Earth is the place
È la prima volta che in Europa viene presentato lo spettacolo Life, avvolgente proiezione delle fotografie naturalistiche di Frans Lanting, musicate da Philip Glass. Al Teatro della Corte di Genova è stata allestita la prima: sul palco, sotto la direzione del maestro Carlo Boccadoro, l’Orchestra Filarmonica di Torino esegue con energia l’accompagnamento musicale, anche se “accompagnamento” è da considerarsi termine improprio. La musica è, infatti, parte e anima integrante dello spettacolo, non è solo valore aggiunto, ma rappresenta il respiro dell’esibizione.
Frans Lanting ripercorre i tre miliardi di anni del nostro pianeta: le sue fotografie, proiettate dinamicamente su tre grandi teli, sono uno spaccato emozionante del divenire terrestre: l’infanzia, con i vulcani irrequieti, la formazione degli oceani e le prime forme di vita. Una corsa attraverso i millenni sino a giungere alla nostra comparsa, uno spicchio minuto di tempo se lo confrontiamo con l’eternità che ci ha preceduti.
Racchiudere in un’ora e mezza un percorso così ampio dell’esistenza della vita, intesa sia come ribollire primordiale del magma, dei vapori nel cielo e delle acque degli oceani, sia come vita in senso stretto, ossia esistenza di esseri viventi mono o pluricellulari, è un’impresa da record. Il Festival della Scienza è ovviamente orgoglioso, primariamente nelle figure di Manuela Arata e Vittorio Bo, che si alternano sul palco per presentare l’evento, di aver ottenuto un simile risultato, ossia di aver potuto offrire al pubblico del Festival la prima europea di Life.
Ma è tutto oro ciò che luccica? Se qualcosa traspare fortemente, al di là della preziosa arte e grande abilità di Lanting, già peraltro apprezzabile nella mostra alla Darsena e nell’ottimo libro Vita, è la ricchezza e il pregio del nostro pianeta midori, un pianeta carico di energia, trepidante di esseri viventi di ogni tipo e forma, un forziere che dobbiamo a tutti i costi conservare e non sperperare.
Lanting è stato anche in grado, e in ciò si rintraccia uno dei più grandi punti di forza del suo lavoro, di trasmettere all’osservatore la dignità e il carattere dei soggetti fotografati: le piante nella loro eleganza, il pianeta nella sua forza e gli animali nella loro vitalità estrema sono onorati dagli scatti discreti ma profondi dell’artista di origine olandese.
Con toni meno entusiastici si può parlare, invece, della colonna sonora e della messinscena dell’opera. Philip Glass è eseguito con grande maestria dall’Orchestra Filarmonica di Torino, ma è la struttura in sé, la musica, che risulta ripetitiva e poco coinvolgente: sostanzialmente ciò che si percepisce è una struttura basilare ripetuta, su cui vengono fatte alcune variazioni (specie con ottoni e percussioni) nemmeno troppo incisive.
Lo spettacolo non è noioso, per carità, ma nemmeno trascinante, da questo punto di vista: la struttura a temi (il tema del volo, delle piante, delle prime forme di vita…) in questi casi non è efficace, poiché alcune sezioni, come Out of the Dark, possono estendersi per quindici, venti minuti e l’accompagnamento risulta, così, ripetitivo.
Altra nota negativa è l’utilizzo poco intelligente dei tre schermi. Se è vero che una semplice proiezione a tutto schermo delle fotografie sarebbe stata, alla lunga, molto noiosa, la scelta fatta di mostrare alcune foto a grandi dimensioni e altre più piccole che si sovrapponevano non è felice. L’effetto di alcune transizioni o animazioni delle stesse, per di più, scade nel ridicolo, per di più, come il criticatissimo canguro (la foto di un canguro si sposta lungo i tre teli rimbalzando, cadendo quindi in un’eccessiva banalizzazione). A volte sono presenti più foto, dai soggetti diversi, che spiazzano lo spettatore, poiché nessuna delle tre risulta apprezzabile appieno. Non insistiamo oltre, ma di certo Life è un ottimo spettacolo il cui potenziale scenico è ridotto da ingenuità visive e da una colonna sonora decisamente poco coinvolgente.
Ma è incredibile come, nonostante ciò, lo spettatore possa tornare a innamorarsi del suo pianeta natale, dei suoi abitanti, delle sue incredibili forze.

Los Alamos significa “I pioppi”, alberi alti e affilati come lance che puntano al cielo; per un curioso presagio o un’ironica scelta del destino è nella desertica Los Alamos che l’era atomica ha preso letteralmente il largo, dallo sviluppo di Little Boy sino alle fasi successive degli armamenti balistici intercontinentali, araldi a lungo raggio dei superpoteri bellici.
Da una parte la musica:
La serata è anche l’occasione per ascoltare quello che è stato presentato come l’inno del Festival, un pezzo rockeggiante tutto a base di scienza e curiosità, che come sapete è il tema portante di quest’anno. Se foste curiosi di ascoltarlo, beh, non avete che andarla ad ascoltare sul sito di una delle due band linkati poco sopra.
Rotolando sotto le sferzate di vento e pioggia che assalgono via San Lorenzo si arriva al Porto Antico, con il mare opaco e lattiginoso per le intemperie, con la accogliente voce del Bigo che ti invita a vedere Genova dall’alto. O dalla sopraelevata, a voi la scelta.

Entriamo nel Globe, in una bellissima sala circolare. Una workstation
Dopo il buffet ci trasferiamo all’interno dell’esperimento 








