8 Novembre 2007

Il sonno del blogger

Scritto da Marina Rossi

Tra le iniziative meno conosciute del Festival c’è anche Scienziati nelle scuole, un ciclo che disegna un punto di incontro personalità del mondo scientifico e gli studenti genovesi, il tutto inserito nell’ambito scolastico. Non sono i ragazzi ad andare ad ascoltare i relatori, ma sono i ricercatori stessi a trovarsi a discutere della propria esperienza nelle aule magne dei licei. L’obiettivo è quello di portare la scienza nelle scuole, attraverso gli occhi delle singole persone. E rendere umana la scienza è, come già abbiamo avuto modo di vedere, uno dei modi migliori per suscitare curiosità nel grande pubblico e soprattutto nei ragazzi che domani si troveranno a decidere del proprio futuro.

Lunedì scorso, era in programma per il liceo scientifico Leonardo Da Vinci l’intervento di Giorgio Vallortigara, neuroscienziato ed etologo che studia – tra le altre cose – anche il sonno negli animali. Ma l’incontro non c’è stato, a causa di un allagamento doloso. Dei vandali hanno infatti rotto alcuni termosifoni, aperto i rubinetti e svuotato anche gli estintori, rendendo così la scuola inagibile. Mille studenti sono stati rimandati a casa e così anche il relatore.

Giorgio VallortigaraPer difficoltà concatenate, anche l’intervento dello stesso Giorgio Vallortigara in Loggia stava per essere annullato, ma – fedeli al nostro nome di blogger d’assalto – abbiamo raggiunto il professore qualche minuto prima della sua conferenza all’Acquario di Genova, Il sonno negli animali e nell’uomo. Approfittando della sua disponibilità abbiamo così chiacchierato delle fasi del sonno e del rapporto che questo ha con la memoria dell’uomo e degli animali.

La prima questione è già molto complessa: perché si dorme? Si ritiene che il sonno serva per recuperare le energie perdute, eppure, quando le persone rinunciano volontariamente al sonno, non subiscono conseguenze importanti, al di là dello stress e la sonnolenza, risolvibile con i microsonni. L’ultimo record mondiale di deprivazione del sonno è di 11 giorni (264 ore consecutive di veglia), ottenuto da Randy Gardner nel 1964.

Dal punto di vista etologico, invece, il sonno viene considerato con una duplice funzione: da un lato serve per regolare l’attività biologica, scandendo i tempi del giorno, dall’altro lato è una misura di sicurezza dei predati (che dormono poco come gli animali da pascolo) che si difendono con la veglia, rispetto ai predatori (dormiglioni come il gatto). Ogni tipo di essere vivente ha perciò un diverso rapporto con il sonno, come il delfino che, dovendo riemergere in superficie per respirare, dorme con un occhio aperto, alternando così il riposo di ogni emisfero laterale.

Ciò che risulta interessante è invece come la deprivazione della fase REM sia dannosa per l’uomo. Nonostante sia ancora un mondo completamente da scoprire, si pensa che la fase REM possa avere due ragioni distinte, consolidare la memoria e ripulire la rete corticale, eliminando ricordi superflui. Perciò, la deprivazione totale del sonno porta con sé ancora molti interrogativi. È indubbio, però, che ci sia un forte legame tra sonno e memoria, anche se non si sa di quale natura esso sia.

L’ultima parte della chiacchierata si delinea spontaneamente: qual è il suo rapporto con la rete? Giorgio Vallortigara ci risponde che sì, usa molto il web sia come risorsa scientifica che come luogo di relazioni. La comunità scientifica c’è ed è anche molto attiva. Inoltre, non si usa la rete solo per ragioni di studio ma anche come passatempo. Una ventata di positività nell’ultimo giorno in Loggia.

4 Novembre 2007

Tra scienza e impresa

Scritto da Federico Fasce

Ospite in Loggia Paolo Valdemarin, imprenditore e fondatore di Evectors, realtà italiana che si occupa della gestione della conoscenza per le intranet di grandi aziende.

Paolo ValdemarinIniziamo con Paolo la nostra chiacchierata da un punto di vista completamente inedito: il rapporto, talvolta difficile, tra Rete e aziende.
L’idea di Valdemarin è che nella nuova azienda debba cadere il mito della riservatezza delle informazioni. Numerosi casi di studio dimostrano che, invece, un flusso informativo continuo su quello che fanno e come vivono i vari dipendenti non solo sia in grado di creare maggior valore, ma anche di migliorare i rapporti umani tra le persone e a tenere alto il morale.

Rapidamente quindi ci si sposta su due grandi problemi della Rete: la mole informativa e l’autorevolezza. Paolo Valdemarin cita Stowe Boyd e l’idea del flusso informativo; viviamo immersi nell’informazione, ma non è difficile selezionare quella rilevante. Paolo utilizza lettori di feed RSS su ogni device, fisso o mobile, che lo permetta. In questo modo riesce sempre ad essere aggiornato su quello che succede nel mondo, addirittura senza passare, direttamente, per le grandi testate online.

Francesco Bollorino, consulente per il Comune di Genova sul progetto città digitale, non è d’accordo: per quanto riguarda l’informazione medica, sarebbe necessario un bollino di validità che discrimini l’informazione scientifica corretta da quella errata.

Paolo Valdemarin risponde che, nel momento in cui una persona vive in rete, riesce a discriminare le informazioni, dal momento che esse vengono filtrate dal suo stesso social network. Certo, esiste un problema di imprecisione di certe informazioni, ad esempio quelle mediche. Ma va da sé che in questi casi è comunque meglio rivolgersi ad uno specialista.
Paolo prosegue spiegando come, quando una persona è coinvolta in un argomento tenda ad essere molto più precisa: è il caso di alcuni forum che mettono in contatto malati di cancro, e le cui informazioni si rivelano più corrette delle riviste scientifiche.

L’autorevolezza è generata dallo stesso social network. Nel momento in cui si conoscono le persone, ci si fida di loro. il meccanismo è sempre quello della fiducia. E forse, spiega Paolo, è preferibile un mondo dove tutti possano dire la loro a costo di un elevato rumore a uno controllato da una non meglio specificata autorità.

Come risolvere il problema della mancanza di concorrenza? Lo scenario di oggi vede alcune aziende accentrare il loro potere, e in Rete sembra funzionare meglio un modello nel quale tutti fanno riferimento a un singolo servizio, piuttosto che un più sano modello concorrenziale. Per Paolo tutto questo non è un problema. La natura aperta della Rete fa sì che i costi per cambiare servizio siano molto bassi e che sia naturale, nel tempo, un certo ricambio. Se Google dovesse passare al lato oscuro della forza, probabilmente non potrebbe fare più affidamento su tutte quelle persone che a Google conferiscono valore.

Ringraziamo Paolo Valdemarin per l’intervento stimolante e Francesco Bollorino per avere stimolato una discussione problematica e interessante.

4 Novembre 2007

Donne e politica/2

Scritto da Federico Fasce

antonellaDurante la chiacchierata con Antonella sono venuti fuori un po’ di temi interessanti sul rapporto tra Rete e politica.
Antonella è un’esperta nel campo, avendo avuto diverse esperienze negli Stati Uniti ed avendo potuto seguire la campagna elettorale democratica.
È interessante vedere come negli USA Internet non sia utilizzata limitandosi al sito/blog del politico di turno, ma venga sfruttata per creare azioni di lobbying, per fare davvero partecipare i cittadini alla vita politica e per creare spazi di discussione.
Sono poco esperto di politica, ma mi affascina vedere come il tema del lobbying, per fare un esempio, assuma significati praticamente opposti in due contesti culturali diversi.

Ma la Rete davvero ha i numeri per contare qualcosa nella comunicazione politica? Dopotutto il caso di Howard Dean in USA fa pensare: anche in paesi dove la Rete è diffusa, non sembra che questa sia in grado di spostare molti numeri.
Ma forse non si può ragionare solo con le cifre. Progetti interessanti come 10Questions promosso da Techpresident (e descritto su Spindoctor dalla stessa Antonella) dimostrano, mi sembra, che la Rete possa avere un ruolo rilevante nello stimolare la discussione e nel portare agli occhi della politica problemi magari meno conosciuti.

E soprattutto che, proprio attraverso la Rete, possa rendersi più efficace un movimento di cittadinanza attiva.

3 Novembre 2007

Donne e politica

Scritto da Marina Rossi

Antonella Napolitano e Nicla VassalloUn incontro piacevole e in sintonia. Nicla Vassallo, filosofa della scienza di Genova con un Ph.D. a Londra, e Antonella Napolitano (blog) giovane studiosa della comunicazione politica con grande esperienza negli Stati Uniti, si sono incontrate ieri in Loggia, attorno al nostro tavolo di blogger. Molti i temi trattati, dalla politica alle donne, fino alle donne in politica. Una chiacchierata che mostra ancora una volta l’arretratezza dell’Italia nei mezzi e nei contenuti.
Le donne, filosoficamente, sono sempre state considerate inadatte alla politica, perché considerate irrazionali al contrario dell’uomo. Eppure, moltissime hanno sostenuto il potere sia alla luce del sole in monarchie sia imprigionate nell’ombra di molti uomini-presidenti. Perché, dunque, in paesi come il Pakistan e l’India la donna – pur non avendo tutte le libertà occidentali – può raggiungere posizioni di potere elevate, mentre nell’occidente del mondo la situazione pare ancora cristallizzata?
Negli Stati Uniti solo ora con Hillary Clinton una donna – ex donna-ombra – sembra avere buone possibilità di sedersi nello Studio Ovale. Ma la motivazione di questo ritardo è riconducibile a una disomogeneità degli Usa, troppo grandi per essere contemporaneamente rappresentati da una sola figura. Molti stati della federazione sono infatti estremamente democratici e avanzati, mentre molti altri stati sono ancor a un livello sensibile di arretratezza tale da aver rallentato l’ascesa di una donna al potere. Tuttora in Italia, la situazione non è delle migliori; non esistono modelli al di fuori delle veline e i punti di riferimento femminili sono solo bellezza e successo, anzi, sposare il successo. Nelle monarchie nordiche, per esempio, la situazione è nettamente migliore: la figura della regina è, prima di ogni altra cosa, un modello che sblocca la condizione femminile e rende consapevoli le donne che anche le cariche più alte non sono riservate esclusivamente all’uomo. Secondo Nicla Vassallo, proprio per questo motivo è importante che una donna vinca le elezioni – in questo caso Hillary Clinton – nonostante tutto, perché può offrire alternative.
Solo così si possono combattere gli stereotipi di genere. Tra l’altro la differenza di genere non è particolarmente fondata, anzi, finora non è mai stata dimostrata dalla scienza e, fino a quel momento, ogni differenziazione tra uomo e donna appare superficialmente inesatta. Anche l’abituale distanza tra donne e tecnologia è un errore: fin da sempre il genere femminile è stato associato – e spesso relegato – all’uso di strumenti, vuoi la cucina, vuoi la maglia. Nessun ostacolo esiste quindi tra donna e mezzo. Uguale è il concetto con la tecnologia, lo strumento informatico o digitale.
Ma com’è la situazione italiana della filosofia in rete? Ancora molti sono i freni che la comunità filosofica pone qui in Italia: molte mailing list e siti, ma pochissimi blog ancora poco diffusi. All’estero, invece, i blog filosofici, in cui vengono poste domande e risposte, sono uno strumento molto usato e diventano una risorsa: se una volta andavo alla Biblioteca di Londra a consultare volumi, oggi trovo quasi tutto in rete.
Oggi, Nicla Vassallo presenta alle 15:00 ai Magazzini del Cotone il libro “Filosofia delle donne” (Laterza, 2007), scritto in collaborazione con Pieranna Garavaso, anch’essa presente all’incontro.

2 Novembre 2007

I due del Festival

Scritto da Federico Fasce

Manuela Arata e Vittorio Bo si sono prestati con grande simpatia ed entusiasmo alla tortura della loggia.
Seduti sullo splendido divano artistico che oggi attirava più visitatori del solito hanno raccontato, più o meno a ruota libera, le loro vite, come sono arrivati al Festival e come funziona, oggi, questo evento-medium che dopo cinque anni sembra giunto a una definitiva maturità.
Manuela e Vittorio
Vittorio e Manuela hanno seguito percorsi di vita molto diversi: un taglio più dirigenziale per Manuela, che ha seguito i lavori di un centro di ricerca dopo aver lavorato per Ansaldo, più umanistico per Vittorio, filosofo e letterato, fondatore della casa editrice Il Melangolo nel 1989.

Il Festival nasce, come spesso accade per eventi di questo tipo, con un salto nel buio. È il 2003, il sindaco di Genova vorrebbe spostarlo all’anno successivo, nel quale Genova sarà Capitale della Cultura, ma Vittorio e Manuela insistono: se si vuole fare, che si inizi subito.

È andata bene, e oggi il Festival è uno degli appuntamenti più importanti della città, in grado di mobilitare 650 animatori divisi per 500 eventi. Ma come viene scelto un evento? Dalla seconda edizione in poi è stato lanciato un call for proposal, che ha luogo immediatamente dopo la fine del Festival. Attraverso successive scremature si arriva alla lista finale e si inizia l’organizzazione vera e propria.

Ma perché così tanti eventi? Non saranno troppi? Domande legittime, che arrivano anche dal mondo politico. Per Manuela Arata volare bassi significa rimanere chiusi nella città, non riuscire ad aprirsi all’esterno. Non solo: l’idea di entrambi è che il Festival sia come la televisione. Deve essere un mezzo caro al pubblico, pervasivo e in grado di offrire un bouquet di eventi più ampio possibile, in modo da favorire le diverse inclinazioni del pubblico e di generare nelle persone un effetto di insoddisfazione positiva che invoglia a tornare.

Le conferenze non sono volutamente tenute da divulgatori, a parte alcune eccezioni. Per presidente e direttore è importante che siano gli scienziati stessi a parlare alle persone, a raccontarsi. Costringerli a condividere le loro esperienze con il pubblico abbandonando il linguaggio tecnico può servire a smorzare quel senso di casta che a volte aleggia intorno alla comunità scientifica. E il coinvolgimento del pubblico è fondamentale: come fa notare Manuela, no public awareness, no money.

Quali sono state le scelte vincenti? Il periodo, innanzitutto, lontano dai convegni scientifici, ma incastonato in un ponte che permette alle persone di muoversi con maggiore libertà. E soprattutto, racconta Vittorio, l’idea di collocare gli eventi in un’area cittadina molto vasta, sul modello di altre manifestazioni simili.

Come sono le giornate di Vittorio e Manuela? Decisamente pesanti, soprattutto nei primi giorni: bisogna sistemare in fretta quello che non funziona e cercare di arrivare a regime prima possibile. Subito dopo, spazio alle public relation. Più piacevoli, forse, ma non meno faticose. Durante i giorni del Festival si dorme comunque poco.

I progetti per il futuro sono molti, incidentalmente legati anche a questa piattaforma. Si va da una sorta di book digitale del Festival, che ne raccolga gli highlight, a un consolidamento del blog e degli eventi a esso correlato, magari con l’istituzione di chicchierate periodiche sul modello di quelle provate in Loggia. Ci ragioneremo insieme. Niente Festival permanente: non sarebbe una mossa vincente a causa soprattutto dei costi di mantenimento. Esistono però realtà permanenti legate al Festival, piccole ma molto interessanti: è il caso di Matefitness, il laboratorio di matematica ospitato da Palazzo Ducale.

La chiacchierata si chiude con una domanda curiosa, che moltissimi frequentatori del Festival hanno posto agli animatori in questi giorni: cosa significa il logo del Festival della Scienza?

Lo spiega Vittorio: l’asterisco, con la sua funzione di richiamo, dà l’idea della moltitudine di eventi sparsi per la città e fuori. Torna ancora il concetto di medium molto caro al direttore. Le parentesi quadre lo racchiudono in una sorta di fermo immagine, uno still life scientifico.

Da parte nostra, i migliori auguri per migliorare ancora uno dei pochi eventi che ancora conferiscono valore a una città chiusa come Genova, e un ringraziamento a entrambi per il (molto) tempo concessoci.

1 Novembre 2007

La loggia si anima

Scritto da Marina Rossi

Simona MoriniSimona Morini insegna alla facoltà di design IUAV di Venezia la teoria delle decisioni razionali e dei giochi, ma la sua formazione dimora nella filosofia della scienza. Il suo è uno sguardo trasversale che abbraccia la scienza con passione e consapevolezza, e che riesce contemporaneamente a comunicare agli altri questo stesso amore per la scienza.

Proprio questa passione ha condotto Simona Morini al Festival della Scienza, attraverso il ciclo di eventi “Vite appassionanti”, conferenze dedicate alle figure di scienziati che si sviluppano secondo due modalità: da un lato le Vite perpendicolari di personaggi che hanno effettuato scelte diverse in diversi campi, da un lato i Salotti scientifici che presentano la figura di uno scienziato attraverso gli occhi di un “non scienziato”.

L’idea di narrare il personaggio, al posto delle classiche teorie, nasce da una visita a un palazzo ottocentesco di via Roma proprio qui a Genova. Quattro quadri appesi alle pareti rappresentano altrettanti personaggi della storia scientifica in momenti intimi e perfino drammatici della loro vita: Galileo Galilei morente, Alessandro Volta intento a riordinare il tavolo, Archimede sul punto di essere arrestato, Cristoforo Colombo stancamente steso sul divano. Raccontare le biografie è un modo fantastico per avvicinare la scienza alle persone, distruggendo quell’aura di sacralità che molto tempo fa ha posto un muro tra gli uomini e gli studiosi.

L’esperienza del Festival, ci racconta Simona Morini, ruota attorno al piacere di mostrare le cose, non solo di scriverle. Proprio per questo, in occasione della scorsa edizione del Festival ha curato una mostra sugli specchi mentre, le Vite appassionanti sarebbero dovute essere spettacoli teatrali. Il risultato finale è un misto di generi che si influenzano magicamente a vicenda e che portano costumi di scena anche nel mezzo di una conferenza.

Ecco i concetti che più ci hanno affascinato durante l’incontro con Simona Morini. Parafrasando un’idea di Edoardo Boncinelli, ciò che accomuna questi grandi uomini e pensatori è l’ossessione, un’ossessione creativa che si sviluppa dalla curiosità di perseguire una strada. Se analizzati da questa prospettiva, gli scienziati appaiono molto più umani di quanto non si tenda credere. È necessario comprendere proprio l’umanità di questi personaggi, la soggettività delle loro ricerche e la spinta creativa che va ben oltre la teoria.

Troppo spesso, si considerano le teorie o le idee scientifiche come preesistenti, in attesa semplicemente di qualcuno in grado di scoprirle. In realtà non si tratta di un processo così diverso dalla creazione di un saggio letterario; la scienza nasce dagli incontri, dalle relazioni, dalle controversie in grado di generare valore per la comunità scientifica e civile. Controversia e concorrenza esclusivamente costruttiva e non distruttiva come quella che caratterizza l’attuale situazione italiana, in cui è perfino difficile individuare una comunità scientifica. Bisogna cambiare metodo di lavoro per dar vita a una comunità scientifica. Bisogna condividere, confrontarsi, anche scontrarsi, ma senza mai danneggiare il valore generale per il vantaggio del singolo.

1 Novembre 2007

Il jazz nello spazio

Scritto da Marina Rossi

Space is the place è uno spettacolo di improvvisazione musicale che, attraverso le suggestioni del jazz e le immagini del cosmo, accompagna il pubblico in un viaggio verso lo spazio profondo. Sei le tappe del viaggio: la nascita dell’universo, il sistema solare, i viaggi spaziali, lo spazio profondo, la luna e gli alieni.

Furio di Castri nella LoggiaFurio di Castri (contrabbasso e live electronics) e Jon Balke (piano, tastiere, live electronics e samples) raccontano così il rapporto tra jazz e scienza. Il jazz è un linguaggio e perciò è distante dal mondo scientifico perché composto da improvvisazioni che seguono una grammatica, così come il linguaggio parlato. Le improvvisazioni si muovono lungo due dimensioni: lo spazio e il tempo. Non si tratta però di concetti scientifici; il tempo è il ritmo – che non è astratto come nella musica classica – e lo spazio è il luogo in cui vengono messi i suoni. Il jazz è quindi uno spazio astratto, ma anche uno spazio profondo.

Contemporaneamente, esiste la scienza del jazz, ovvero il concetto di esplorazione e di sperimentazione. Così come lo scienziato esplora la realtà scoprendo ciò che ancora non si conosce, il jazz esplora il campo musicale attraverso l’esperienza individuale e quella interattiva. Ma il jazz è anche magia che evoca diversi livelli di interpretazione. E il confine tra scienza e magia è sempre molto sottile.

Chiediamo a Furio e Jon quale sia il loro rapporto con la tecnologia, e in particolare con le culture di rete. Furio prende la parola, spiegando come il computer sia molto presente nella sua vita, non solo per la sua professione, ma anche per i contatti con l’esterno. Fino a ieri il mezzo principale era l’email, oggi usa molto MySpace, che vede come una contaminazione tra la posta elettronica e il sito della band. Perché proprio MySpace? Furio ammette di essersi avvicinato alla piattaforma per caso: continui inviti da parte di amici e conoscenti l’hanno, alla fine, portato a iscriversi al servizio. Inoltre, per la musica, MySpace è un mondo ricco di contatti, un modo per conoscere altre realtà creative. In fondo, conclude Furio di Castri, MySpace – così come YouTube – è uno dei tanti esperimenti. Pubblicare musica a costo zero può creare un eccesso di contenuti; Jon Balke ci consiglia un libro in proposito, “La coda lunga” di Chris Anderson. Si tratta di un volume molto noto a chi si interessa di culture di retee di un manuale indispensabile per chi vuole capire come si sta evolvendo il mercato grazie all’internet. Ma come sarà davvero il mercato della musica domani, è ancora da scoprire.

1 Novembre 2007

Se Maometto non va alla montagna

Scritto da Federico Fasce

Giulio GiorelloQualche giorno fa, lo sapete, è successo che non sono riuscito ad arrivare alla conferenza “La scienza tra le nuvole”. Il post che scrissi per l’occasione è stato commentato dal professor Giulio Giorello, che ha chiesto un incontro chiarificatore. Ovvio che non ce lo siamo fatti ripetere, e abbiamo immediatamente invitato il professore nell’area blogger per una chiacchierata.

Appena possibile, vale a dire nel tardo pomeriggio di oggi, Giulio Giorello si è presentato sorridente in loggia, dopo una giornata decisamente piena (della quale renderemo ovviamente conto). Dopo essersi scusato per l’inconveniente di qualche giorno fa, ci ha fatto gradito omaggio del libro intitolato come la conferenza, e scritto insieme a Pierluigi Gaspa.

Giorello ha accettato con estremo piacere di sedersi al nostro tavolo, e ha cominciato subito a raccontarci il tema della sua conferenza. Ovvero come nel corso degli anni i fumetti abbiano saputo raccontare e divulgare la scienza. Non solo: come la combinazione di immagini e parole tipica del fumetto sia di fatto utilizzata anche nella ricerca scientifica. Non può che venirmi in mente, esempio mirabile delle due visioni, quel Capire il Fumetto di Scott Mc Cloud che è a un tempo un fumetto divertente, un’opera di divulgazione, ma anche un trattato di semiotica molto serio.

Il professore analizza la visione dello scienziato in diversi fumetti, dallo scienziato pazzo e ossessivo che vuole conquistare il mondo a quello buono che è El Morisco di Tex, che si contrappone alla magia (qui vista come imbroglio e gioco di prestigio) del malvagio Mefisto.
Passa poi a citare le grandi graphic novel, con particolare attenzione alle opere di Ottaviani, che ripercorre la vita di Bohr e racconta la nascita della prima bomba atomica. Uno sguardo, insomma, anche sulle vite degli uomini di scienza, il che è un leit motif che sta ritornando costantemente in tutte le nostre chiacchierate.

Proseguiamo ricordando capolavori come Topolino e la banda Tubi, che lessi all’età di sette anni senza capirne una parola, tanto era adulto e intriso degli stilemi del noir, con una vena di ottimismo nel vedere come il fumetto stia riacquistando una certa importanza nel panorama culturale del mondo.

Giulio Giorello considera il fumetto una forma narrativa al pari della letteratura, e osserva come molto spesso sia stato occasione anche di critica sociale. Ricordo Topolino e il computer anticrimine (1984) su testi di Giorgio Pezzin: solo apparentemente parabola antitecnologica, la storia mostrava una Topolinia vessata da inflessibili poliziotti robot controllati da un supercomputer che punivano ogni minima violazione della legge. Una critica sociale sulla cultura del controllo che partiva dal 1984 di Orwell per arrivare al Foucault di Sorvegliare e Punire.

Non posso che chiudere ringraziando Giulio Giorello della disponibilità e di avere replicato la conferenza a uso e consumo nostro e dei lettori di questo spazio, portando di fatto la proverbiale montagna a Maometto.

31 Ottobre 2007

Un ospite prestigioso

Scritto da Federico Fasce

Prestigioso è la parola chiave di questo incontro con Marco Zamperini, vulcanico CTO di Etnoteam. Marco è una persona splendidamente eccentrica, capace di passare dalla battuta alla serietà con una disinvoltura spesso disarmante. È uno che ci sa fare, e infatti la discussione che ne vien fuori è insieme interessate e divertente, e si snoda, partendo dalla Rete, attraverso una girandola di argomenti.
Zamperini
Marco lavora in Argentina e Brasile per un progetto che si occupa di migliorare l’infrastruttura di rete e di portare la banda larga in due paesi molto diversi dal nostro.
È quindi logico partire dalle differenze e dalle similitudini con la situazione della banda larga nel nostro paese.
Scopriamo che le difficoltà, in Argentina e Brasile, stanno nella morfologia del territorio: la sola Buenos Ayres conta metà della popolazione del paese, ed è distribuita non solo nell’area urbana, ma anche nelle periferie e nella provincia, con intervalli di spazio anche di tre-quattrocento chilometri. Ma di cosa parliamo, quando parliamo di banda larga in Argentina? Principalmente, spiega Marco, di una ADSL a 640k, molto inferiore alla media delle connessioni italiane.

Gran parte della popolazione è ancora collegata alla Rete con una connessione via modem e la diffusione del broadband è stata promossa attraverso un percorso contrario a quello italiano: avendo già una televisione via cavo, è stato naturale “aggiungere” ad essa i servizi Internet.

Nonostante la banda larga non sia ancora diffusa, è molto vivo in Argentina e Brasile il Social Networking. Addirittura si passano le notti per uploadare filmati attraverso connessioni PSTN. Forse per questo si è scelto di spingere la banda larga attraverso una serie di video virali che hanno avuto immediatamente un riscontro positivo.

Da lì a passare alla cultura di Rete italiana il passo è breve. Ragioniamo insieme sul perché nel nostro paese l’accesso a internet sia ancora così poco diffuso, e la Rete ancora usata come una grande biblioteca piuttosto che come sistema di relazioni sociali.

Proseguiamo esplorando i media più diffusi nel nostro paese e in Argentina, e la discussione si muove verso il fumetto e la diffusione della lettura. Forse il fatto che in Italia si legga poco, porta a una scarsa partecipazione alla vita di Rete.

C’è spazio per una mia cantonata su Marx, causata forse da un momento di calo di zuccheri e riportata sui binari giusti dal buon Marco Formento.
Salutiamo l’altro Marco, Zamperini, e lo ringraziamo. La sua somiglianza con Wolverine ha un che di impressionante.

30 Ottobre 2007

Comunicazione, rete e politica

Scritto da Federico Fasce

Antonio SofiPiacevole conversazione con Antonio Sofi sulle contaminazioni tra Internet e politica. Antonio è una di quelle persone con le quali si converserebbe per ore, non solo per la sua solida preparazione e per la lucidità intellettuale, ma anche per la straordinaria carica intellettuale.

Durante la discussione abbiamo esplorato il difficile campo della comunicazione politica in Rete, argomento che mi compete solo parzialmente. La formazione sociologica di Antonio traspare nel momento in cui analizza il rapporto tra politico e rete. Internet è un medium esperienziale, al quale non si può accedere senza un’adeguata preparazione. I primi passi dei politici italiani, ci sembra, sono più tesi ad aprire un nuovo canale emittente che a sfruttare la rete per le sue potenzialità che stanno nell’ascolto e nell’interazione.

Ma molto spesso il politico ha un retroscena da difendere, non può essere completamente trasparente. E questo va in qualche modo contro al modo stesso in cui funziona Internet. In effetti i politici che hanno saputo sfruttare davvero la rete a loro vantaggio, poi si sono dimostrati endemicamente refrattari ai media tradizionali. Che però, non si può negare, son quelli che davvero incidono sulla campagna elettorale.

Un dubbio sorge spontaneo: la parte abitata della rete sarà mai in grado di generare numeri tali da incidere sull’agenda politica e da spostare voti?

Non c’è ancora una risposta, a questo quesito. Ma forse è la domanda stessa ad essere scorretta. Non sarà che internet, più che spostare voti, possa costituire uno strumento di relazione in grado di facilitare processi di discussione e di cittadinanza attiva dai quali partire per una migliore cultura politica?