La fantasia è la figlia ribelle della noia
La prima domanda che appare naturale è: per quale motivo EstEtica del caos, mostra dedicata alle opere di Renzo Bergamo (1934-2004), si trova all’interno del Festival della Scienza? Innanzitutto l’arte non è poi così distante dal mondo della scienza, ma anzi spesso è proprio l’arte – letteraria o visiva – a essere la prima forma di divulgazione scientifica. Insomma, si tratta del classico dualismo delle culture – quella scientifica e umanistica – che troppo spesso viene professato. Ecco quindi che, tra gli obiettivi del Festival, c’è anche l’approccio artistico alla scienza.
La luce è pensiero anteriore, la volontà materia esteriore.
La conferenza prima e la mostra poi, affrontano la concezione del caos nell’arte e nella scienza. Nell’arte, l’astrattismo cerca nuovamente l’espressione di un invisibile e di un apparentemente illogico, ma che studia al contempo la luce; nella scienza, lo studio delle origini dell’universo, nella formazione dello spazio. Philippe Daverio e Giulio Giorello hanno così presentato il quadro filosofico-scientifico che sta alla base della visione del mondo dell’artista, mentre Stefano Moriggi ha illustrato il lavoro di Renzo Bergamo e le sue tappe fondamentali.
La produzione di Renzo Bergamo si può suddividere in sette periodi artistici: giovanile (1947-1950), arcaico (1950-1960), concetti cosmici (1960-1969), astrarte (1970-1979), immagine e somiglianza (1980-1989), estetica del caos (1990-2000), archeologia cosmica (2000-2004). E proprio il periodo che copre gli anni Novanta è quello in mostra, che si apre però con un acquerello del 1982, intitolato ? che rappresenta il Mistero. Un mistero che ricorre in tutta l’opera di Bergamo e che si traduce nello splendido uso dei colori.
Estetica Etica e Caos sono solo frammenti della nostra universalità.
Dal punto di vista espositivo, l’allestimento della mostra appare perfettamente riuscito. I quadri sono disposti all’interno delle sei sale in modo coerente e piacevole, permettendo la fruizione di ogni singola opera d’arte. L’espediente utilizzato è una struttura semicircolare di cartongesso bianco che isola ogni realtà pittorica in un piccolo frammento di spazio. Per ogni postazione, una targhetta esplica il nome dei quadri, l’anno e l’ordine in cui vanno fruiti. Le opere vengono così vissute contemporaneamente come una tappa di un percorso e come un’esperienza isolata.
Nella terza sala, i quattro dipinti – bozzetti preparatori senza nome – sono disposti ognuno esattamente di fronte a uno specchio, accentuando l’esperienza del caos e dell’energia dei colori. La quinta – e penultima – sala accoglie due gigantografie di due testi autografi che rappresentano alcuni pensieri di Renzo Bergamo. Bellissima l’idea di far prendere vita anche agli appunti manoscritti, alle frasi, ai pensieri compiuti. Gentilissimi, come sempre, gli animatori che ci hanno accompagnato nel percorso espositivo con disponibilità. Ottimo, infine, il materiale cartaceo informativo che – riprendendo i testi del sito ufficiale e la biografia – propone in un bel formato tabloid contenuti esplicativi in italiano e in inglese e una utile mappa.
Splendida la tela circolare intitolata L’occhio del verde finocchio, nella cui sala è presente un video di analisi in cui intervengono Philippe Daverio e Giulio Giorello. Il ringraziamento più grande va quindi rivolto alla moglie Caterina Bergamo e all’Archivio Renzo Bergamo. Prima della fine della mostra – un percorso circolare che termina all’inizio, proprio dal quadro ? – una sala oscurata presenta Renzo Bergamo in un video, alle prese con la pittura e con la composizione musicale; il filmato dimostra la sensibilità di un uomo che va al di là dell’acquerello e coinvolge ogni aspetto della vita umana.
Link:
Archivio Renzo Bergamo
Intervista a Piergiorgio Odifreddi


Credo che qualsiasi visitatore del Festival sia affascinato dall’idea di una mostra sui vulcani. Imponenti e spettacolari manifestazioni della natura sono da sempre qualcosa che incuriosisce e intimorisce.
I visitatori sono invitati a ricomporre le placche della crosta terrestre, a spingere leve, premere bottoni, a toccare con mano la differenza tra vulcani effusivi e esplosivi. I computer dell’Istituto costellano i corridoi e mostrano informazioni specifiche sulla situazione delle zone sismiche nel mondo.
Che la fotografia sia prima di tutto emozione è cosa risaputa.
Tra i numerosi laboratori presenti quest’anno al Festival, Le Meraviglie della Scienza è di certo quello che più ricorda le grandi città della scienza come il parco La Villette a Parigi. A fianco di alcuni lavori realizzati dalle scuole della Liguria, infatti, campeggia una serie di moduli cabinati ognuno dei quali mostra un piccolo esperimento scientifico.
Il palazzo della Borsa è avvolgente, dà il fianco a via xx settembre e si affaccia su piazza De Ferrari. Dalla pianta circolare, la Borsa è da sempre la location che preferisco. Saranno le vetrate, le colonne, le nicchie disposte su tutto il perimetro interno; ogni volta che calpesto quei pavimenti lucidi, scorre un brivido di emozione e mi manca il fiato. Quella sala, così ampia da impedirti di respirare, si chiama Sala delle Grida. Ironico.
Prima ancora di entrare dentro, la domanda pulsa insistente. Emily Dickinson - pausa - al Festival della Scienza? In realtà è retorica. Ormai è noto e chiaro, specie dopo anni di letterature straniere, che non c’è gap netto tra i due regni del conoscere. Non è un salto nel buio quello da fare per entrare nella stanza della mostra. Al contrario, è un deciso e ponderato bridging tra poesia, filosofia e scienza. Dunque la porta si apre e dalla stasi imbalsamata della formaldeide si scivola tra le note soffuse del pianoforte e l’odore di poesia.
Entro nella bellissima casa Paganini, intitolata al violinista, ma mai abitata da lui (in effetti si tratta di un ex-convento, la vera casa di Paganini andò distrutta tempo fa). Una meraviglia di affreschi datati fin dal medioevo. Gli animatori mi accolgono con piacere, ma c’è un piccolo problema: devono gestire una seconda elementare in berrettino azzurro, che sembra agguerrita come non mai.
La mostra è organizzata da
Al giorno d’oggi dipingere è un’arte che può avvalersi di numerosi strumenti: in campo digitale tavolette grafiche e software per professionisti riescono a replicare una quantità sterminata di strumenti e gradazioni cromatiche, mentre i colori sintetici ormai dominano le tavolozze della maggiorparte degli artisti.








