5 Novembre 2007

La curiosità per la curiosità

Scritto da Redazione

ScimmiaVenerdì scorso Carlo Penco, Alberto Greco e Cristiano Castelfranchi hanno tenuto un incontro su “Curiosità e sorpresa nella scienza e nella vita quotidiana – La spiegazione delle scienze cognitive”. Impegnati negli incontri in Loggia, non abbiamo potuto essere presenti e sfortunatamente non c’è stata la possibilità di organizzare una chiacchierata qui nell’area blogger. A rimediare ha pensato lo stesso Alberto Greco che ci ha gentilmente inviato un riassunto della discussione.
Sarebbe molto bello se questo spazio diventasse un’occasione per continuare il dibattito. Ci sembra che l’argomento sia di grande interesse; le scienze cognitive sono oggi un campo di studi molto importante, dal momento che conviviamo, ogni giorno, con un’impressionante moltitudine di interfacce. Di seguito, l’email inviata dal Professor Greco.

Ho introdotto io, con il motto “curiosità sulla curiosità”, dicendo che tutti gli scienziati sono gente curiosa, ma alcuni hanno una curiosità particolare: sono curiosi di sapere come conosciamo, cosa spinge le persone a conoscere e quindi, tra l’altro, di sapere come mai le persone (compresi se stessi!) sono curiose… Che tipo di scienziati sono? psicologi cognitivi, filosofi, neuroscienziati, studiosi di intelligenza artificiale e altri: oggi ci si è accorti che c’è bisogno di una collaborazione multidisciplinare e tutte queste discipline insieme sono le “scienze cognitive” (nel cui ambito proprio in questi giorni sono aperte nella nostra università le iscrizioni al secondo Master in scienze cognitive che cerca di mettere a frutto in chiave applicativa queste curiosità).

Io per introdurre il tema ho cercato di far vedere in quali circostanze “scatta” la curiosità: quando si sa qualcosa ma non troppo (tendenza al completamento delle informazioni), quando le cose non sono come ce le aspettavamo (tendenza alla coerenza), quando comunque rispondiamo a una necessità - fine a se stessa - di esplorazione. Ed è interessante porsi la domanda se la curiosità sia una prerogativa umana o per esempio si possano costruire macchine curiose.

Carlo Penco ha ripreso una distinzione di Kahneman su due sistemi di comprensione, uno standard, automatico e non razionale, e uno attivato in casi in cui il primo non funzioni. Carlo ha fatto vedere dei casi concreti (anche molto divertenti) in cui la curiosità viene sfruttata nella pubblicità per superare gli schemi standard di ragionamento e attivare apparenti ragionamenti in realtà irrazionali.

Cristiano Castelfranchi ha fatto un’analisi del concetto di aspettativa, che rivela la natura “anticipatoria” della mente umana (l’anticipazione ci è utile all’adattamento perché ci consente ad es. di prevedere i pericoli). L’aspettativa deriva dall’incrocio tra credenze e scopi, quindi le variabili che la compongono hanno a che fare con la certezza da una parte e l’importanza dall’altra. In base alla combinazione di aspettative positive/negative e al verificarsi reale di cose piacevoli/spiacevoli, Castelfranchi distingue tra sorpresa negativa (delusione) e positiva (sollievo). La curiosità per C. è un’emozione, non una cosa puramente cognitiva. Infatti è associata ad un’attivazione dell’organismo, come la speranza o la paura. E l’aspettativa non è una semplice previsione come quella che possono fare i computer, ma richiede scopi, “interessi”. C. ha parlato anche del pessimismo e dell’ottimismo, delle profezie che si auto-verificano, e dell’importanza che queste cose hanno ad es. nella scuola.

La discussione è stata bella e fruttuosa e questo mi fa pensare che sul blog ci possa essere spazio e voglia di continuarla. Spero che la sintesi che vi ho fatto sia sufficiente a darvi un’idea ma se avete domande io e Carlo possiamo ovviamente rispondervi.

5 Novembre 2007

La fantasia è la figlia ribelle della noia

Scritto da Marina Rossi

Renzo BergamoLa prima domanda che appare naturale è: per quale motivo EstEtica del caos, mostra dedicata alle opere di Renzo Bergamo (1934-2004), si trova all’interno del Festival della Scienza? Innanzitutto l’arte non è poi così distante dal mondo della scienza, ma anzi spesso è proprio l’arte – letteraria o visiva – a essere la prima forma di divulgazione scientifica. Insomma, si tratta del classico dualismo delle culture – quella scientifica e umanistica – che troppo spesso viene professato. Ecco quindi che, tra gli obiettivi del Festival, c’è anche l’approccio artistico alla scienza.

La luce è pensiero anteriore, la volontà materia esteriore.

La conferenza prima e la mostra poi, affrontano la concezione del caos nell’arte e nella scienza. Nell’arte, l’astrattismo cerca nuovamente l’espressione di un invisibile e di un apparentemente illogico, ma che studia al contempo la luce; nella scienza, lo studio delle origini dell’universo, nella formazione dello spazio. Philippe Daverio e Giulio Giorello hanno così presentato il quadro filosofico-scientifico che sta alla base della visione del mondo dell’artista, mentre Stefano Moriggi ha illustrato il lavoro di Renzo Bergamo e le sue tappe fondamentali.

La produzione di Renzo Bergamo si può suddividere in sette periodi artistici: giovanile (1947-1950), arcaico (1950-1960), concetti cosmici (1960-1969), astrarte (1970-1979), immagine e somiglianza (1980-1989), estetica del caos (1990-2000), archeologia cosmica (2000-2004). E proprio il periodo che copre gli anni Novanta è quello in mostra, che si apre però con un acquerello del 1982, intitolato ? che rappresenta il Mistero. Un mistero che ricorre in tutta l’opera di Bergamo e che si traduce nello splendido uso dei colori.

Estetica Etica e Caos sono solo frammenti della nostra universalità.

Dal punto di vista espositivo, l’allestimento della mostra appare perfettamente riuscito. I quadri sono disposti all’interno delle sei sale in modo coerente e piacevole, permettendo la fruizione di ogni singola opera d’arte. L’espediente utilizzato è una struttura semicircolare di cartongesso bianco che isola ogni realtà pittorica in un piccolo frammento di spazio. Per ogni postazione, una targhetta esplica il nome dei quadri, l’anno e l’ordine in cui vanno fruiti. Le opere vengono così vissute contemporaneamente come una tappa di un percorso e come un’esperienza isolata.

Nella terza sala, i quattro dipinti – bozzetti preparatori senza nome – sono disposti ognuno esattamente di fronte a uno specchio, accentuando l’esperienza del caos e dell’energia dei colori. La quinta – e penultima – sala accoglie due gigantografie di due testi autografi che rappresentano alcuni pensieri di Renzo Bergamo. Bellissima l’idea di far prendere vita anche agli appunti manoscritti, alle frasi, ai pensieri compiuti. Gentilissimi, come sempre, gli animatori che ci hanno accompagnato nel percorso espositivo con disponibilità. Ottimo, infine, il materiale cartaceo informativo che – riprendendo i testi del sito ufficiale e la biografia – propone in un bel formato tabloid contenuti esplicativi in italiano e in inglese e una utile mappa.

Splendida la tela circolare intitolata L’occhio del verde finocchio, nella cui sala è presente un video di analisi in cui intervengono Philippe Daverio e Giulio Giorello. Il ringraziamento più grande va quindi rivolto alla moglie Caterina Bergamo e all’Archivio Renzo Bergamo. Prima della fine della mostra – un percorso circolare che termina all’inizio, proprio dal quadro ? – una sala oscurata presenta Renzo Bergamo in un video, alle prese con la pittura e con la composizione musicale; il filmato dimostra la sensibilità di un uomo che va al di là dell’acquerello e coinvolge ogni aspetto della vita umana.

Link:
Archivio Renzo Bergamo
Intervista a Piergiorgio Odifreddi

5 Novembre 2007

Steampunk Electric Mirabilia

Scritto da Matteo Aversano
If Edison had a needle to find in a haystack, he would proceed at once with the diligence of the bee to examine straw after straw until he found the object of his search… I was a sorry witness of such doings, knowing that a little theory and calculation would have saved him ninety percent of his labor.

Nikola Tesla - 1931

È come dovrebbe essere insegnata la scienza ai ragazzi: un flusso di passioni, una serie di sfide contro l’ignoto e contro l’inventore rivale; una semplificazione, forse, ma capace di trasmettere interesse e curiosità verso un mondo che a troppi appare solo come un agglomerato di formule, numeri ed esponenti.

teslaPaolo Brenni ha saputo imbrigliare l’attenzione del pubblico, numeroso, che ha voluto seguirlo nel confronto tra due grandi scienziati del secolo scorso: Thomas Edison e Nikola Tesla. Non è stato solo un viaggio attraverso le scoperte e le rivalità personali tra i due geni dell’elettricità, ma anche un percorso nella vita del tempo: i salotti e l’alta società, la vita di laboratorio e la percezione del grande pubblico delle due figure, con Edison sacralizzato sin dall’adolescenza e Tesla prima considerato un divo, quasi uno stregone, e poi dimenticato, ormai anziano e povero.

La guerra delle correnti è stata una conferenza coinvolgente, che ha unito in un’unica narrazione le vicende e gli scontri legati ai due inventori. Le angherie e le scorrettezze, i colpi bassi che si sono susseguiti tra Edison e Tesla non sono solo il condimento di una storia, ma sono il fulcro e il nervo della vicenda stessa, in quanto la scienza è sì fatta di prove, errori e calcoli, di vite spese in laboratorio, ma è anche legata al mercato, all’economia, al progresso e al profitto. La corrente continua di Edison si trovava così in conflitto con la più dinamica e conveniente, ma letale, corrente alternata di Tesla.

Una collaborazione brevissima tra i due scienziati, poi la rottura e la corsa alla ricerca di fondi, sovvenzioni, sponsorizzazioni; la quantità di invenzioni e brevetti sfornati da entrambi i protagonisti della storia è impressionante, come impressionanti sono le teorie di Tesla, ammettiamolo: il fascino di poter trasmettere energia elettrica senza fili, poter alimentare a distanza, a grande distanza, apparecchiature che necessitano di elettricità è sicuramente un tema che ancora oggi cattura l’immaginazione di molti.

Sedersi in una sala con il proprio computer portatile e non doversi collegare ad acuna presa di corrente, avere sistemi di trasporto pubblici completamente automatizzati ed alimentati senza alcun cavo sospeso, sono solo alcune delle suggestioni che grazie a Tesla avremmo potuto realizzare, forse. Va comunque detto che Nikola Tesla è il padre della corrente alternata, la corrente che tutti i giorni entra nelle nostre case, che può attraversare enormi distanze, così come Edison è uno dei padri dei più importanti strumenti legati all’elettricità che oggi utilizziamo, dalla lampadina al fonografo, fondamentale antenato dei moderni hi-fi casalinghi.

edisonMa i posteri sembrano ricordare Edison e Tesla in modi molto distanti dalla realtà, mitizzando il primo come il padre assoluto dell’elettricità moderna, simbolo dell’ingegno statunitense e incarnazione del sogno americano (il giovane ragazzino povero ma ricco di inventiva che scala a mani nude la montagna del successo), e il secondo come un sognatore misterioso, custode di grandi segreti dell’elettromagnetismo, portati nella tomba.

Sicuramente ci sono fondi di verità in entrambe le leggende, ma è anche vero che Tesla, per decenni membro della high society americana, dei salotti ricchi tra le quattrocento famiglie più importanti di New York, negli ultimi anni della sua vita ha tentato disperatamente di mantenere vivo il suo stesso mito, a cavallo tra scienza e stregoneria, parlando di raggio della morte, di entità extraterrestri, di levitazione magnetica e molto altro.

Non sapremo mai quanto di vero ci fosse realmente nelle parole dell’anziano e povero Tesla, inseguito dai creditori e dimenticato, dodici anni dopo la morte del suo storico rivale. Edison, invece, lo troviamo elevato agli altari della gloria nazionale, correttamente, certo, ma anche con un’evidente forzatura dei suoi meriti effettivi.

Ciò che si può sicuramente affermare è che la scienza, narrata in questo modo, con passione, con curiosità, come un romanzo avvincente, è capace di catturare l’attenzione di moltissime persone e può, concretamente, annullare la barriera, vera o percepita, che la ammanta e allontana la persona comune, i ragazzi, i curiosi occasionali.

4 Novembre 2007

Earth is the place

Scritto da Matteo Aversano

LifeÈ la prima volta che in Europa viene presentato lo spettacolo Life, avvolgente proiezione delle fotografie naturalistiche di Frans Lanting, musicate da Philip Glass. Al Teatro della Corte di Genova è stata allestita la prima: sul palco, sotto la direzione del maestro Carlo Boccadoro, l’Orchestra Filarmonica di Torino esegue con energia l’accompagnamento musicale, anche se “accompagnamento” è da considerarsi termine improprio. La musica è, infatti, parte e anima integrante dello spettacolo, non è solo valore aggiunto, ma rappresenta il respiro dell’esibizione.

Frans Lanting ripercorre i tre miliardi di anni del nostro pianeta: le sue fotografie, proiettate dinamicamente su tre grandi teli, sono uno spaccato emozionante del divenire terrestre: l’infanzia, con i vulcani irrequieti, la formazione degli oceani e le prime forme di vita. Una corsa attraverso i millenni sino a giungere alla nostra comparsa, uno spicchio minuto di tempo se lo confrontiamo con l’eternità che ci ha preceduti.

Racchiudere in un’ora e mezza un percorso così ampio dell’esistenza della vita, intesa sia come ribollire primordiale del magma, dei vapori nel cielo e delle acque degli oceani, sia come vita in senso stretto, ossia esistenza di esseri viventi mono o pluricellulari, è un’impresa da record. Il Festival della Scienza è ovviamente orgoglioso, primariamente nelle figure di Manuela Arata e Vittorio Bo, che si alternano sul palco per presentare l’evento, di aver ottenuto un simile risultato, ossia di aver potuto offrire al pubblico del Festival la prima europea di Life.

Ma è tutto oro ciò che luccica? Se qualcosa traspare fortemente, al di là della preziosa arte e grande abilità di Lanting, già peraltro apprezzabile nella mostra alla Darsena e nell’ottimo libro Vita, è la ricchezza e il pregio del nostro pianeta midori, un pianeta carico di energia, trepidante di esseri viventi di ogni tipo e forma, un forziere che dobbiamo a tutti i costi conservare e non sperperare.

Lanting è stato anche in grado, e in ciò si rintraccia uno dei più grandi punti di forza del suo lavoro, di trasmettere all’osservatore la dignità e il carattere dei soggetti fotografati: le piante nella loro eleganza, il pianeta nella sua forza e gli animali nella loro vitalità estrema sono onorati dagli scatti discreti ma profondi dell’artista di origine olandese.

Con toni meno entusiastici si può parlare, invece, della colonna sonora e della messinscena dell’opera. Philip Glass è eseguito con grande maestria dall’Orchestra Filarmonica di Torino, ma è la struttura in sé, la musica, che risulta ripetitiva e poco coinvolgente: sostanzialmente ciò che si percepisce è una struttura basilare ripetuta, su cui vengono fatte alcune variazioni (specie con ottoni e percussioni) nemmeno troppo incisive.

Lo spettacolo non è noioso, per carità, ma nemmeno trascinante, da questo punto di vista: la struttura a temi (il tema del volo, delle piante, delle prime forme di vita…) in questi casi non è efficace, poiché alcune sezioni, come Out of the Dark, possono estendersi per quindici, venti minuti e l’accompagnamento risulta, così, ripetitivo.

Altra nota negativa è l’utilizzo poco intelligente dei tre schermi. Se è vero che una semplice proiezione a tutto schermo delle fotografie sarebbe stata, alla lunga, molto noiosa, la scelta fatta di mostrare alcune foto a grandi dimensioni e altre più piccole che si sovrapponevano non è felice. L’effetto di alcune transizioni o animazioni delle stesse, per di più, scade nel ridicolo, per di più, come il criticatissimo canguro (la foto di un canguro si sposta lungo i tre teli rimbalzando, cadendo quindi in un’eccessiva banalizzazione). A volte sono presenti più foto, dai soggetti diversi, che spiazzano lo spettatore, poiché nessuna delle tre risulta apprezzabile appieno. Non insistiamo oltre, ma di certo Life è un ottimo spettacolo il cui potenziale scenico è ridotto da ingenuità visive e da una colonna sonora decisamente poco coinvolgente.

Ma è incredibile come, nonostante ciò, lo spettatore possa tornare a innamorarsi del suo pianeta natale, dei suoi abitanti, delle sue incredibili forze.

4 Novembre 2007

Cronache dall’Eden

Come già scritto (cfr post dedicato), Cronache dall’Eden è lo spettacolo allestito parallelamente alla Mostra “L’erbario di Emily Dickinson”.

Ciò che vedrete, oltre all’essenziale scena costruita per l’occasione (un tavolo, un bicchiere e alcuni libri), non è - chiariamo ulteriormente - Emily Dickinson che si racconta. Il sottotitolo recita: “Confidenze autobiografiche di un quasi soggetto, Emily Dickinson forse, a partire dal suo erbario
Dunque, ciò che vedrete rappresentato, non è biograficamente riconducibile all’esistenza della poetessa, non c’è un processo di identificazione in atto, ma un ricamare attorno alla sua figura - nel rispetto completo del culto che esiste attorno alla sua immagine ancora oggi - “a partire da” ciò che se ne ricava dall’Erbario. L’uso dei tempi verbali passati, quindi, aiuta nella ricostruzione retrospettiva e asincronica, come se ormai fosse possibile richiamare, a partire dai fiori o dalle piante incluse nell’Erbario, i sentimenti o le sensazioni che correvano parallele - nel passato - al momento in cui Emily recideva e fissava nel suo diario.

Lo spettacolo consiste in un monologo - scritto da Martina Massari - da 50 minuti circa interpretato dall’intensa - e notevole - Federica Cassini. Sullo sfondo vengono proiettate fotografie d’epoca dei personaggi che si intrecciano alla revisione postuma del diario anticipato che è l’Erbario di Emily, oltre che immagini di fiori e piante della zona in cui la poetessa ha abitato. La regia, la colonna sonora e la realizzazione del progetto sono a cura di Roberto Freddi.

Dimentico un particolare importante: ho scritto poesie.
Ora sono in imbarazzo… Non è da me definirmi scrittrice né poetessa… Ma purtroppo bisogna esserci in qualche modo; e io ho scelto la scrittura.

da Cronache dall’Eden

Vi consiglio caldamente di fare un passo al Museo di Storia Naturale, di recarvi lì con una mezz’ora di anticipo rispetto all’ora di inizio dello spettacolo, e di passeggiare con la dovuta concentrazione nella Casa - allestimento di Emily. Mostra e Spettacolo, visti separatamente, riescono già a trasmettere sensazioni precise e molteplici, combinati tra loro in rapida sequenza sono - a mio avviso - imperdibili.

Potete cogliere questo fiore ancora il 4 (oggi), 5, 6 novembre alle 17:00.

4 Novembre 2007

Ragionare spensierati

Scritto da Andrea Baresi

Tutto parte dalla dialettica eristica

Si può avere ragione objective e tuttavia aver torto agli occhi dei presenti e talvolta perfino ai propri.
— Arthur Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione

Aula Polivalente San Salvatore — intervengono (nell’ordine): Claudia Bianchi, Leonardo Lesmo, Achille Varzi, Claudio Bartocci, Marcello Frixione, Marco Santambrogio.

Gli errori di ragionamento (e le fallacie) sono fenomeni trasversali; colpiscono chiunque. In genere non derivano dalla stupidità della gente. Gli umani — tutti — sono spesso vittime delle (loro) illusioni, dei bias (distorsioni) del/nel senso.

La teoria dei modelli mentali descrive una mente occupata nella manipolazione di astrazioni, modelli che rappresentano frasi verbali. Molto spesso da questo juggling semantico non emergono strutture armoniche e ben definite — qualcosa non torna, riproviamo, ri-proviamo, ma, alla fine delle fini, non ci resta che inferire “statisticamente”. Sono queste scelte “forzate” che generano i presunti difetti di ragionamento.

Hm corvi — nero, nero, nero, nero, nero, nero, nero… Tutti i corvi sono neri!

corvi

Produrre affermazioni vere, interessanti, giustificate mediante prove: questo è l’obiettivo. Nulla di più semplice… Ci fermiamo e pensiamo al contesto in cui siamo immersi: persone diverse possono trovare (più o meno) convincenti argomentazioni diverse; e adesso?

Analizziamo il problema. Gli errori competono esclusivamente alla dimensione inferenziale?

la logica è meglio di niente
niente
è meglio del sesso

Alcuni errori possono riguardare aree linguistiche, aree semantiche non inferenziali. Osserviamo come ragionano i matematici; anche qui gli errori si basano su supposizioni implicite. Anche qui troviamo due livelli di ragionamento. [ il discorso si ricollega agli aspetti normativi/descrittivi ]

In matematica spesso ci capita di osservare come le dimostrazioni possano apparire, a chi non è addentro, poco intuitive. Una dimostrazione formale, paradossalmente, rischia di convincere meno persone di un’argomentazione raffazzonata.

Queste cose succedono altrove? Probabilmente sì.

Non tutte le fallacie sono stupide. [ Poi accendiamo la televisione e ci accorgiamo che nel mondo in cui viviamo la gente non ragiona non è capace di ascoltare. ] Ma la gente è ragionevole.

Quello che ci salva si nasconde nel nucleo delle nostre debolezze. I bias e le illusioni sono generate dalle “scorciatoie” della nostra mente. Il nostro sistema percettivo ci porta a completare l’informazione, a ri-costruire il tutto da alcune delle sue parti.

La gente non è stupida, ma un bel corso di logica e analisi del linguaggio per tutti è auspicabile.

4 Novembre 2007

Tra scienza e impresa

Scritto da Federico Fasce

Ospite in Loggia Paolo Valdemarin, imprenditore e fondatore di Evectors, realtà italiana che si occupa della gestione della conoscenza per le intranet di grandi aziende.

Paolo ValdemarinIniziamo con Paolo la nostra chiacchierata da un punto di vista completamente inedito: il rapporto, talvolta difficile, tra Rete e aziende.
L’idea di Valdemarin è che nella nuova azienda debba cadere il mito della riservatezza delle informazioni. Numerosi casi di studio dimostrano che, invece, un flusso informativo continuo su quello che fanno e come vivono i vari dipendenti non solo sia in grado di creare maggior valore, ma anche di migliorare i rapporti umani tra le persone e a tenere alto il morale.

Rapidamente quindi ci si sposta su due grandi problemi della Rete: la mole informativa e l’autorevolezza. Paolo Valdemarin cita Stowe Boyd e l’idea del flusso informativo; viviamo immersi nell’informazione, ma non è difficile selezionare quella rilevante. Paolo utilizza lettori di feed RSS su ogni device, fisso o mobile, che lo permetta. In questo modo riesce sempre ad essere aggiornato su quello che succede nel mondo, addirittura senza passare, direttamente, per le grandi testate online.

Francesco Bollorino, consulente per il Comune di Genova sul progetto città digitale, non è d’accordo: per quanto riguarda l’informazione medica, sarebbe necessario un bollino di validità che discrimini l’informazione scientifica corretta da quella errata.

Paolo Valdemarin risponde che, nel momento in cui una persona vive in rete, riesce a discriminare le informazioni, dal momento che esse vengono filtrate dal suo stesso social network. Certo, esiste un problema di imprecisione di certe informazioni, ad esempio quelle mediche. Ma va da sé che in questi casi è comunque meglio rivolgersi ad uno specialista.
Paolo prosegue spiegando come, quando una persona è coinvolta in un argomento tenda ad essere molto più precisa: è il caso di alcuni forum che mettono in contatto malati di cancro, e le cui informazioni si rivelano più corrette delle riviste scientifiche.

L’autorevolezza è generata dallo stesso social network. Nel momento in cui si conoscono le persone, ci si fida di loro. il meccanismo è sempre quello della fiducia. E forse, spiega Paolo, è preferibile un mondo dove tutti possano dire la loro a costo di un elevato rumore a uno controllato da una non meglio specificata autorità.

Come risolvere il problema della mancanza di concorrenza? Lo scenario di oggi vede alcune aziende accentrare il loro potere, e in Rete sembra funzionare meglio un modello nel quale tutti fanno riferimento a un singolo servizio, piuttosto che un più sano modello concorrenziale. Per Paolo tutto questo non è un problema. La natura aperta della Rete fa sì che i costi per cambiare servizio siano molto bassi e che sia naturale, nel tempo, un certo ricambio. Se Google dovesse passare al lato oscuro della forza, probabilmente non potrebbe fare più affidamento su tutte quelle persone che a Google conferiscono valore.

Ringraziamo Paolo Valdemarin per l’intervento stimolante e Francesco Bollorino per avere stimolato una discussione problematica e interessante.

4 Novembre 2007

Donne e politica/2

Scritto da Federico Fasce

antonellaDurante la chiacchierata con Antonella sono venuti fuori un po’ di temi interessanti sul rapporto tra Rete e politica.
Antonella è un’esperta nel campo, avendo avuto diverse esperienze negli Stati Uniti ed avendo potuto seguire la campagna elettorale democratica.
È interessante vedere come negli USA Internet non sia utilizzata limitandosi al sito/blog del politico di turno, ma venga sfruttata per creare azioni di lobbying, per fare davvero partecipare i cittadini alla vita politica e per creare spazi di discussione.
Sono poco esperto di politica, ma mi affascina vedere come il tema del lobbying, per fare un esempio, assuma significati praticamente opposti in due contesti culturali diversi.

Ma la Rete davvero ha i numeri per contare qualcosa nella comunicazione politica? Dopotutto il caso di Howard Dean in USA fa pensare: anche in paesi dove la Rete è diffusa, non sembra che questa sia in grado di spostare molti numeri.
Ma forse non si può ragionare solo con le cifre. Progetti interessanti come 10Questions promosso da Techpresident (e descritto su Spindoctor dalla stessa Antonella) dimostrano, mi sembra, che la Rete possa avere un ruolo rilevante nello stimolare la discussione e nel portare agli occhi della politica problemi magari meno conosciuti.

E soprattutto che, proprio attraverso la Rete, possa rendersi più efficace un movimento di cittadinanza attiva.

3 Novembre 2007

Donne e politica

Scritto da Marina Rossi

Antonella Napolitano e Nicla VassalloUn incontro piacevole e in sintonia. Nicla Vassallo, filosofa della scienza di Genova con un Ph.D. a Londra, e Antonella Napolitano (blog) giovane studiosa della comunicazione politica con grande esperienza negli Stati Uniti, si sono incontrate ieri in Loggia, attorno al nostro tavolo di blogger. Molti i temi trattati, dalla politica alle donne, fino alle donne in politica. Una chiacchierata che mostra ancora una volta l’arretratezza dell’Italia nei mezzi e nei contenuti.
Le donne, filosoficamente, sono sempre state considerate inadatte alla politica, perché considerate irrazionali al contrario dell’uomo. Eppure, moltissime hanno sostenuto il potere sia alla luce del sole in monarchie sia imprigionate nell’ombra di molti uomini-presidenti. Perché, dunque, in paesi come il Pakistan e l’India la donna – pur non avendo tutte le libertà occidentali – può raggiungere posizioni di potere elevate, mentre nell’occidente del mondo la situazione pare ancora cristallizzata?
Negli Stati Uniti solo ora con Hillary Clinton una donna – ex donna-ombra – sembra avere buone possibilità di sedersi nello Studio Ovale. Ma la motivazione di questo ritardo è riconducibile a una disomogeneità degli Usa, troppo grandi per essere contemporaneamente rappresentati da una sola figura. Molti stati della federazione sono infatti estremamente democratici e avanzati, mentre molti altri stati sono ancor a un livello sensibile di arretratezza tale da aver rallentato l’ascesa di una donna al potere. Tuttora in Italia, la situazione non è delle migliori; non esistono modelli al di fuori delle veline e i punti di riferimento femminili sono solo bellezza e successo, anzi, sposare il successo. Nelle monarchie nordiche, per esempio, la situazione è nettamente migliore: la figura della regina è, prima di ogni altra cosa, un modello che sblocca la condizione femminile e rende consapevoli le donne che anche le cariche più alte non sono riservate esclusivamente all’uomo. Secondo Nicla Vassallo, proprio per questo motivo è importante che una donna vinca le elezioni – in questo caso Hillary Clinton – nonostante tutto, perché può offrire alternative.
Solo così si possono combattere gli stereotipi di genere. Tra l’altro la differenza di genere non è particolarmente fondata, anzi, finora non è mai stata dimostrata dalla scienza e, fino a quel momento, ogni differenziazione tra uomo e donna appare superficialmente inesatta. Anche l’abituale distanza tra donne e tecnologia è un errore: fin da sempre il genere femminile è stato associato – e spesso relegato – all’uso di strumenti, vuoi la cucina, vuoi la maglia. Nessun ostacolo esiste quindi tra donna e mezzo. Uguale è il concetto con la tecnologia, lo strumento informatico o digitale.
Ma com’è la situazione italiana della filosofia in rete? Ancora molti sono i freni che la comunità filosofica pone qui in Italia: molte mailing list e siti, ma pochissimi blog ancora poco diffusi. All’estero, invece, i blog filosofici, in cui vengono poste domande e risposte, sono uno strumento molto usato e diventano una risorsa: se una volta andavo alla Biblioteca di Londra a consultare volumi, oggi trovo quasi tutto in rete.
Oggi, Nicla Vassallo presenta alle 15:00 ai Magazzini del Cotone il libro “Filosofia delle donne” (Laterza, 2007), scritto in collaborazione con Pieranna Garavaso, anch’essa presente all’incontro.

3 Novembre 2007

Le fiamme e la ragione

Scritto da Federico Fasce

È dunque l’universo uno, infinito, immobile; una è la possibilità assoluta, uno l’atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo et ottimo; il quale non deve poter essere compreso; e perciò infinibile e interminabile, e per tanto infinito e interminato e per conseguenza immobile; questo non si muove localmente, perché non ha cosa fuor di sé ove si trasporte, atteso che sia il tutto; non si genera perché non è altro essere che lui possa derivare o aspettare, atteso che abbia tutto l’essere; non si corrompe perché non è altra cosa in cui si cange, atteso che lui sia ogni cosa; non può sminuire o crescere, atteso che è infinito, a cui non si può aggiungere, così è da cui non si può sottrarre, per ciò che lo infinito non ha parti proporzionabili.

AugiasIl palco è allestito in modo semplice. Tre drappi bianchi a far da scenografia, quello centrale che si solleva a mostrare uno studiolo con un leggio, uno sgabello e un tavolino. Sul tavolino una brocca d’acqua e un bicchiere. Spotlight e Corrado Augias, elegantissimo, pronto a raccontare la storia di Giordano Bruno. I drappi bianchi d’improvviso si animano, attraverso la proiezione di immagini, incisioni ed effetti visivi.

La barcaccia del Teatro Modena somiglia a un forno, tanto fa caldo. Dal palchetto mi dicono che l’aria è altrettanto soffocante. D’altra parte stiamo per ascoltare la storia di un eretico bruciato sul rogo. Fa atmosfera.

Quando Augias inizia il suo monologo, però, si fa presto a dimenticarsi di tutto. Le sue parole trascinano il pubblico attraverso una storia che è anche un simbolo. E che di questi tempi, duole dirlo, ha quasi il sapore dell’attualità.

Le Fiamme e la Ragione è idealmente diviso in quattro parti: la vita di Giordano Bruno fino all’incontro con Mocenigo, un flashforward all’anno milleseicento e un flashback al trecento di Costantino per contestualizzare la storia del filosofo, e infine gli anni dei processi, delle torture e la tragica morte sul rogo a Campo de’ Fiori. Ognuna di queste parti è scandita dalle musiche di Valentino Corvino e C-Project, un mix di elettronica e musica rinascimentale.

Corrado Augias è un eccellente narratore. Da grande giornalista sa separare i fatti dalle opinioni, espone il suo tema con garbo ed eleganza, misura saggiamente le parole. Anche quando incappa in un lapsus si riprende con un sorriso e il pubblico non può fare a meno di applaudire. Il racconto scorre fluido mentre il pubblico scandisce le pause con applausi a scena aperta che danno l’idea di quanto questo spettacolo sia organizzato in maniera impeccabile. Chiamato al centro della scena, al termine dello spettacolo, Corrado nicchia per qualche minuto. Ma non è la falsa modestia della star. Quando finalmente si convince a mostrarsi ferma il fragoroso applauso del pubblico arrossendo. Chapeau.

Le Fiamme e la Ragione è uno spettacolo da vedere per almeno due motivi. Il primo è che si tratta di un memorandum ancora molto attuale. Il secondo, è che è divertente ed emozionante. Non è mica poco. Si replica oggi e domani, alle 16. Teatro Modena, Sampierdarena.