6 Novembre 2007

La matematica dei popoli

Scritto da Federico Fasce

sculturaLe sale che ospitano Etnomatematica sono accoglienti e ben allestite. Affascinanti luci verdi illuminano una serie di corde mentre mi accodo a un gruppo di ragazzini delle elementari (o forse prima media, chi può dirlo) che ascoltano l’animatrice Veronica spiegare come gli egizi rappresentassero i numeri.

L’etnomatematica è una scienza relativamente giovane che studia i movimenti culturali e il modo di utilizzare la matematica delle popolazioni del mondo. animazioneE il laboratorio ne incarna l’idea, con spiegazioni sull’origine indiana dello zero, sull’intuizione cinese, ben prima di Pitagora, del famoso teorema e sul modo di rappresentare i numeri nelle civiltà antiche della terra. La spiegazione scorre fluente, i bambini ascoltano con interesse e si dimostrano svegli e intelligenti. È confortante vedere un biondino che avrà avuto undici anni spiegare ai compagni come si costruisce un nastro di Möbius. Non è mica una cosa che vedi tutti i giorni.

Gli allestimenti curati da DESIGNa3 sono semplicemente perfetti. Semplici, non invasivi, ma nello stesso tempo capaci di creare atmosfera, sanno valorizzare un laboratorio che conta più sulle idee che sugli effetti speciali. Un ottimo lavoro.

Accanto a Etnomatematica è presente “Mettiamoci in gioco”, nel quale i visitatori possono cimentarsi con una serie di giochi da tavolo basati sulla logica. Purtroppo non ho potuto cimentarmi con i giochi, ma devo dire che la scelta di un gioco non così conosciuto, ma dalla storia affascinante, come Mancala fa capire che gli organizzatori (i ragazzi del museo tridentino di Scienze Naturali) la sanno lunga.

Etnomatematica è stato realizzato da Matefitness, un progetto giovane che si propone, attraverso un laboratorio permanente, di divulgare i concetti della matematica in modo divertente.

5 Novembre 2007

La fantasia è la figlia ribelle della noia

Scritto da Marina Rossi

Renzo BergamoLa prima domanda che appare naturale è: per quale motivo EstEtica del caos, mostra dedicata alle opere di Renzo Bergamo (1934-2004), si trova all’interno del Festival della Scienza? Innanzitutto l’arte non è poi così distante dal mondo della scienza, ma anzi spesso è proprio l’arte – letteraria o visiva – a essere la prima forma di divulgazione scientifica. Insomma, si tratta del classico dualismo delle culture – quella scientifica e umanistica – che troppo spesso viene professato. Ecco quindi che, tra gli obiettivi del Festival, c’è anche l’approccio artistico alla scienza.

La luce è pensiero anteriore, la volontà materia esteriore.

La conferenza prima e la mostra poi, affrontano la concezione del caos nell’arte e nella scienza. Nell’arte, l’astrattismo cerca nuovamente l’espressione di un invisibile e di un apparentemente illogico, ma che studia al contempo la luce; nella scienza, lo studio delle origini dell’universo, nella formazione dello spazio. Philippe Daverio e Giulio Giorello hanno così presentato il quadro filosofico-scientifico che sta alla base della visione del mondo dell’artista, mentre Stefano Moriggi ha illustrato il lavoro di Renzo Bergamo e le sue tappe fondamentali.

La produzione di Renzo Bergamo si può suddividere in sette periodi artistici: giovanile (1947-1950), arcaico (1950-1960), concetti cosmici (1960-1969), astrarte (1970-1979), immagine e somiglianza (1980-1989), estetica del caos (1990-2000), archeologia cosmica (2000-2004). E proprio il periodo che copre gli anni Novanta è quello in mostra, che si apre però con un acquerello del 1982, intitolato ? che rappresenta il Mistero. Un mistero che ricorre in tutta l’opera di Bergamo e che si traduce nello splendido uso dei colori.

Estetica Etica e Caos sono solo frammenti della nostra universalità.

Dal punto di vista espositivo, l’allestimento della mostra appare perfettamente riuscito. I quadri sono disposti all’interno delle sei sale in modo coerente e piacevole, permettendo la fruizione di ogni singola opera d’arte. L’espediente utilizzato è una struttura semicircolare di cartongesso bianco che isola ogni realtà pittorica in un piccolo frammento di spazio. Per ogni postazione, una targhetta esplica il nome dei quadri, l’anno e l’ordine in cui vanno fruiti. Le opere vengono così vissute contemporaneamente come una tappa di un percorso e come un’esperienza isolata.

Nella terza sala, i quattro dipinti – bozzetti preparatori senza nome – sono disposti ognuno esattamente di fronte a uno specchio, accentuando l’esperienza del caos e dell’energia dei colori. La quinta – e penultima – sala accoglie due gigantografie di due testi autografi che rappresentano alcuni pensieri di Renzo Bergamo. Bellissima l’idea di far prendere vita anche agli appunti manoscritti, alle frasi, ai pensieri compiuti. Gentilissimi, come sempre, gli animatori che ci hanno accompagnato nel percorso espositivo con disponibilità. Ottimo, infine, il materiale cartaceo informativo che – riprendendo i testi del sito ufficiale e la biografia – propone in un bel formato tabloid contenuti esplicativi in italiano e in inglese e una utile mappa.

Splendida la tela circolare intitolata L’occhio del verde finocchio, nella cui sala è presente un video di analisi in cui intervengono Philippe Daverio e Giulio Giorello. Il ringraziamento più grande va quindi rivolto alla moglie Caterina Bergamo e all’Archivio Renzo Bergamo. Prima della fine della mostra – un percorso circolare che termina all’inizio, proprio dal quadro ? – una sala oscurata presenta Renzo Bergamo in un video, alle prese con la pittura e con la composizione musicale; il filmato dimostra la sensibilità di un uomo che va al di là dell’acquerello e coinvolge ogni aspetto della vita umana.

Link:
Archivio Renzo Bergamo
Intervista a Piergiorgio Odifreddi

5 Novembre 2007

Steampunk Electric Mirabilia

Scritto da Matteo Aversano
If Edison had a needle to find in a haystack, he would proceed at once with the diligence of the bee to examine straw after straw until he found the object of his search… I was a sorry witness of such doings, knowing that a little theory and calculation would have saved him ninety percent of his labor.

Nikola Tesla - 1931

È come dovrebbe essere insegnata la scienza ai ragazzi: un flusso di passioni, una serie di sfide contro l’ignoto e contro l’inventore rivale; una semplificazione, forse, ma capace di trasmettere interesse e curiosità verso un mondo che a troppi appare solo come un agglomerato di formule, numeri ed esponenti.

teslaPaolo Brenni ha saputo imbrigliare l’attenzione del pubblico, numeroso, che ha voluto seguirlo nel confronto tra due grandi scienziati del secolo scorso: Thomas Edison e Nikola Tesla. Non è stato solo un viaggio attraverso le scoperte e le rivalità personali tra i due geni dell’elettricità, ma anche un percorso nella vita del tempo: i salotti e l’alta società, la vita di laboratorio e la percezione del grande pubblico delle due figure, con Edison sacralizzato sin dall’adolescenza e Tesla prima considerato un divo, quasi uno stregone, e poi dimenticato, ormai anziano e povero.

La guerra delle correnti è stata una conferenza coinvolgente, che ha unito in un’unica narrazione le vicende e gli scontri legati ai due inventori. Le angherie e le scorrettezze, i colpi bassi che si sono susseguiti tra Edison e Tesla non sono solo il condimento di una storia, ma sono il fulcro e il nervo della vicenda stessa, in quanto la scienza è sì fatta di prove, errori e calcoli, di vite spese in laboratorio, ma è anche legata al mercato, all’economia, al progresso e al profitto. La corrente continua di Edison si trovava così in conflitto con la più dinamica e conveniente, ma letale, corrente alternata di Tesla.

Una collaborazione brevissima tra i due scienziati, poi la rottura e la corsa alla ricerca di fondi, sovvenzioni, sponsorizzazioni; la quantità di invenzioni e brevetti sfornati da entrambi i protagonisti della storia è impressionante, come impressionanti sono le teorie di Tesla, ammettiamolo: il fascino di poter trasmettere energia elettrica senza fili, poter alimentare a distanza, a grande distanza, apparecchiature che necessitano di elettricità è sicuramente un tema che ancora oggi cattura l’immaginazione di molti.

Sedersi in una sala con il proprio computer portatile e non doversi collegare ad acuna presa di corrente, avere sistemi di trasporto pubblici completamente automatizzati ed alimentati senza alcun cavo sospeso, sono solo alcune delle suggestioni che grazie a Tesla avremmo potuto realizzare, forse. Va comunque detto che Nikola Tesla è il padre della corrente alternata, la corrente che tutti i giorni entra nelle nostre case, che può attraversare enormi distanze, così come Edison è uno dei padri dei più importanti strumenti legati all’elettricità che oggi utilizziamo, dalla lampadina al fonografo, fondamentale antenato dei moderni hi-fi casalinghi.

edisonMa i posteri sembrano ricordare Edison e Tesla in modi molto distanti dalla realtà, mitizzando il primo come il padre assoluto dell’elettricità moderna, simbolo dell’ingegno statunitense e incarnazione del sogno americano (il giovane ragazzino povero ma ricco di inventiva che scala a mani nude la montagna del successo), e il secondo come un sognatore misterioso, custode di grandi segreti dell’elettromagnetismo, portati nella tomba.

Sicuramente ci sono fondi di verità in entrambe le leggende, ma è anche vero che Tesla, per decenni membro della high society americana, dei salotti ricchi tra le quattrocento famiglie più importanti di New York, negli ultimi anni della sua vita ha tentato disperatamente di mantenere vivo il suo stesso mito, a cavallo tra scienza e stregoneria, parlando di raggio della morte, di entità extraterrestri, di levitazione magnetica e molto altro.

Non sapremo mai quanto di vero ci fosse realmente nelle parole dell’anziano e povero Tesla, inseguito dai creditori e dimenticato, dodici anni dopo la morte del suo storico rivale. Edison, invece, lo troviamo elevato agli altari della gloria nazionale, correttamente, certo, ma anche con un’evidente forzatura dei suoi meriti effettivi.

Ciò che si può sicuramente affermare è che la scienza, narrata in questo modo, con passione, con curiosità, come un romanzo avvincente, è capace di catturare l’attenzione di moltissime persone e può, concretamente, annullare la barriera, vera o percepita, che la ammanta e allontana la persona comune, i ragazzi, i curiosi occasionali.

4 Novembre 2007

Earth is the place

Scritto da Matteo Aversano

LifeÈ la prima volta che in Europa viene presentato lo spettacolo Life, avvolgente proiezione delle fotografie naturalistiche di Frans Lanting, musicate da Philip Glass. Al Teatro della Corte di Genova è stata allestita la prima: sul palco, sotto la direzione del maestro Carlo Boccadoro, l’Orchestra Filarmonica di Torino esegue con energia l’accompagnamento musicale, anche se “accompagnamento” è da considerarsi termine improprio. La musica è, infatti, parte e anima integrante dello spettacolo, non è solo valore aggiunto, ma rappresenta il respiro dell’esibizione.

Frans Lanting ripercorre i tre miliardi di anni del nostro pianeta: le sue fotografie, proiettate dinamicamente su tre grandi teli, sono uno spaccato emozionante del divenire terrestre: l’infanzia, con i vulcani irrequieti, la formazione degli oceani e le prime forme di vita. Una corsa attraverso i millenni sino a giungere alla nostra comparsa, uno spicchio minuto di tempo se lo confrontiamo con l’eternità che ci ha preceduti.

Racchiudere in un’ora e mezza un percorso così ampio dell’esistenza della vita, intesa sia come ribollire primordiale del magma, dei vapori nel cielo e delle acque degli oceani, sia come vita in senso stretto, ossia esistenza di esseri viventi mono o pluricellulari, è un’impresa da record. Il Festival della Scienza è ovviamente orgoglioso, primariamente nelle figure di Manuela Arata e Vittorio Bo, che si alternano sul palco per presentare l’evento, di aver ottenuto un simile risultato, ossia di aver potuto offrire al pubblico del Festival la prima europea di Life.

Ma è tutto oro ciò che luccica? Se qualcosa traspare fortemente, al di là della preziosa arte e grande abilità di Lanting, già peraltro apprezzabile nella mostra alla Darsena e nell’ottimo libro Vita, è la ricchezza e il pregio del nostro pianeta midori, un pianeta carico di energia, trepidante di esseri viventi di ogni tipo e forma, un forziere che dobbiamo a tutti i costi conservare e non sperperare.

Lanting è stato anche in grado, e in ciò si rintraccia uno dei più grandi punti di forza del suo lavoro, di trasmettere all’osservatore la dignità e il carattere dei soggetti fotografati: le piante nella loro eleganza, il pianeta nella sua forza e gli animali nella loro vitalità estrema sono onorati dagli scatti discreti ma profondi dell’artista di origine olandese.

Con toni meno entusiastici si può parlare, invece, della colonna sonora e della messinscena dell’opera. Philip Glass è eseguito con grande maestria dall’Orchestra Filarmonica di Torino, ma è la struttura in sé, la musica, che risulta ripetitiva e poco coinvolgente: sostanzialmente ciò che si percepisce è una struttura basilare ripetuta, su cui vengono fatte alcune variazioni (specie con ottoni e percussioni) nemmeno troppo incisive.

Lo spettacolo non è noioso, per carità, ma nemmeno trascinante, da questo punto di vista: la struttura a temi (il tema del volo, delle piante, delle prime forme di vita…) in questi casi non è efficace, poiché alcune sezioni, come Out of the Dark, possono estendersi per quindici, venti minuti e l’accompagnamento risulta, così, ripetitivo.

Altra nota negativa è l’utilizzo poco intelligente dei tre schermi. Se è vero che una semplice proiezione a tutto schermo delle fotografie sarebbe stata, alla lunga, molto noiosa, la scelta fatta di mostrare alcune foto a grandi dimensioni e altre più piccole che si sovrapponevano non è felice. L’effetto di alcune transizioni o animazioni delle stesse, per di più, scade nel ridicolo, per di più, come il criticatissimo canguro (la foto di un canguro si sposta lungo i tre teli rimbalzando, cadendo quindi in un’eccessiva banalizzazione). A volte sono presenti più foto, dai soggetti diversi, che spiazzano lo spettatore, poiché nessuna delle tre risulta apprezzabile appieno. Non insistiamo oltre, ma di certo Life è un ottimo spettacolo il cui potenziale scenico è ridotto da ingenuità visive e da una colonna sonora decisamente poco coinvolgente.

Ma è incredibile come, nonostante ciò, lo spettatore possa tornare a innamorarsi del suo pianeta natale, dei suoi abitanti, delle sue incredibili forze.

4 Novembre 2007

Donne e politica/2

Scritto da Federico Fasce

antonellaDurante la chiacchierata con Antonella sono venuti fuori un po’ di temi interessanti sul rapporto tra Rete e politica.
Antonella è un’esperta nel campo, avendo avuto diverse esperienze negli Stati Uniti ed avendo potuto seguire la campagna elettorale democratica.
È interessante vedere come negli USA Internet non sia utilizzata limitandosi al sito/blog del politico di turno, ma venga sfruttata per creare azioni di lobbying, per fare davvero partecipare i cittadini alla vita politica e per creare spazi di discussione.
Sono poco esperto di politica, ma mi affascina vedere come il tema del lobbying, per fare un esempio, assuma significati praticamente opposti in due contesti culturali diversi.

Ma la Rete davvero ha i numeri per contare qualcosa nella comunicazione politica? Dopotutto il caso di Howard Dean in USA fa pensare: anche in paesi dove la Rete è diffusa, non sembra che questa sia in grado di spostare molti numeri.
Ma forse non si può ragionare solo con le cifre. Progetti interessanti come 10Questions promosso da Techpresident (e descritto su Spindoctor dalla stessa Antonella) dimostrano, mi sembra, che la Rete possa avere un ruolo rilevante nello stimolare la discussione e nel portare agli occhi della politica problemi magari meno conosciuti.

E soprattutto che, proprio attraverso la Rete, possa rendersi più efficace un movimento di cittadinanza attiva.

3 Novembre 2007

Donne e politica

Scritto da Marina Rossi

Antonella Napolitano e Nicla VassalloUn incontro piacevole e in sintonia. Nicla Vassallo, filosofa della scienza di Genova con un Ph.D. a Londra, e Antonella Napolitano (blog) giovane studiosa della comunicazione politica con grande esperienza negli Stati Uniti, si sono incontrate ieri in Loggia, attorno al nostro tavolo di blogger. Molti i temi trattati, dalla politica alle donne, fino alle donne in politica. Una chiacchierata che mostra ancora una volta l’arretratezza dell’Italia nei mezzi e nei contenuti.
Le donne, filosoficamente, sono sempre state considerate inadatte alla politica, perché considerate irrazionali al contrario dell’uomo. Eppure, moltissime hanno sostenuto il potere sia alla luce del sole in monarchie sia imprigionate nell’ombra di molti uomini-presidenti. Perché, dunque, in paesi come il Pakistan e l’India la donna – pur non avendo tutte le libertà occidentali – può raggiungere posizioni di potere elevate, mentre nell’occidente del mondo la situazione pare ancora cristallizzata?
Negli Stati Uniti solo ora con Hillary Clinton una donna – ex donna-ombra – sembra avere buone possibilità di sedersi nello Studio Ovale. Ma la motivazione di questo ritardo è riconducibile a una disomogeneità degli Usa, troppo grandi per essere contemporaneamente rappresentati da una sola figura. Molti stati della federazione sono infatti estremamente democratici e avanzati, mentre molti altri stati sono ancor a un livello sensibile di arretratezza tale da aver rallentato l’ascesa di una donna al potere. Tuttora in Italia, la situazione non è delle migliori; non esistono modelli al di fuori delle veline e i punti di riferimento femminili sono solo bellezza e successo, anzi, sposare il successo. Nelle monarchie nordiche, per esempio, la situazione è nettamente migliore: la figura della regina è, prima di ogni altra cosa, un modello che sblocca la condizione femminile e rende consapevoli le donne che anche le cariche più alte non sono riservate esclusivamente all’uomo. Secondo Nicla Vassallo, proprio per questo motivo è importante che una donna vinca le elezioni – in questo caso Hillary Clinton – nonostante tutto, perché può offrire alternative.
Solo così si possono combattere gli stereotipi di genere. Tra l’altro la differenza di genere non è particolarmente fondata, anzi, finora non è mai stata dimostrata dalla scienza e, fino a quel momento, ogni differenziazione tra uomo e donna appare superficialmente inesatta. Anche l’abituale distanza tra donne e tecnologia è un errore: fin da sempre il genere femminile è stato associato – e spesso relegato – all’uso di strumenti, vuoi la cucina, vuoi la maglia. Nessun ostacolo esiste quindi tra donna e mezzo. Uguale è il concetto con la tecnologia, lo strumento informatico o digitale.
Ma com’è la situazione italiana della filosofia in rete? Ancora molti sono i freni che la comunità filosofica pone qui in Italia: molte mailing list e siti, ma pochissimi blog ancora poco diffusi. All’estero, invece, i blog filosofici, in cui vengono poste domande e risposte, sono uno strumento molto usato e diventano una risorsa: se una volta andavo alla Biblioteca di Londra a consultare volumi, oggi trovo quasi tutto in rete.
Oggi, Nicla Vassallo presenta alle 15:00 ai Magazzini del Cotone il libro “Filosofia delle donne” (Laterza, 2007), scritto in collaborazione con Pieranna Garavaso, anch’essa presente all’incontro.

3 Novembre 2007

Dalla ghigliottina al boeing 767

Scritto da Matteo Aversano

11settembreIl terrore. Del buio, della morte, della violenza, una forma esponenziale di insicurezza verso l’ignoto, un senso di precarietà diffuso - infuso dalla e nella nostra stessa natura umana.

Com’è possibile che nelle nostre vite, oggi, all’ordine del giorno sia il terrore, parafrasando il titolo della conferenza tenutasi al Histoire Cafè Garibaldi? Dalla paura per gli aumenti dei costi, delle riduzioni salariali sino al terrore su vasta scala strumentalizzato, a impianto globale, buono per fomentare planetarie partite a Risiko alimentate dal nero del petrolio e dal rosso della violenza, gran parte del bisogno di sicurezza crescente deriva da un sapiente e spinto utilizzo elitario del terrore.

Nell’incontro con Daniele Giglioli, introdotto da Francesco De Pretis, percorriamo un cammino lungo la storia della paura di massa: dal soverchiamento della società francese, durante la Rivoluzione e il Terrore, sino alla grande mediatizzazione dell’attentato terroristico post undici settembre. E’ un percorso estremamente complesso, che annoda i fili dell”irrazionalità umana e del freddo calcolo politico, è soprattutto una storia che denota un passaggio strategico dal sentimento di valenza puramente psicologica a una precisa arma politica, che smuove gli istinti bassi delle folle e della gente verso gli interessi delle lobby, capace di spostare voti e lasciare approvare, senza colpo ferire, leggi anticostituzionali e degradanti.

Ma cosa sia realmente il terrore oggi, e specialmente il temuto e onnipresente terrorismo, è una domanda complessa, in realtà. Assistiamo sicuramente a una disgregazione di quanto ci sia di realmente materiale e tangibile nella minaccia internazionale: il terrorismo diviene una sorta di costellazione lontana, una sfera di influenza sulla nostra realtà; è uno spettro, di quelli banali col lenzuolo bianco e i buchi per gli occhi, agitato sapientemente da fili più o meno sottili, una distrazione utile per spingere l’opinione pubblica nelle direzioni più convenienti al potere.

I network principali si appoggiano alle immagini cruente dei postumi di un attentato esattamente come si appoggiano a produttori di format e contenuti: il terrorismo ha un palcoscenico privilegiato su ogni televisore del pianeta, le immagini vengono lanciate da ogni canale possibile e immaginabile e il ritorno pubblicitario per la grande Spectre di Osama BinLaden (probabilmente altrettanto fantomatica quanto l’avversaria di James Bond) è un fenomeno più unico che raro; il terrorismo vive di mostri lontani e di asettiche immagini televisive dalla scena di un attentato, supera le barriere linguistiche grazie ai video dei telegiornali che moltiplicano l’effetto psicologico di un attacco, come una cassa di risonanza mediatica.

E’ l’a-criticità il vero pericolo: dalla gestione del fenomeno terrorismo, specie dopo gli attentati del 2001, gli spunti per svelare e denunciare la scarsa consistenza del pericolo effettivo, della manipolazione degli attacchi alle twin towers e dell’utilizzo politico - bellico del terrore, si sono moltiplicati, ma non sono stati colti. Anzi, sono stati rimossi progressivamente ed è cresciuta, in modo assolutamente miope, la fabbrica mediatica del terrore, che dopo la farsa afgana e la tragedia irachena si appresta a gettare nell’hit parade internazionale un nuovo nemico, dal peso militare nullo ma perfetto per giocare la parte del babau di turno: l’Iran.

Ciò che potrebbe fermare una simile spirale di menzogne e paure socialmente inoculate è una maggiore comprensione reale e, a suo modo, scientifica del fenomeno terrorismo; un’analisi che Giglioli compie minuziosamente, dispiegata attraverso le pagine della letteratura classica e moderna che ha saputo a più riprese analizzare, mitizzare dove serve e, più spesso, applicare una ragionevole critica ai fenomeni di terrore collettivo, ai grandi spaventapasseri, ai cattivi dalla pelle diversa dalla nostra, umanamente o politicamente.

2 Novembre 2007

A Genova, In Africa

Scritto da Marina Rossi

In AfricaIn Africa sarà probabilmente una delle mostre più frequentate del Festival. Eppure, se proviamo a chiedere ai passanti alcune opinioni in proposito, in pochi sanno di averla visitata. Non per questo, però, è meno apprezzata.

La mostra fotografica è situata in Piazza Caricamento – nell’area pubblica che si distende tra Palazzo San Giorgio e l’Acquario – e raccoglie scatti di Alessandro Bee, fotografo naturalista. Le immagini raccontano la vita nel continente africano, attraverso semplici sguardi, espressioni e gesti degli abitanti e degli animali. Un pannello riporta le parole di Jane Goodall e illustra il significato della mostra.

Ma, al di là delle belle foto, la mostra ha un’ulteriore forza, l’allestimento. La posizione centrale e all’aria aperta, ma soprattutto la scelta di disporre i pannelli in postazioni a forma di parallelepipedo, sfrutta intelligentemente la piazza. In qualsiasi posizione ci si trovi, si scorgono almeno quattro o cinque immagini differenti, creando un vero ambiente di immersione nel mondo dell’Africa. Questa mostra – così come molti altri eventi in questi giorni – crea un valore per la città.

1 Novembre 2007

That’s Life

Scritto da Federico Fasce

lifeChe la fotografia sia prima di tutto emozione è cosa risaputa.
La mostra itinerante di Life, composta da una selezione di immagini del fotografo californiano Frans Lanting, è, in effetti, emozione allo stato puro.
L’idea è trasformare la fotografia naturalistica in un affascinante viaggio nel tempo e nello spazio, riscoprendo analogie e parallelismi.

L’allestimento nella palazzina Caffa, dalle parti della Darsena, è eccellente. Le fotografie, protette da una lastra di plexiglass e perfettamente illuminate, risultano perfettamente valorizzate. Ma lo sarebbero in qualsiasi contesto, tanto è raffinato il lavoro di Lanting. Rettili, mammiferi, microrganismi, piante si mostrano in tutta la loro bellezza, raccontando la storia del nostro pianeta. È il caso delle tartarughe e dei tuatara, veri e propri fossili viventi.
I colori di questa mostra rendono opera d’arte ogni scatto: i verdi, i rossi, i gialli e gli azzurri sono tanto vivi da sembrare incredibili, e dipingono un mondo tutto da scoprire.

Non sono un patito delle mostre di fotografia, ma questa è così potente da non lasciare indifferente nessuno. La meraviglia della natura in sali d’argento, insomma.

Appena rientrato in Loggia mi sono assicurato della qualità del libro collegato alla mostra. È ottimo e ha un prezzo abbordabile, cosa rara per i cataloghi delle mostre, spesso restii a far vedere al pubblico più dello stretto necessario. Spesso a tutta pagina, stampate su carta di qualità, le fotografie sono molte più di quelle presentate in mostra.

Il sito del progetto comprende anche la possibilità di scaricare le stock photo di Lanting, ma non ho idea di quali siano i prezzi, dal momento che dipendono dall’uso che si intende farne. Ho idea che usarle come wallpaper non sia un’opzione contemplata. Fossi in lui penserei a vendere (o magari, perché no, a regalare) pacchetti di sfondi per il desktop. Le sue foto sembrano fatte apposta. Oltre al digitale, esiste anche l’analogico; volete quel meraviglioso scatto del tarsio che vi ricorda tanto un alieno? Potete averla, ma ovviamente dovrete essere preparati a spendere un po’. Ma l’arte di Frans Lanting davvero non ha prezzo.

Andate. A. Vedere. Life.
Subito.

1 Novembre 2007

Tomorrow. Il futuro sensibile

Scritto da Marina Rossi

La mela reintegrata di PistolettoIl palazzo della Borsa è avvolgente, dà il fianco a via xx settembre e si affaccia su piazza De Ferrari. Dalla pianta circolare, la Borsa è da sempre la location che preferisco. Saranno le vetrate, le colonne, le nicchie disposte su tutto il perimetro interno; ogni volta che calpesto quei pavimenti lucidi, scorre un brivido di emozione e mi manca il fiato. Quella sala, così ampia da impedirti di respirare, si chiama Sala delle Grida. Ironico.

Come perdersi, dunque, Tomorrow. Il futuro sensibile situato proprio nella sala?

Una mostra concettuale, arte che addita ai nostri comportamenti incivili di abitanti della Terra. Una mostra che urla e che ricorda che domani, sì domani, qualcosa potrebbe cambiare. In meglio, in peggio. Per merito nostro, o per colpa nostra.

La mela gigante campeggia al centro della sala, tre metri per tre. È bianca e soffice, ricoperta di vello di pecora. È come la mela del peccato, morsicata e poi ricucita con punti metallici che tengono insieme artificialmente bocconi di natura. Si tratta della Mela reintegrata di Pistoletto. Mentre l’installazione Paradise di Yi Zhou proietta su un soffitto di stoffa, ombre di una rinascita in bianco e nero.

Dal concetto, si passa subito all’azione. Second Life diventa un mezzo con cui si possono presentare i progetti di sviluppo sostenibile. Come EnelPark, un’isola virtuale nata lo scorso 24 luglio e interamente dedicata al programma per ambiente di Enel, sponsor della mostra insieme a National Geographic che presenta un planisfero multimediale. Ecco infine i materiali da toccare con mano. Concettuale, virtuale, reale. In venti minuti, Tomorrow accompagna il visitatore in strati successivi dell’essere.