4 Gennaio 2008

Il ruolo dell’Animatore Scientifico

Scritto da Redazione

di Paolo Degiovanni

Animatori del FestivalIl mio turno è appena iniziato. Il mio primo turno. Sono le nove e qualche minuto di un giovedì mattina. È una bellissima giornata ed il sole caldo mi ha tenuto compagnia fino all’ingresso dell’exhibit. Ho fatto la strada con altri due animatori, si scherza, si ride, sono tranquillo. Sistemo zaino e giacca nel ripostiglio e poi mi vesto. Maglietta bianca manica lunga con asterisco rosso del Festival. Mi sento un supereroe. Tipo quando Clark Kent lascia i vestiti mortali e si imbacucca nel costume azzurro e rosso. Saluto i colleghi. Ci dividiamo i compiti e le postazioni. Un breve ripasso mentale del filo logico da seguire e… Via! Si parte!! 

Il primo gruppo è una classe di un Istituto Alberghiero, una terza.

Sarò il primo a parlare. Vabbè, cosa vuoi che sia… Ho studiato la parte. Me la sono ripetuta. Mi piace l’argomento. Al massimo taglio le parti che non ricordo. Sono pronto. Datemi pure l’orda barbarica che la trasformo in tanti piccoli agnelli. E per giunta attenti. Quando mi accorgo che quaranta e più occhi mi stanno già fissando da circa dieci secondi ed io non ho ancora neanche trovato le parole per presentarmi, forse comincio a preoccuparmi un po’. Colori di Paolo: rosso, rosso pompeiano, viola, viola addobbo funebre, blu tenebra, tanto per citare il buon vecchio Fantozzi.

Tutti ricordano la loro prima, disastrosa, volta. Credo che solo dopo quattro o cinque spiegazioni si cominci ad ingranare. Ma comunque, quando si parla ad un gruppo di visitatori, di solito ci si gioca tutto nel primo minuto, anche qualcosa meno. Bisogna subito cercare di apparire divertenti ma non stupidi, semplici ma non banali. Io sono lì per appassionarli di qualcosa che altrimenti, forse, o sicuramente, neanche leggerebbero. Molte volte arrivano per giunta già stanchi perché le maestre hanno imposto tour de force spaventosi, per vedere tutto e alla fine capire poco o niente. Devono anzitutto considerarmi come un amico e per farlo devo conquistarmi la loro fiducia. Mettermi alla loro pari. Creare un terreno fertile su cui costruire il mio monologo, sperando che possa convertirsi a tratti in un dialogo.

Non bisogna sembrare un tuttologo e neanche uno che ripete bene la lezione che ha studiato. Si deve creare una specie di colla invisibile, un feeling di attenzioni ricambiate tra quello che dico io e quello che riescono a capire loro. Pertanto, il registro del mio discorso va valutato e modificato continuamente, si deve rimediare quando l’attenzione comincia a calare e, viceversa, diventare più tecnici quando si riesce a leggere partecipazione nei loro occhi. Intanto si cerca di passare con lo sguardo uno ad uno, senza fissarli troppo, ci si muove, per non essere un palo parlante, si gesticola indicando, se si può, quello che si sta spiegando. Ogni tanto ci si interrompe, lasciando spazio alla loro immaginazione, specialmente dopo un bell’esempio. E gli esempi devono essere sempre concreti, reali, tangibili, ripetibili. In questo modo, si cerca di rendere visibile un concetto o un’idea altrimenti troppo volatili.

Si deve essere quindi anche in grado di saper recitare, per riuscire a coinvolgere soprattutto i bambini, proprio come gli attori di teatro. Ed è per questo che spesso ci sentiamo degli animattori scientifici, animiamo la scienza con un pizzico di teatro.

5 Novembre 2007

La curiosità per la curiosità

Scritto da Redazione

ScimmiaVenerdì scorso Carlo Penco, Alberto Greco e Cristiano Castelfranchi hanno tenuto un incontro su “Curiosità e sorpresa nella scienza e nella vita quotidiana – La spiegazione delle scienze cognitive”. Impegnati negli incontri in Loggia, non abbiamo potuto essere presenti e sfortunatamente non c’è stata la possibilità di organizzare una chiacchierata qui nell’area blogger. A rimediare ha pensato lo stesso Alberto Greco che ci ha gentilmente inviato un riassunto della discussione.
Sarebbe molto bello se questo spazio diventasse un’occasione per continuare il dibattito. Ci sembra che l’argomento sia di grande interesse; le scienze cognitive sono oggi un campo di studi molto importante, dal momento che conviviamo, ogni giorno, con un’impressionante moltitudine di interfacce. Di seguito, l’email inviata dal Professor Greco.

Ho introdotto io, con il motto “curiosità sulla curiosità”, dicendo che tutti gli scienziati sono gente curiosa, ma alcuni hanno una curiosità particolare: sono curiosi di sapere come conosciamo, cosa spinge le persone a conoscere e quindi, tra l’altro, di sapere come mai le persone (compresi se stessi!) sono curiose… Che tipo di scienziati sono? psicologi cognitivi, filosofi, neuroscienziati, studiosi di intelligenza artificiale e altri: oggi ci si è accorti che c’è bisogno di una collaborazione multidisciplinare e tutte queste discipline insieme sono le “scienze cognitive” (nel cui ambito proprio in questi giorni sono aperte nella nostra università le iscrizioni al secondo Master in scienze cognitive che cerca di mettere a frutto in chiave applicativa queste curiosità).

Io per introdurre il tema ho cercato di far vedere in quali circostanze “scatta” la curiosità: quando si sa qualcosa ma non troppo (tendenza al completamento delle informazioni), quando le cose non sono come ce le aspettavamo (tendenza alla coerenza), quando comunque rispondiamo a una necessità - fine a se stessa - di esplorazione. Ed è interessante porsi la domanda se la curiosità sia una prerogativa umana o per esempio si possano costruire macchine curiose.

Carlo Penco ha ripreso una distinzione di Kahneman su due sistemi di comprensione, uno standard, automatico e non razionale, e uno attivato in casi in cui il primo non funzioni. Carlo ha fatto vedere dei casi concreti (anche molto divertenti) in cui la curiosità viene sfruttata nella pubblicità per superare gli schemi standard di ragionamento e attivare apparenti ragionamenti in realtà irrazionali.

Cristiano Castelfranchi ha fatto un’analisi del concetto di aspettativa, che rivela la natura “anticipatoria” della mente umana (l’anticipazione ci è utile all’adattamento perché ci consente ad es. di prevedere i pericoli). L’aspettativa deriva dall’incrocio tra credenze e scopi, quindi le variabili che la compongono hanno a che fare con la certezza da una parte e l’importanza dall’altra. In base alla combinazione di aspettative positive/negative e al verificarsi reale di cose piacevoli/spiacevoli, Castelfranchi distingue tra sorpresa negativa (delusione) e positiva (sollievo). La curiosità per C. è un’emozione, non una cosa puramente cognitiva. Infatti è associata ad un’attivazione dell’organismo, come la speranza o la paura. E l’aspettativa non è una semplice previsione come quella che possono fare i computer, ma richiede scopi, “interessi”. C. ha parlato anche del pessimismo e dell’ottimismo, delle profezie che si auto-verificano, e dell’importanza che queste cose hanno ad es. nella scuola.

La discussione è stata bella e fruttuosa e questo mi fa pensare che sul blog ci possa essere spazio e voglia di continuarla. Spero che la sintesi che vi ho fatto sia sufficiente a darvi un’idea ma se avete domande io e Carlo possiamo ovviamente rispondervi.

29 Ottobre 2007

Una Loggia differente

Scritto da Redazione

La Loggia BanchiMemori del bel pomeriggio trascorso a chiacchierare con Marc, Ruurd e Kees, a base di aneddoti divertenti e di focaccia genovese – amata dai nostri ospiti – siamo tutti in febbricitante attesa per l’arrivo di Federica Migliardo, una tra le più premiate fisiche italiane, e di Mafe De Baggis e Luca Vanzella, i maestrini della rete Mafe e Vanz. Nell’attesa dell’incontro, cerchiamo di immaginare i racconti che si intrecciano, le esperienze che si mostrano, tutto all’insegna della contaminazione. Siamo blogger – qualsiasi cosa questa voglia dire –, e a noi piace l’idea di osservare il mondo a testa in giù, cercando spunti e punti di vista strani. L’occasione di un faccia a faccia tra due mondi certamente distinti, beh, ci è da sempre piaciuta. È l’atmosfera delle chiacchierate in Loggia: scienziati ed esperti della rete che si sovrappongono e si ispirano a vicenda. Mafe e Luca sono due persone straordinarie, ma oltre ad amici, ieri erano veri ospiti alla pari di tutti gli altri. Federica Migliardo è annata ‘75, la consideriamo coetanea e la guardiamo con con un misto di rispetto e di ammirazione. Nulla poteva farci immaginare che la giornata non sarebbe stata piacevole.

Federica interrompe sul nascere la conversazione intorno al tavolo. Chiede se possiamo attendere ancora qualche minutoperché sta aspettando una troupe della Rai.

La parola passa allora ai maestrini che si mostrano disponibili e interessati. La domanda sorge spontanea per tutti noi che la rete la viviamo e Mafe si fa portatrice della nostra curiosità. Negli altri paesi ci sono molti esempi di eccellenza in cui gli scienziati decidono di parlare direttamente con il pubblico, senza intermediari, facendo così anche divulgazione. Per quale motivo la comunità scientifica in Italia non usa lo strumento blog?

La risposta è semplice. Non c’è tempo libero e, in quanto scienziata, le ricerche vengono tenute segrete fino alla pubblicazione, quando cioè ha effetto il copyright. Prima di quel momento i dati sono liberi, renderli pubblici sarebbe un rischio. Il blog non va bene per lei, chiude frettolosamente Federica. Nessun appello.

Eppure, proprio il web è stato creato per condividere la conoscenza della comunità scientifica. Lo stesso Robert Cailliau lo ha raccontato un mese fa. La condivisione permette lo sviluppo della ricerca.

Fin dalla prima frase – da quella parola troupe –, qualcosa si è spezzato. Una camera fissa, una steadycam, un tecnico delle luci e uno del suono. Spostamenti di scena, non così a destra che non viene la ripresa, tutti intorno al tavolo: Guido, Samuele, Vittorio, Enrico, Marco, Andrea, Federico, Marina.

Federica viene microfonata personalmente, mentre una periferica a gelato è dedicata a tutti gli altri che vogliono farle domande. La Loggia diventa un triste set pubblicitario e gli animi si surriscaldano, mentre l’atmosfera si ghiaccia all’istante. Nemmeno le battute sulle scimmie di mare servono a rallentare la tensione.

È tutto surreale, e quasi non ci crediamo. Le conversazioni in Loggia ci sfuggono di mano e si trasformano in un sottoprodotto della televisione. L’imbarazzo regna sovrano e la situazione precipita. Ora la discussione ha veramente inizio. Ora le telecamere stanno riprendendo, prima di questo momento non è mai esistito nulla. Tranne che per noi, ovviamente. Ora si può iniziare. Enrico, stimato chairman, dà il via alla danza. Federica parla dei premi che ha vinto, della scienza in Italia e in Europa, di pressioni che la spingono all’estero perché è una donna, giovane e pluripremiata e non c’è posto per lei nella comunità scientifica italiana, lei che guadagna come ricercatrice 850 euro al mese. Bisogna promuovere il talento, la competizione, incrementare la qualità e assegnare quei pochi posti disponibili nella scienza a chi è più meritevole.

Della rete si occupi chi fa divulgazione, i ricercatori hanno giusto il tempo di fare ricerca nei laboratori; ma quando i giornalisti parlano con loro, interpretano studi in modo sensazionalista, attirando lettori e travisando le parole della scienza, sia per incompetenza che per scelta. Serve una comunicazione diretta con il pubblico. Ma no, non si ha tempo per un blog. Neppure collaborativo, perché non si è rappresentativi di una categoria come quella di scienziati. Intanto, gli altri due ospiti, Mafe De Baggis e Luca Vanzella, continuano ad attendere pazientemente il proprio turno.

Le domande rivolte a Federica cercano di aprire spiragli di dialogo, ma la ribalta non può essere condivisa, non questa volta. Ha 104 pubblicazioni all’attivo, si occupa di spettroscopia neutronica, ma anche di organismi che sopravvivono in ambienti ostili e queste parole riecheggiano in Loggia Banchi.

Ambiente ostile.

La Loggia è quasi come fosse casa nostra e in meno di venti minuti ha cambiato pelle e si è rivoltata contro di noi, annullando la chiacchierata informale che ci eravamo promessi l’un l’altro. Il giorno prima, tre ricercatori premiati da Harvard si sono seduti accanto a noi, e ci hanno raccontato storie, ci hanno ascoltato, trattandoci da pari, nonostante noi fossimo estremamente consapevoli delle grandi menti che stavamo incontrando. Hanno condiviso un pomeriggio con noi. Ci hanno raccontato di come la rete abbia permesso loro di avvicinarsi alle persone, di come in questi diciassette anni sia cresciuto l’ambiente scientifico nel web.

Un’ora interminabile, forse un’ora e mezza. La percezione di un tempo che non trascorre. La troupe se ne va e ci porta via ogni cosa. Resta solo la delusione di un vuoto nella Loggia. Abbiamo perso il controllo, non so come. Abbiamo perso il controllo e alla fine del carrozzone, Mafe De Baggis e Luca Vanzella – due nostri ospiti, chiamati a condividere con noi conoscenza ed esperienza pluriennale – non hanno avuto modo di intervenire. Nessuno si aspettava una giornata del genere. 
Beh, non proprio nessuno.

4 Ottobre 2007

Il Festival arriva a Bucarest

Scritto da Marina Rossi

Proprio in questi giorni, si sta svolgendo in Romania la prima edizione nazionale del festival della scienza. La manifestazione, inaugurata lo scorso 2 ottobre, fa parte della rete europea WONDERS – acronimo per Welcome to Observations, News & Demonstrations of European Research and Science – che riunisce i festival dedicati alla scienza organizzati dalle varie nazioni.

L’idea alla base di WONDERS, organizzato dall’associazione europea di eventi scientifici EUSCEA, è quella di creare una rete dei festival con l’obiettivo di consolidarne le relazioni attraverso lo scambio reciproco di eventi. Il nostro direttore Vittorio Bo ripete spesso che il Festival della Scienza è un medium, un modo per comunicare una parte importante del pensiero e della ricerca attraverso altri mezzi, mettendo in relazione chi produce conoscenza con chi vuole recepirla. Perciò, in quest’ottica, Wonders accentua le potenzialità del mezzo superando i confini territoriali e culturali.

Quest’anno a Bucarest, viene ospitato l’evento tutto italiano Dynamic Tango che unisce al sensuale ballo argentino le teorie fisica. Abbiamo così chiesto a Giovanni Filocamo, ideatore di Dynamic Tango, una testimonianza diretta della sua esperienza romena. Ecco la sua risposta.

Bucarest, 3 ottobre 2007
Genova-Bucarest, non è stato un viaggio facile. Partiti alle 3 del mattino, poi l’aereo con controlli di sicurezza blindati e infine il tassista che ci ha fregato 90 euro per un viaggio da 9…

Ad ogni modo ci siamo, siamo al “festival della scienza” rumeno, e devo dire che mi aspettavo una cosa molto diversa: tanto per cominciare è organizzato interamente nella fiera (molto più grande della nostra), ma soprattutto è un evento dedicato al mondo dell’industria e della ricerca industriale. Mi è stato spiegato che è la prima esperienza per loro.

La performance di tangoCosì, fra un macchinario per levigare e un Oring in lega speciale, si odono le note suadenti di Astor Piazzolla, quelle più decise di Carlos di Sarli o quelle giocose di Juan D’Arienzo. Siamo qui con Dynamic Tango, un laboratorio/spettacolo dove si spiega lo stretto rapporto fra il tango argentino e la fisica.

E così non mancano i curiosi, irrimediabilmente in giacca e cravatta, che di tanto in tanto fanno capolino al nostro stand (molto, molto diverso dagli altri) a vederci ballare o spiegare come mantenere l’eleganza grazie alla proiezione del baricentro o come fare meglio il giro grazie alla conservazione del momento angolare.

I nostri ospiti sono gentili e premurosi, ieri ci hanno fatto assaggiare un dolce tipico veramente buono (ne avevamo un bisogno!), e stasera ci porteranno a mangiare in un tipico ristorantino.