ottobre 2007

Ivan e la vodka

Scritto da Federico Fasce

Riprendo per un attimo la conferenza di ieri mattina (la chimica e la fisica della birra e del vino) della quale il mio compare ha già parlato in maniera esaustiva, per raccontarvi un simpatico aneddoto sulla vodka raccontato da Andrei Varlamov.

IvanCome sapete la vodka ha una gradazione alcolica di circa 40 gradi. Perché proprio 40? Ovviamente c’è una spiegazione scientifica, per la quale vi rimando alle ricerche personali. Quella di colore fornita da Andrei invece va assolutamente riportata qui. Accade, circa nel millecinquecento, che in Russia il non troppo simpatico Ivan il Terribile decide di monopolizzare la produzione della vodka, fino ad allora deputata alle singole osterie. L’inevitabile incremento dei costi, quindi, costrinse i baristi ad allungare l’amato nettare con l’acqua, in modo da limitare i danni.
La cosa, ça va sans dire, oltre a far decadere la qualità globale della vodka, faceva innervosire non poco i sudditi del primo Zar della storia. Sapete come sono i russi con la vodka, no?
Il buon (!) Ivan, allora, trova la soluzione. I liquidi alcolici bruciano ad esattamente trentotto gradi. Quindi, in maniera empirica, ma non certo senza una certa intelligenza di fondo, il sovrano decreta che, qualora un oste venga sorpreso a servire una vodka che non riesca a prender fuoco, l’avventore può vantare sul disonesto il diritto a picchiarlo finché vuole.
Dura la vita, a quei tempi. Non c’è che dire.

25 Ottobre 2007

First time at Bìcu

Scritto da Matteo Aversano

Andrei VarlamovRotolando sotto le sferzate di vento e pioggia che assalgono via San Lorenzo si arriva al Porto Antico, con il mare opaco e lattiginoso per le intemperie, con la accogliente voce del Bigo che ti invita a vedere Genova dall’alto. O dalla sopraelevata, a voi la scelta.

L’apertura del Festival ha da subito portato con sé stuoli di ragazzini e greggi di scolaresche, tutti con i loro zainetti simil-eastpack multicromaticamente uguali, i loro piumini smanicati invernali così variegatamente neri e le loro zampine di gatto disegnate sulle tracolle, così effervescenti nella loro totale conformità.
Ma passiamo oltre.

Il Bìcu collabora con il Festival in una serie di occasioni, offrendo i suoi ampi spazi, le sue cucine fornite, le sue maestranze (e la sua fabbrica della birra) ai visitatori, accogliendoli a più riprese per conferenze, laboratori ed eventi a tema culinario.

Stamane le danze sono state aperte da La chimica e la fisica della birra e del vino, conferenza curata e presentata da Andrea Cresta, Marino Giordani, Andrei Varlamov.

Il buon Varlamov, torreggiante fisico di Madre Russia, e il più familiare Giordani conducono l’uditorio in una curiosa e interessante relazione sul mondo degli alcolici, a metà tra lo studio fisico e il divertissement di laboratorio: bere vino rosso aiuta la salute? In che modo e in che quantità, ma soprattutto con quali rischi? Oppure, i motivi per cui la vodka ha una così alta gradazione, fino agli esperimenti casalinghi, quelli sempre utili per incuriosire gli amici a cena, perché no, sulle differenze di suono tra un bicchiere colmo di vino bianco e uno di spumante. E molto altro, ovviamente, che sarà possibile ripercorrere anche nei laboratori correlati, sempre ospiti del Bìcu.

Siccome questo blog vuole anche essere una sorta di cartina tornasole a favore delle edizioni future, è bene far notare che, purtroppo, la conferenza è stata più volte interrotta dagli schiamazzi del pubblico studentesco; e, francamente, viene da domandarsi cosa ci facessero scolaresche delle elementari a presenziare un evento culinario su sostanze che in molti paesi sono persino vietate al di sotto della maggior età; inevitabile, quindi, la distrazione collettiva dei ragazzini e dei ragazzi più grandi, intenti a più riprese a curiosare le proprie agende, i propri sms, mms e a divorare come piccoli Conti Ugolino panini insaccati in silenziose buste di plastica e carta d’alluminio. Per la serie: tutto quel che è fuori da scuola è una grossa e pacchiana ricreazione.

Insegnanti distratti, videofonini senza freni, chiacchiericcio sì infantile ma pur sempre evitabile: sarebbe bastata una più oculata scelta degli eventi in sede scolastica (magari affollando i laboratori, più che le conferenze, come si spera accada nei prossimi giorni…) e qualche controllo in più per badare alla folla under 15 che presenziava in massa ma che difficilmente seguiva l’evento.

Un piccolo peccato di ingenuità, forse, ma da osservatore non posso che pensare che se si fosse ridotto il numero di prenotazioni, evitato di far affollare il temibile tavolo a ferro di cavallo e i punti più distanti dal palco, forse il controllo della situazione sarebbe stato più semplice, anche per i pazienti Animatori.
Fortunatamente il pubblico veramente interessato era nelle prime due file, libero di dibattere con il buon Andrei, pur con qualche screzio, condivisibile, con accompagnatori e insegnanti degli scienziati del futuro.