5 Novembre 2007

La fantasia è la figlia ribelle della noia

Scritto da Marina Rossi

Renzo BergamoLa prima domanda che appare naturale è: per quale motivo EstEtica del caos, mostra dedicata alle opere di Renzo Bergamo (1934-2004), si trova all’interno del Festival della Scienza? Innanzitutto l’arte non è poi così distante dal mondo della scienza, ma anzi spesso è proprio l’arte – letteraria o visiva – a essere la prima forma di divulgazione scientifica. Insomma, si tratta del classico dualismo delle culture – quella scientifica e umanistica – che troppo spesso viene professato. Ecco quindi che, tra gli obiettivi del Festival, c’è anche l’approccio artistico alla scienza.

La luce è pensiero anteriore, la volontà materia esteriore.

La conferenza prima e la mostra poi, affrontano la concezione del caos nell’arte e nella scienza. Nell’arte, l’astrattismo cerca nuovamente l’espressione di un invisibile e di un apparentemente illogico, ma che studia al contempo la luce; nella scienza, lo studio delle origini dell’universo, nella formazione dello spazio. Philippe Daverio e Giulio Giorello hanno così presentato il quadro filosofico-scientifico che sta alla base della visione del mondo dell’artista, mentre Stefano Moriggi ha illustrato il lavoro di Renzo Bergamo e le sue tappe fondamentali.

La produzione di Renzo Bergamo si può suddividere in sette periodi artistici: giovanile (1947-1950), arcaico (1950-1960), concetti cosmici (1960-1969), astrarte (1970-1979), immagine e somiglianza (1980-1989), estetica del caos (1990-2000), archeologia cosmica (2000-2004). E proprio il periodo che copre gli anni Novanta è quello in mostra, che si apre però con un acquerello del 1982, intitolato ? che rappresenta il Mistero. Un mistero che ricorre in tutta l’opera di Bergamo e che si traduce nello splendido uso dei colori.

Estetica Etica e Caos sono solo frammenti della nostra universalità.

Dal punto di vista espositivo, l’allestimento della mostra appare perfettamente riuscito. I quadri sono disposti all’interno delle sei sale in modo coerente e piacevole, permettendo la fruizione di ogni singola opera d’arte. L’espediente utilizzato è una struttura semicircolare di cartongesso bianco che isola ogni realtà pittorica in un piccolo frammento di spazio. Per ogni postazione, una targhetta esplica il nome dei quadri, l’anno e l’ordine in cui vanno fruiti. Le opere vengono così vissute contemporaneamente come una tappa di un percorso e come un’esperienza isolata.

Nella terza sala, i quattro dipinti – bozzetti preparatori senza nome – sono disposti ognuno esattamente di fronte a uno specchio, accentuando l’esperienza del caos e dell’energia dei colori. La quinta – e penultima – sala accoglie due gigantografie di due testi autografi che rappresentano alcuni pensieri di Renzo Bergamo. Bellissima l’idea di far prendere vita anche agli appunti manoscritti, alle frasi, ai pensieri compiuti. Gentilissimi, come sempre, gli animatori che ci hanno accompagnato nel percorso espositivo con disponibilità. Ottimo, infine, il materiale cartaceo informativo che – riprendendo i testi del sito ufficiale e la biografia – propone in un bel formato tabloid contenuti esplicativi in italiano e in inglese e una utile mappa.

Splendida la tela circolare intitolata L’occhio del verde finocchio, nella cui sala è presente un video di analisi in cui intervengono Philippe Daverio e Giulio Giorello. Il ringraziamento più grande va quindi rivolto alla moglie Caterina Bergamo e all’Archivio Renzo Bergamo. Prima della fine della mostra – un percorso circolare che termina all’inizio, proprio dal quadro ? – una sala oscurata presenta Renzo Bergamo in un video, alle prese con la pittura e con la composizione musicale; il filmato dimostra la sensibilità di un uomo che va al di là dell’acquerello e coinvolge ogni aspetto della vita umana.

Link:
Archivio Renzo Bergamo
Intervista a Piergiorgio Odifreddi

2 Novembre 2007

A Genova, In Africa

Scritto da Marina Rossi

In AfricaIn Africa sarà probabilmente una delle mostre più frequentate del Festival. Eppure, se proviamo a chiedere ai passanti alcune opinioni in proposito, in pochi sanno di averla visitata. Non per questo, però, è meno apprezzata.

La mostra fotografica è situata in Piazza Caricamento – nell’area pubblica che si distende tra Palazzo San Giorgio e l’Acquario – e raccoglie scatti di Alessandro Bee, fotografo naturalista. Le immagini raccontano la vita nel continente africano, attraverso semplici sguardi, espressioni e gesti degli abitanti e degli animali. Un pannello riporta le parole di Jane Goodall e illustra il significato della mostra.

Ma, al di là delle belle foto, la mostra ha un’ulteriore forza, l’allestimento. La posizione centrale e all’aria aperta, ma soprattutto la scelta di disporre i pannelli in postazioni a forma di parallelepipedo, sfrutta intelligentemente la piazza. In qualsiasi posizione ci si trovi, si scorgono almeno quattro o cinque immagini differenti, creando un vero ambiente di immersione nel mondo dell’Africa. Questa mostra – così come molti altri eventi in questi giorni – crea un valore per la città.

2 Novembre 2007

Montagne di fuoco

Scritto da Federico Fasce

Il nucleo terrestreCredo che qualsiasi visitatore del Festival sia affascinato dall’idea di una mostra sui vulcani. Imponenti e spettacolari manifestazioni della natura sono da sempre qualcosa che incuriosisce e intimorisce.

Vulcani: esplosioni ed effusioni mette in gioco l’argomento attraverso l’autorevolezza dell’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e di Vulcanologia e ci guida alla scoperta di ciò che sta sotto la crosta terrestre. Si comincia con un breve filmato in 3d. Si inforcano gli appositi occhialini e via, attraverso il sistema solare. Nonostante il filmato non sia poi male, la scelta della stereoscopia appare almeno un po’ forzata, quasi una dimostrazione di modernità non richiesta (e peraltro la tecnologia in questione di nuovo ha ben poco). In ogni caso si prosegue con uno zoom in attraverso una serie di “stazioni” coordinate da un animatore.

Si passa dall’interno della terra, per uscire gradatamente verso la superficie nel contempo avvicinandosi al vulcano, vero protagonista. Rosso e neroI visitatori sono invitati a ricomporre le placche della crosta terrestre, a spingere leve, premere bottoni, a toccare con mano la differenza tra vulcani effusivi e esplosivi. I computer dell’Istituto costellano i corridoi e mostrano informazioni specifiche sulla situazione delle zone sismiche nel mondo.

Alcuni passaggi sono affascinanti, immersi nel buio e illuminati da lampade rosse, contribuiscono a creare l’atmosfera giusta. Vulcani: esplosioni ed effusioni è una mostra che necessita, comunque, di seguire con attenzione le spiegazioni degli animatori; la mancanza di pannelli esplicativi (voluta, direi, data la vastità dell’argomento) rende le varie postazioni poco significative se non supportate da una adeguata guida.

1 Novembre 2007

That’s Life

Scritto da Federico Fasce

lifeChe la fotografia sia prima di tutto emozione è cosa risaputa.
La mostra itinerante di Life, composta da una selezione di immagini del fotografo californiano Frans Lanting, è, in effetti, emozione allo stato puro.
L’idea è trasformare la fotografia naturalistica in un affascinante viaggio nel tempo e nello spazio, riscoprendo analogie e parallelismi.

L’allestimento nella palazzina Caffa, dalle parti della Darsena, è eccellente. Le fotografie, protette da una lastra di plexiglass e perfettamente illuminate, risultano perfettamente valorizzate. Ma lo sarebbero in qualsiasi contesto, tanto è raffinato il lavoro di Lanting. Rettili, mammiferi, microrganismi, piante si mostrano in tutta la loro bellezza, raccontando la storia del nostro pianeta. È il caso delle tartarughe e dei tuatara, veri e propri fossili viventi.
I colori di questa mostra rendono opera d’arte ogni scatto: i verdi, i rossi, i gialli e gli azzurri sono tanto vivi da sembrare incredibili, e dipingono un mondo tutto da scoprire.

Non sono un patito delle mostre di fotografia, ma questa è così potente da non lasciare indifferente nessuno. La meraviglia della natura in sali d’argento, insomma.

Appena rientrato in Loggia mi sono assicurato della qualità del libro collegato alla mostra. È ottimo e ha un prezzo abbordabile, cosa rara per i cataloghi delle mostre, spesso restii a far vedere al pubblico più dello stretto necessario. Spesso a tutta pagina, stampate su carta di qualità, le fotografie sono molte più di quelle presentate in mostra.

Il sito del progetto comprende anche la possibilità di scaricare le stock photo di Lanting, ma non ho idea di quali siano i prezzi, dal momento che dipendono dall’uso che si intende farne. Ho idea che usarle come wallpaper non sia un’opzione contemplata. Fossi in lui penserei a vendere (o magari, perché no, a regalare) pacchetti di sfondi per il desktop. Le sue foto sembrano fatte apposta. Oltre al digitale, esiste anche l’analogico; volete quel meraviglioso scatto del tarsio che vi ricorda tanto un alieno? Potete averla, ma ovviamente dovrete essere preparati a spendere un po’. Ma l’arte di Frans Lanting davvero non ha prezzo.

Andate. A. Vedere. Life.
Subito.

1 Novembre 2007

Le meraviglie della scienza

Scritto da Federico Fasce

esperimentiTra i numerosi laboratori presenti quest’anno al Festival, Le Meraviglie della Scienza è di certo quello che più ricorda le grandi città della scienza come il parco La Villette a Parigi. A fianco di alcuni lavori realizzati dalle scuole della Liguria, infatti, campeggia una serie di moduli cabinati ognuno dei quali mostra un piccolo esperimento scientifico.

Ora, è evidente che per un appassionato di videogame ogni cosa assomigli anche lontanamente a un coin-op sia fonte di curiosità e attrazione. E devo dire che la mostra non manca di meravigliare lo spettatore. Tra fluidi non newtoniani, elettrocalamite e tubi al plasma c’è di che divertirsi e sporcarsi le mani con la parte sperimentale e pratica della scienza.

I numerosi pannelli posti a fianco degli esperimenti spiegano con dovizia di particolari i fenomeni descritti; l’esperimento risulta un ottimo sistema di divulgazione, e il fatto che sia distribuito in pillole, molto semplici e veloci da fruire, rende la visita molto appagante anche per chi non ha moltissimo tempo.

1 Novembre 2007

Tomorrow. Il futuro sensibile

Scritto da Marina Rossi

La mela reintegrata di PistolettoIl palazzo della Borsa è avvolgente, dà il fianco a via xx settembre e si affaccia su piazza De Ferrari. Dalla pianta circolare, la Borsa è da sempre la location che preferisco. Saranno le vetrate, le colonne, le nicchie disposte su tutto il perimetro interno; ogni volta che calpesto quei pavimenti lucidi, scorre un brivido di emozione e mi manca il fiato. Quella sala, così ampia da impedirti di respirare, si chiama Sala delle Grida. Ironico.

Come perdersi, dunque, Tomorrow. Il futuro sensibile situato proprio nella sala?

Una mostra concettuale, arte che addita ai nostri comportamenti incivili di abitanti della Terra. Una mostra che urla e che ricorda che domani, sì domani, qualcosa potrebbe cambiare. In meglio, in peggio. Per merito nostro, o per colpa nostra.

La mela gigante campeggia al centro della sala, tre metri per tre. È bianca e soffice, ricoperta di vello di pecora. È come la mela del peccato, morsicata e poi ricucita con punti metallici che tengono insieme artificialmente bocconi di natura. Si tratta della Mela reintegrata di Pistoletto. Mentre l’installazione Paradise di Yi Zhou proietta su un soffitto di stoffa, ombre di una rinascita in bianco e nero.

Dal concetto, si passa subito all’azione. Second Life diventa un mezzo con cui si possono presentare i progetti di sviluppo sostenibile. Come EnelPark, un’isola virtuale nata lo scorso 24 luglio e interamente dedicata al programma per ambiente di Enel, sponsor della mostra insieme a National Geographic che presenta un planisfero multimediale. Ecco infine i materiali da toccare con mano. Concettuale, virtuale, reale. In venti minuti, Tomorrow accompagna il visitatore in strati successivi dell’essere.

31 Ottobre 2007

Sfogliando i fiori tra scienza e poesia - L’erbario di Emily Dickinson

Il museo di Storia Naturale G. Doria è stata la meta fissa della maggior parte dei miei sabati d’infanzia, quando tutto sembrava enorme, e lo scheletro del T-rex era la cosa più morta e antica che riuscissi ad immaginare. Rientrare dopo anni, nastro rosso del Festival della scienza al collo, ha lasciato immutata solo la sfera olfattiva: l’odore denso di animali imbalsamati è lo stesso che, ora come allora, segna l’ingresso nel mondo fisso e sospeso delle vetrine del museo.
In questa sede il Festival della Scienza promuove un doppio evento intorno alla figura di Emily Dickinson: Pagina, mostra costruita intorno all’Erbario della poetessa, e Cronache dall’Eden, spettacolo sulle confidenze autobiografiche di un quasi-soggetto.

O me! O vita! Domande come queste mi perseguono,
D’infiniti cortei d’infedeli, città gremite di stolti,
[…]
La domanda, ahimè, che così triste mi persegue - che v’è di buono in tutto questo, o vita, o me?
Risposta.
Che tu sei qui - che esistono la vita e l’individuo,
Che il potente spettacolo continua, e che tu puoi contribuirvi con un tuo verso.

Walt Whitman

Prima ancora di entrare dentro, la domanda pulsa insistente. Emily Dickinson - pausa - al Festival della Scienza? In realtà è retorica. Ormai è noto e chiaro, specie dopo anni di letterature straniere, che non c’è gap netto tra i due regni del conoscere. Non è un salto nel buio quello da fare per entrare nella stanza della mostra. Al contrario, è un deciso e ponderato bridging tra poesia, filosofia e scienza. Dunque la porta si apre e dalla stasi imbalsamata della formaldeide si scivola tra le note soffuse del pianoforte e l’odore di poesia.

Per entrare nel vivo dell’allestimento devi scostare una tenda di carta, devi separarne i lembi e spezzare la perfezione della stampa degli incipit delle 1755 poesie della padrona di casa. Osiamo? Certamente, entriamo muniti della stessa freddezza scientifica con cui Emily classificava specie di fiori e piante nel suo erbario. Il link più superficiale è proprio questo, il fatto che la ragazza di Amherst fosse nota tra i suoi concittadini più come botanica che come poetessa. Cresciuta nell’ambiente colto della Nuova Inghilterra di metà Ottocento, la Dickinson raggiunge un’accuratezza scientifica di notevole livello, e si inserisce nel filone poetico in cui si trovano, tra gli altri, Emerson, Whitman, Thoreau, Hawthorne e Melville.
La matrice della sua poesia non può quindi prescindere da una pulizia stilistica e semantica di netta derivazione scientifica, senza mai essere tuttavia né arida, né impersonale.

Abbiamo passato la parete di parole, camminiamo su un prato bianco, fruscio di carta sotto ai nostri piedi. Pannelli pendono da uno scheletro di struttura formato da sottili tubi metallici. L’erbario di Emily ci fissa dall’alto, verticale come un mazzo di fiori in fase di essiccamento. Le raffigurazioni provengono proprio dall’Erbario - pubblicato per la prima volta dalla Harvard University Press nel 2006 - e sono affiancate a pannelli informativi, della stessa dimensione.

Ricordate la carta per terra, sta sussurrando qualcosa mentre passate sopra, associatela alle note del piano di sottofondo, procedete ora avanti, oltre il primo pannello, prima che il percorso obbligato dell’allestimento - fatto di pieni e vuoti - vi costringa a girare e confrontarvi con la vostra immagine riflessa.
Dunque ricapitolando. Doppia è la visione fornita dalla poetessa - scientifica e letteraria -, doppio è stato pensato l’evento su di lei - mostra-allestimento e spettacolo -, di vostri doppi, infine, si riempirà la casa di parole in cui muoverete passi e pensieri.

I pannelli sono idealmente divisi in quattro sezioni: una zona scientifica che riporta definizioni di elementi di botanica, una dedicata alle poesie di Emily e le due sottostanti riservati ai grandi della letteratura o, spesso, una a un filosofo di scuola continentale e l’altra a uno di matrice analitica. Compresenze e opposizioni. I titoli dei pannelli esplicitano alcune delle sotto correnti individuabili in questa mostra (ad esempio uno - molteplice, singolo - categoria, caducità vita - fiore, etc), mentre su una parete-specchio si può osservare la formula dell’esistenza di Dio di Gödel, spalla a spalla con una poesia della Dickinson. Due dei quattro angoli della stanza, infine, sono circondati da un telone nero, in netto contrasto con il biancore del pavimento cartaceo e del conseguente riflesso infinitamente riproposto dagli specchi. I due vani neri custodiscono degli schermi in cui scorrono immagini di fiori, fotografati proprio in quelle stesse zone in cui un tempo Emily coglieva fiori e parole, il Massachusetts.

Ok, questo è stato il giro in solitaria, quello che ogni vero aspirante poeta dovrebbe fare: camminare, osservare, interrogarsi. Tuttavia, avere l’insolita possibilità di parlare direttamente con l’artefice e organizzatore di questo gioiello di comparatistica moderna ha permesso un secondo ripercorrere del medesimo sentiero. Con occhi diversi.

[849]
The good Will of a Flower
The Man who would possess
Must first present
Certificate
Of minted Holiness.

Emily Dickinson

Roberto Freddi è calmo, di una posatezza invidiabile, oltre che immensamente disponibile e paziente. Mi accompagna di nuovo attraverso la tenda di parole di Emily e, mentre racconta, mi indica le diverse lenti possibili attraverso cui guardare la sua creatura. Sottolinea il fatto che sia un allestimento, un work in progress. Pagina, al prossimo museo che incontrerà, sarà diversa: avrà cartongesso al posto degli specchi, tubi più solidi, forse un pavimento e, chi può dire, le fondamenta di un secondo piano.

Secondo Heidegger “poeticamente abita l’uomo“: le due azioni principali compiute dall’essere umano, le due impronte chiave del nostro percorso, sono proprio il costruire e il coltivare. Chi meglio del poeta sa raccogliere in sé tale coppia di attività? Dove, se non nel poetare, sono così evidenti e - quasi - complementari? La poesia consente l’abitare e questa mostra-casa vuole avere un valore concettuale molto forte, vuole coniugare poesia e scienza.
Tale rapporto di opposti che si toccano - botanica e verbo - è un sistema qui impostato solo a livello operazionale, vuole restare aperto a influenze future: allestimento dopo allestimento la casa prenderà forma, intrecciando discipline, materiali e riempiendo i suoi 12 metri di diametro - particolare che riprende il numero esatto di pietre su cui è costruita la Gerusalemme Celeste, secondo l’Apocalisse di San Giovanni, e che sembra citare l’ingegneria poetica adottata dalla Dickinson nel suo corpus d’opera.

Per quanto riguarda lo spettacolo, invece, Freddi sottolinea come Emily Dickinson viva di un culto, tra i suoi lettori, paragonabile solo a quello che esiste intorno alla figura di Proust. Proprio per questo la piece, fin dal titolo, esplicita che si tratta di un quasi-soggetto, adottando quindi un artificio letterario che permette di trattare di Emily Dickinson attraverso una finzione. Sul palco non c’è dunque Emily Dickinson, né una sua rappresentazione fedele e meticolosamente ricalcata dalla biografia. L’intero monologo vuole essere un omaggio alla sua figura e opera, un discorrere attorno a ciò che la poetessa è stata ed è diventata, una retrospettiva fuori sincrono - ma parallela - rispetto all’allestimento Pagina.

Ciò che ne risulta è uno spettacolo profondo, in grado di offrire allo spettatore un approccio multilaterale all’opera di Emily Dickinson, oltre che una seconda chiave di lettura - mutuata dalla mostra - che incornicia perfettamente il senso salvifico della letteratura e il suo essere eleggibile a strumento di ricostruzione del mondo.

30 Ottobre 2007

Le meraviglie della serendipity*

Scritto da Federico Fasce

Arrivo trafelato al Teatro della Tosse, ieri mattina ore undici meno un quarto. Determinato a seguire lo spettacolo del Dr. Molecula, del quale tutti mi dicono meraviglie. Dottor Molecula? Mi dice Claudia, responsabile dello spettacolo. Ok, ma sei un po’ in anticipo. In effetti, se avessi letto attentamente il programma avrei scoperto l’errore clamoroso. Il Dr. Molecula avrebbe iniziato alle 12. Niente paura, mi dico. Casa Paganini è a due passi. E guarda caso, ospita una mostra della quale mi hanno parlato bene.

La Metamorfosi del senso.

AuditoriumEntro nella bellissima casa Paganini, intitolata al violinista, ma mai abitata da lui (in effetti si tratta di un ex-convento, la vera casa di Paganini andò distrutta tempo fa). Una meraviglia di affreschi datati fin dal medioevo. Gli animatori mi accolgono con piacere, ma c’è un piccolo problema: devono gestire una seconda elementare in berrettino azzurro, che sembra agguerrita come non mai.
Il giro dura una quarantina di minuti e non ho molto tempo. Ma gli animatori sono gentilissimi, e vengo accompagnato attraverso le installazioni in senso contrario, in modo da evitare la piccola orda.

infomusLa mostra è organizzata da Infomus Lab, un laboratorio di ricerca che si occupa di contaminare la musica con i sistemi informatici per la realizzazione di numerose applicazioni. Andiamo dall’installazione artistica alla cura dei malati di Parkinson. Il fil rouge che attraversa la mostra è in effetti la rilevazione del movimento per comporre musica: si va da sistemi di tracking del corpo basati su una telecamera fissa, al riconoscimento della posizione e della fluidità di movimento. Il tutto con una precisione che mi ha stupito non poco.

Pezzo forte della mostra è l’installazione allestita nell’auditorium: quattro aree sensibili al movimento controllano altrettante voci di un madrigale polifonico. A seconda della velocità con cui ci si muove all’interno di un’area, è possibile modulare le voci in modo da creare una versione sempre diversa del brano. Si tratta di qualcosa che é difficile descrivere. La sensazione immersiva nell’installazione è qualcosa che toglie il fiato.
Ecco un video nel quale alcuni ballerini interagiscono con l’installazione.

* Serendipity è un termine coniato dallo scrittore Horace Walpole, e riferito a un’antica fiaba orientale. Ha un significato difficile da cogliere, e denso di sfaccettature. Si riferisce - a grandi linee - alla scoperta casuale di qualcosa di rilevante mentre si cercava altro.

28 Ottobre 2007

Il colore, la sua storia e i suoi segreti

Scritto da Matteo Aversano

GiottoAl giorno d’oggi dipingere è un’arte che può avvalersi di numerosi strumenti: in campo digitale tavolette grafiche e software per professionisti riescono a replicare una quantità sterminata di strumenti e gradazioni cromatiche, mentre i colori sintetici ormai dominano le tavolozze della maggiorparte degli artisti.

Eppure un tempo dipingere non era un’impresa semplice, e non soltanto per l’abilità tecnica e la sensibilità artistica richiesta: la mostra Colori proibiti esplora proprio il mondo dei pigmenti utilizzati nell’arte pittorica nel corso dei secoli. Colori preziosi provenienti da luoghi lontani diventavano veri e proprio gioielli che l’artista lasciava indossare ai soggetti sacri e nobiliari dei dipinti.

Il titolo della mostra, allestita presso le stanze del Palazzo del Principe, si riferisce proprio alla difficoltà di reperimento di alcuni pigmenti naturali, specialmente quelli di origine minerale, che richiedeva per l’artista un notevole dispendio di denaro e anche una raffinata arte nella preparazione del colore, in quanto, con un tocco di alchimia, spesso i pigmenti rozzi andavano depurati a più riprese prima di poter essere impastati con collanti e solventi naturali ed esser quindi stesi sulla tela o sull’intonaco.

Grazie a grandi pannelli illustrati il visitatore è guidato attraverso la storia dei principali pigmenti naturali, con diversi livelli di lettura per ognuno: dalla composizione chimica alle curiosità storico-artistiche correlate, il tutto accompagnato dalla presentazione di diversi campioni minerali conservati con cura in piccole teche.

Animatori e animatrici seguono gli interessati di ogni età spiegando la storia e le curiosità del colore, e per i più pratici due tavoli allestiti offrono la possibilità di cimentarsi nella pittura, per provare con mano le qualità dei colori artigianali. Oltre al lato artistico la mostra offre, come già accennato, diversi approfondimenti scientifici sul tema, con tanto di discorsi sulla percezione del colore per noi umani e una postazione dotata di microscopio che rivela i dettagli infinitesimali dei pigmenti.

Una semplice ma buona occasione per scoprire quanta storia si celi dietro ogni goccia di colore e quanti significati scorrano tra le sfumature del lapislazuli o della malachite.