3 Novembre 2007

Alla ricerca di altre civiltà

Scritto da Andrea Beggi

Domenica 28 ottobre si è svolto il “Third Bioastronomy Day“.

Il professor Stelio Montebugnoli, responsabile dei SETI-Italia introduce l’argomento raccontandoci come il progetto ricerchi l’evidenza dell’esistenza di altre forme di vita in possesso di opportuna tecnologia, attraverso la ricezione di un segnale radio. Da notare che non ne è prevista la decodifica, né una eventuale risposta: la sola ricezione giustificherebbe l’esistenza del SETI. Alcuni dati per inquadrare le proporzioni: nell’universo ci sono 125 miliardi di galassie, la nostra è la Via Lattea e contiene 200 miliardi di stelle. La terra occupa una posizione periferica, e l’altro capo della nostra galassia dista 80.000 anni luce. Le ricerche SETI attuali arrivano a 100 anni luce.
Vista l’ampiezza del campo di gioco, come si svolge la ricerca di ET?

Ogni oggetto dell’universo emette radiazioni elettromagnetiche che sono rivelate dai radiotelescopi attraverso le diverse bande dello spettro; a seconda della banda che viene esaminato, si ottengono diverse “finestre” che mappano diversi oggetti dell’universo che occupano la stessa zona. Ogni finestra dello spettro fornisce informazioni peculiari di quella banda; non esiste una banda migliore dell’altra, quindi per avere una immagine completa di qualcosa, dovrei osservarlo attraverso tutte le bande dello spettro.

La ricerca di ET avviene tramite l’identificazione di radiazioni che egli sia in grado di emettere; la banda migliore da ascoltare è quella radio, poiché è dotata della migliore propagazione, dato che attraversa anche gli ostacoli. Inoltre è la banda che più facilmente contiene “rumore di civiltà”. La frequenza che si ascolta è quella più vicina al più basso rumore galattico: più silenzio significa maggiore facilità d’ascolto. La cosa migliore è cercare segnali radio monocromatici, che non esistono in natura. Il tutto si complica considerando che il cono di ascolto è abbastanza ristretto, quindi un eventuale segnale emesso da un pianeta abitato da civiltà intelligenti non avrebbe un livello costante, ma legato al movimento del pianeta rispetto al fascio del radiotelescopio in ascolto.

Vista la situazione attuale della ricerca in Italia, il progetto non ha praticamente fondi, e si deve quindi fare il possibile con i pochi mezzi a disposizione. Il SETI non ha costi per l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica): non costa praticamente nulla. Il suo analizzatore di spettro, che ha il significativo nome di Serendip IV, lavora in parallelo alle osservazioni in corso ed in più tiene monitorata la situazione delle interferenze. In pratica si inserisce nel flusso dei dati che vengono utilizzati da altre ricerche come uno “sniffer”, e tramite complesse operazioni matematiche ricerca le radiazioni che potrebbero essere significative.

Se le interferenze prodotte dalle trasmissioni umane continueranno a crescere secondo il trend attuale, tra 10/15 anni sarà difficilissimo effettuare ricerche radioastronomiche da terra; per fortuna nel prossimo futuro verrà completato lo SKA (Square Kilometer Array), dal quale tutti i radioastronomi del mondo riceveranno dati via internet. Si tratta di un immenso sistema di un milione di metri quadrati, che consentirà di fare ricerche SETI a profondità molto maggiori, estendendo il campo attuale, che è 100 anni luce.

SETI rappresenta una delle sfide più complesse per l’uomo. Nella comunità scientifica c’è la convinzione che ET esista, e se tra 20 o 50 anni non avessimo ancora ricevuto nulla, significa solo che cerchiamo nel modo, posto e tempo sbagliati.

La conferenza prosegue con l’intervento dell’eclettico Prof. Claudio Maccone, che inizia con una esortazione ai giovani a dedicarsi agli studi scientifici senza guardare agli sbocchi pratici, ma piuttosto a perseguire la scienza “for the sake of it”, perché non si sa mai a priori a cosa potrebbe portare lo studio scientifico: gli sbocchi spesso sono imprevisti e di grande valore.

Il professor Maccone illustra una sua teoria, secondo la quale la rappresentazione della conoscenza in ambito astronomico rispetto al tempo ha un andamento simile ad una curva detta cubica, fatta grosso modo così:

Curva cubica

Il picco nel punto “a” corrisponde al 290 A.C., quando Aristarco capì che la terra girava intorno al sole, segue una caduta del sapere astronomico, che vede il suo punto più basso “b” durante il periodo del medioevo. La scienza comincia nuovamente a progredire, finché nel 1543 Nicolò Copernico riscopre l’eliocentrismo, e siamo nel punto “c”.

In ascissa (asse orizzontale delle “x”) il tempo, in ordinata (asse verticale, delle “y”) una grandezza che identifica in qualche modo il livello di “sapere scientifico”: i numeri negativi corrispondono ad epoche storiche in cui la gente pensava che fosse vero quanto la scienza moderna ha dimostrato falso.

Facendo un parallelo con la storia del SETI, anche qui abbiamo alcuni episodi salienti:

Nella seconda metà del 1500 (punto “a”), Giordano Bruno capì che il sistema Copernicano era quello giusto, che il nostro Sole è una stella come tante, e come intorno al Sole ci sono dei pianeti che orbitano, così possiamo pensare che ci siano dei pianeti in orbita intorno ad altre stelle. Proprio come il nostro pianeta è abitato, così possono esistere degli extraterrestri su altri pianeti.

Nel 1959 i due fisici Giuseppe Cocconi (italiano della scuola di Fermi) e Philip Morrison (americano) pubblicano un articolo che dà inizio al SETI moderno, dimostrando che con le conoscenze dell’epoca era possibile captare i segnali radio di eventuali civiltà extraterrestri. E siamo al punto “b”, l’inizio della “ripresa”. In entrambe le curve i punti “a” e “c” rappresentano i momenti nei quali il livello di conoscenza in un caso, e di consapevolezza nell’altro avevano valori simili. Le curve hanno forme diverse (non fatemi disegnare la seconda che ci ho messo un’ora solo per disegnare questa….), e sono destinate ad incontrarsi in un punto “d” in un prossimo futuro. L’ipotesi del professor Maccone è che la scienza astronomica e i progressi in ambito SETI potrebbero essere in qualche modo collegati; sovrapponendo le curve, egli ha stimato la data del punto “d” intorno al 2070. Per quell’epoca si dovrebbe verificare una scoperta scientifica che consentirebbe da allora in poi all’astronomia e al SETI di procedere affiancati. Ad esempio ci potrebbero essere novità nel campo delle astronavi relativistiche, che viaggiano a velocità prossime a quelle della luce. Una conseguenza della teoria della relatività ristretta di Albert Einstein stabilisce che il tempo è relativo alla velocità con la quale ci si muove, effetto noto come “paradosso dei gemelli”; se si riuscisse a costruire un astronave che va al 20% della velocità della luce, i viaggiatori potrebbero arrivare al centro della nostra galassia, che dista 27.000 anni luce, in soli 21 anni. (Per loro, mentre per noi sarebbe sempre un tempo lunghissimo).

E poi, con uno di quei salti logici che mi piacciono da impazzire, il professor Maccone ci ha fatto notare che, secondo la Star Trek Timeline, nel 2063 ci sarà il primo volo di un’astronave dotata di motore a curvatura! Ho trattenuto a stento una ola. Per uno come me, cresciuto a trenette e Psicostoria, questi argomenti hanno un fascino tutto particolare; la possibilità di prevedere gli eventi sociali tramite calcoli matematici è uno dei capisaldi dell’eccezionale Ciclo della Fondazione di Asimov.

Se ci fossero più fondi si potrebbe passare anche all’esplorazione attiva sistematica, visto che al momento si conoscono già 200/250 esopianeti, ed il numero è in continuo aumento. Un esopianeta è un pianeta esterno al sistema solare che orbita attorno ad una stella diversa dal nostro sole, ed alcuni potrebbero anche avere le condizioni adatte allo sviluppo della vita

A questo proposito, si continua con l’intervento del professor Yvan Dutil dell’Université Laval, Québec, Canada, che illustra le possibili modalità di comunicazione con civiltà extraterrestri.

Si tratta di una grande sfida per l’uomo: costruire una lingua comune che venga compresa da ET, e scegliere gli argomenti adeguati alla prima comunicazione. E’ da secoli che l’uomo tenta di lanciare messaggi: da due secoli fa, quando si voleva disegnare un enorme teorema di Pitagora piantando alberi in siberia (Gauss, 1826), passando per varie rappresentazioni geometriche mandate via radio, fino al messaggio inviato nel 1974 da Arecibo.

Il messaggio di Arecibo era un buon tentativo, ma con il tempo ci si è accorti che poteva migliorare: intanto il messaggio è troppo breve e privo di ridondanza, in caso di perdita di una parte del segnale il messaggio diventa indecifrabile. Inoltre è troppo sensibile al rumore di fondo, e risulta difficoltoso da decifrare se ricevuto in cattive condizioni di ascolto. E poi è di difficile comprensione.

Si sta studiando quindi un modo alternativo e più completo per comunicare con civiltà extraterrestri. Intanto si deve curare la codifica del messaggio in modo che sia resistente alle interferenze, ridondante e con sistemi di controllo dei dati. Poi si deve scegliere la codifica più efficace per le informazioni da trasmettere, studiare un linguaggio con il quale esprimersi, e, cosa più importante, scegliere con cura gli argomenti.

Per aumentare la resistenza al rumore si è usato un frame per ciascuna immagine, per isolarla meglio; il messaggio viene inviato tre volte verso lo stesso obiettivo, per evitare le perdite di parti del segnale. Ogni carattere è diverso per almeno 7 bit in tutti gli orientamenti in cui il carattere può essere rappresentato e non esistono caratteri invertibili simili a “a”, “b”, “p”, “q” o “96″.

Per quanto riguarda gli argomenti, il messaggio comincia con concetti semplici diventando via via sempre più complesso: aritmetica, matematica, geometria, chimica, fisica atomica, sono solo alcuni delle rappresentazioni inserite nel messaggio, fino ad arrivare a nozioni di cosmologia e alle costanti dell’universo. L’ultima pagina dovrebbe consistere in una serie di domande con l’invito a risponderci.

Ma si può fare ancora meglio, poiché matematica fisica e chimica sono utili per costruire un linguaggio, ma non sono molto interessanti come argomento. Inoltre messaggi del genere sono troppo legati alle conoscenze di chi li riceve: se i concetti sono troppo elementari risultano noiosi; se troppo complessi rischiano di interferire con il progresso di chi li riceve e quindi risultare destabilizzanti. I fenomeni sociali sembrano una scelta migliore per comunicare, e SETI si sta lentamente evolvendo in una disciplina diversa. Si parte dal presupposto che alcune funzioni sociali sono comuni a tutte le civiltà: concetti come distribuzione delle risorse, teoria dell’equità, sviluppo sostenibile, sono solo alcuni esempi di fenomeni che posso essere descritti con l’aiuto della matematica, e si tratta di funzioni sociali comuni a tutte le civiltà. Perfino la democrazia è un concetto sufficientemente formalizzabile per essere comunicato a culture diverse della nostra con la speranza che venga compreso.

Una parte della comunità scientifica non gradisce l’invio di segnali, perché non si è certi dell’effetto che potrebbero avere. Inoltre, se si considera la presunta durata media di una civiltà come la nostra, risulterebbe che statisticamente saremmo i meno evoluti, essendo la nostra tecnologia relativamente giovane; l’invio di segnali potrebbe non essere considerato in modo positivo da civiltà più evolute della nostra. (Siamo spammer dello spazio? Rischiamo di finire nella blacklist delle galassie? LOL! Improvvisamente ho questa immagine dell’extraterrestre che riceve un messaggio dalla Terra e lo butta nel cestino, insieme a quelli degli spacciatori di Viagra intergalattico…).

Altri fanno notare che comunque stiamo emettendo onde radio da circa un centinaio di anni, e il “rumore” che produciamo è una sfera che racchiude circa 3000 stelle, sulle quali ci potrebbe essere qualcun altro che potrebbe averci già scoperto.

In conclusione: è certo che non siamo soli nell’universo, ma le grandezze in gioco rendono la ricerca dei nostri fratelli una sfida affascinante che può aiutarci a comprendere meglio noi stessi.

3 Novembre 2007

Dalla ghigliottina al boeing 767

Scritto da Matteo Aversano

11settembreIl terrore. Del buio, della morte, della violenza, una forma esponenziale di insicurezza verso l’ignoto, un senso di precarietà diffuso - infuso dalla e nella nostra stessa natura umana.

Com’è possibile che nelle nostre vite, oggi, all’ordine del giorno sia il terrore, parafrasando il titolo della conferenza tenutasi al Histoire Cafè Garibaldi? Dalla paura per gli aumenti dei costi, delle riduzioni salariali sino al terrore su vasta scala strumentalizzato, a impianto globale, buono per fomentare planetarie partite a Risiko alimentate dal nero del petrolio e dal rosso della violenza, gran parte del bisogno di sicurezza crescente deriva da un sapiente e spinto utilizzo elitario del terrore.

Nell’incontro con Daniele Giglioli, introdotto da Francesco De Pretis, percorriamo un cammino lungo la storia della paura di massa: dal soverchiamento della società francese, durante la Rivoluzione e il Terrore, sino alla grande mediatizzazione dell’attentato terroristico post undici settembre. E’ un percorso estremamente complesso, che annoda i fili dell”irrazionalità umana e del freddo calcolo politico, è soprattutto una storia che denota un passaggio strategico dal sentimento di valenza puramente psicologica a una precisa arma politica, che smuove gli istinti bassi delle folle e della gente verso gli interessi delle lobby, capace di spostare voti e lasciare approvare, senza colpo ferire, leggi anticostituzionali e degradanti.

Ma cosa sia realmente il terrore oggi, e specialmente il temuto e onnipresente terrorismo, è una domanda complessa, in realtà. Assistiamo sicuramente a una disgregazione di quanto ci sia di realmente materiale e tangibile nella minaccia internazionale: il terrorismo diviene una sorta di costellazione lontana, una sfera di influenza sulla nostra realtà; è uno spettro, di quelli banali col lenzuolo bianco e i buchi per gli occhi, agitato sapientemente da fili più o meno sottili, una distrazione utile per spingere l’opinione pubblica nelle direzioni più convenienti al potere.

I network principali si appoggiano alle immagini cruente dei postumi di un attentato esattamente come si appoggiano a produttori di format e contenuti: il terrorismo ha un palcoscenico privilegiato su ogni televisore del pianeta, le immagini vengono lanciate da ogni canale possibile e immaginabile e il ritorno pubblicitario per la grande Spectre di Osama BinLaden (probabilmente altrettanto fantomatica quanto l’avversaria di James Bond) è un fenomeno più unico che raro; il terrorismo vive di mostri lontani e di asettiche immagini televisive dalla scena di un attentato, supera le barriere linguistiche grazie ai video dei telegiornali che moltiplicano l’effetto psicologico di un attacco, come una cassa di risonanza mediatica.

E’ l’a-criticità il vero pericolo: dalla gestione del fenomeno terrorismo, specie dopo gli attentati del 2001, gli spunti per svelare e denunciare la scarsa consistenza del pericolo effettivo, della manipolazione degli attacchi alle twin towers e dell’utilizzo politico - bellico del terrore, si sono moltiplicati, ma non sono stati colti. Anzi, sono stati rimossi progressivamente ed è cresciuta, in modo assolutamente miope, la fabbrica mediatica del terrore, che dopo la farsa afgana e la tragedia irachena si appresta a gettare nell’hit parade internazionale un nuovo nemico, dal peso militare nullo ma perfetto per giocare la parte del babau di turno: l’Iran.

Ciò che potrebbe fermare una simile spirale di menzogne e paure socialmente inoculate è una maggiore comprensione reale e, a suo modo, scientifica del fenomeno terrorismo; un’analisi che Giglioli compie minuziosamente, dispiegata attraverso le pagine della letteratura classica e moderna che ha saputo a più riprese analizzare, mitizzare dove serve e, più spesso, applicare una ragionevole critica ai fenomeni di terrore collettivo, ai grandi spaventapasseri, ai cattivi dalla pelle diversa dalla nostra, umanamente o politicamente.

2 Novembre 2007

A Genova, In Africa

Scritto da Marina Rossi

In AfricaIn Africa sarà probabilmente una delle mostre più frequentate del Festival. Eppure, se proviamo a chiedere ai passanti alcune opinioni in proposito, in pochi sanno di averla visitata. Non per questo, però, è meno apprezzata.

La mostra fotografica è situata in Piazza Caricamento – nell’area pubblica che si distende tra Palazzo San Giorgio e l’Acquario – e raccoglie scatti di Alessandro Bee, fotografo naturalista. Le immagini raccontano la vita nel continente africano, attraverso semplici sguardi, espressioni e gesti degli abitanti e degli animali. Un pannello riporta le parole di Jane Goodall e illustra il significato della mostra.

Ma, al di là delle belle foto, la mostra ha un’ulteriore forza, l’allestimento. La posizione centrale e all’aria aperta, ma soprattutto la scelta di disporre i pannelli in postazioni a forma di parallelepipedo, sfrutta intelligentemente la piazza. In qualsiasi posizione ci si trovi, si scorgono almeno quattro o cinque immagini differenti, creando un vero ambiente di immersione nel mondo dell’Africa. Questa mostra – così come molti altri eventi in questi giorni – crea un valore per la città.

2 Novembre 2007

Montagne di fuoco

Scritto da Federico Fasce

Il nucleo terrestreCredo che qualsiasi visitatore del Festival sia affascinato dall’idea di una mostra sui vulcani. Imponenti e spettacolari manifestazioni della natura sono da sempre qualcosa che incuriosisce e intimorisce.

Vulcani: esplosioni ed effusioni mette in gioco l’argomento attraverso l’autorevolezza dell’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e di Vulcanologia e ci guida alla scoperta di ciò che sta sotto la crosta terrestre. Si comincia con un breve filmato in 3d. Si inforcano gli appositi occhialini e via, attraverso il sistema solare. Nonostante il filmato non sia poi male, la scelta della stereoscopia appare almeno un po’ forzata, quasi una dimostrazione di modernità non richiesta (e peraltro la tecnologia in questione di nuovo ha ben poco). In ogni caso si prosegue con uno zoom in attraverso una serie di “stazioni” coordinate da un animatore.

Si passa dall’interno della terra, per uscire gradatamente verso la superficie nel contempo avvicinandosi al vulcano, vero protagonista. Rosso e neroI visitatori sono invitati a ricomporre le placche della crosta terrestre, a spingere leve, premere bottoni, a toccare con mano la differenza tra vulcani effusivi e esplosivi. I computer dell’Istituto costellano i corridoi e mostrano informazioni specifiche sulla situazione delle zone sismiche nel mondo.

Alcuni passaggi sono affascinanti, immersi nel buio e illuminati da lampade rosse, contribuiscono a creare l’atmosfera giusta. Vulcani: esplosioni ed effusioni è una mostra che necessita, comunque, di seguire con attenzione le spiegazioni degli animatori; la mancanza di pannelli esplicativi (voluta, direi, data la vastità dell’argomento) rende le varie postazioni poco significative se non supportate da una adeguata guida.

2 Novembre 2007

I due del Festival

Scritto da Federico Fasce

Manuela Arata e Vittorio Bo si sono prestati con grande simpatia ed entusiasmo alla tortura della loggia.
Seduti sullo splendido divano artistico che oggi attirava più visitatori del solito hanno raccontato, più o meno a ruota libera, le loro vite, come sono arrivati al Festival e come funziona, oggi, questo evento-medium che dopo cinque anni sembra giunto a una definitiva maturità.
Manuela e Vittorio
Vittorio e Manuela hanno seguito percorsi di vita molto diversi: un taglio più dirigenziale per Manuela, che ha seguito i lavori di un centro di ricerca dopo aver lavorato per Ansaldo, più umanistico per Vittorio, filosofo e letterato, fondatore della casa editrice Il Melangolo nel 1989.

Il Festival nasce, come spesso accade per eventi di questo tipo, con un salto nel buio. È il 2003, il sindaco di Genova vorrebbe spostarlo all’anno successivo, nel quale Genova sarà Capitale della Cultura, ma Vittorio e Manuela insistono: se si vuole fare, che si inizi subito.

È andata bene, e oggi il Festival è uno degli appuntamenti più importanti della città, in grado di mobilitare 650 animatori divisi per 500 eventi. Ma come viene scelto un evento? Dalla seconda edizione in poi è stato lanciato un call for proposal, che ha luogo immediatamente dopo la fine del Festival. Attraverso successive scremature si arriva alla lista finale e si inizia l’organizzazione vera e propria.

Ma perché così tanti eventi? Non saranno troppi? Domande legittime, che arrivano anche dal mondo politico. Per Manuela Arata volare bassi significa rimanere chiusi nella città, non riuscire ad aprirsi all’esterno. Non solo: l’idea di entrambi è che il Festival sia come la televisione. Deve essere un mezzo caro al pubblico, pervasivo e in grado di offrire un bouquet di eventi più ampio possibile, in modo da favorire le diverse inclinazioni del pubblico e di generare nelle persone un effetto di insoddisfazione positiva che invoglia a tornare.

Le conferenze non sono volutamente tenute da divulgatori, a parte alcune eccezioni. Per presidente e direttore è importante che siano gli scienziati stessi a parlare alle persone, a raccontarsi. Costringerli a condividere le loro esperienze con il pubblico abbandonando il linguaggio tecnico può servire a smorzare quel senso di casta che a volte aleggia intorno alla comunità scientifica. E il coinvolgimento del pubblico è fondamentale: come fa notare Manuela, no public awareness, no money.

Quali sono state le scelte vincenti? Il periodo, innanzitutto, lontano dai convegni scientifici, ma incastonato in un ponte che permette alle persone di muoversi con maggiore libertà. E soprattutto, racconta Vittorio, l’idea di collocare gli eventi in un’area cittadina molto vasta, sul modello di altre manifestazioni simili.

Come sono le giornate di Vittorio e Manuela? Decisamente pesanti, soprattutto nei primi giorni: bisogna sistemare in fretta quello che non funziona e cercare di arrivare a regime prima possibile. Subito dopo, spazio alle public relation. Più piacevoli, forse, ma non meno faticose. Durante i giorni del Festival si dorme comunque poco.

I progetti per il futuro sono molti, incidentalmente legati anche a questa piattaforma. Si va da una sorta di book digitale del Festival, che ne raccolga gli highlight, a un consolidamento del blog e degli eventi a esso correlato, magari con l’istituzione di chicchierate periodiche sul modello di quelle provate in Loggia. Ci ragioneremo insieme. Niente Festival permanente: non sarebbe una mossa vincente a causa soprattutto dei costi di mantenimento. Esistono però realtà permanenti legate al Festival, piccole ma molto interessanti: è il caso di Matefitness, il laboratorio di matematica ospitato da Palazzo Ducale.

La chiacchierata si chiude con una domanda curiosa, che moltissimi frequentatori del Festival hanno posto agli animatori in questi giorni: cosa significa il logo del Festival della Scienza?

Lo spiega Vittorio: l’asterisco, con la sua funzione di richiamo, dà l’idea della moltitudine di eventi sparsi per la città e fuori. Torna ancora il concetto di medium molto caro al direttore. Le parentesi quadre lo racchiudono in una sorta di fermo immagine, uno still life scientifico.

Da parte nostra, i migliori auguri per migliorare ancora uno dei pochi eventi che ancora conferiscono valore a una città chiusa come Genova, e un ringraziamento a entrambi per il (molto) tempo concessoci.

2 Novembre 2007

Anatomia della similitudine. Quando Venezia scorre parallela a Genova.

Ci si riconosce tutti di mattina presto. Conti le occhiaie e i passi che si muovono verso una direzione prestabilita, in modo del tutto inerziale. Lasci che sia una forza superiore a trascinarti. Come se nottetempo avessero magnetizzato il centro delle nostre peregrinazioni e contemporaneamente fossimo muniti di una fonte sottocutanea del polo opposto.

Il clan degli accreditati
Cosa ci attira? Il fallout degli eventi che stiamo seguendo, l’entropia magica riversata nella città dall’allinearsi - alle medesime coordinate spazio-temporali - di menti, personaggi e illustri intellettuali - o di registi, attori e sceneggiatori - raramente avvicinabili se non in questo contesto.
Il clan si autodefinisce senza che nemmeno una parola venga proferita. Il popolo dei festival ha pensieri densi, parla per immagini ed è rimasto incastrato tra l’ultimo evento visto e l’abstract di quello successivo. Fra la proiezione delle 2 di notte e quella delle 8.30 del mattino, in un continuum di e-visioni raramente digeribili nell’arco di un solo ciclo biologico. Il clan ha le solite caratteristiche: l’occhio sbarrato e la mano pronta all’appunto facile, oltre all’aver acquisito la fondamentale skill +5 visione notturna o - per i real geek - aver trovato in un negozio di giochi didattici la penna che illumina appena tocca il foglio. Siamo creature che si adattano facilmente anche ai microclimi peggiori.

Il festival del genere
Venezia 64 o Festival della Scienza. Un raduno legalizzato di maniaci del genere. Una kermesse di specialisti, professionisti, entusiasti, ossessionati, giornalisti, arrivisti e veggenti. La sensazione è la stessa. Una colorata e deliziosamente delirante missione per cui tutti si sono mossi abbandonando famiglie, vita ordinaria e senso comune. Sei lì, con il tuo fiocco colorato al collo e un badge che ti identifica. E, nell’identificazione, ti bagna le labbra nel Lete, rendendo inesorabilmente inutile il passato reale che ti porti dietro. Il tempo nei Festival è sospeso, concentrato e frizionato sulle tempie dell’evento. Come se non ci fosse domani. Tutto e subito. Immersi tra passerelle, flash ed editoriali. Il cartonato e il patinato. All in one, glossy e sexy come solo i riflettori di un’intera città sanno rendere qualsiasi cosa su cui concentrino le loro scintillanti forze elettriche.

La zona rossa
Un recinto per il pascolo delle menti. Per il Festival di Venezia siamo circondati dall’acqua, no way out. Per Genova siamo costretti a rimbalzare tra punti vicini-lontani-comunicanti. In fondo al Programma c’è la mappa di tutte le location, mi chiedo se qualcuno abbia mai tentato il classico “unisci i puntini” e suggerisco invece all’organizzazione del Festival del prossimo anno di nascondere un qualche tesoro scientifico laddove c’è l’intersezione delle linee che uniscono gli asterischi sparsi per la città.
Dunque siamo confinati e creiamo un flusso di adepti che scorre per le città come i salmoni risalgono le correnti, in direzione ostinata e contraria. Spinti non dal caso ma dalla necessità, verso una ricerca di conoscenza - sia essa visiva o scientifica - paragonabile all’eterna quest che spinge da sempre noi animali curiosi verso nuovi orizzonti.

La miopia locale
Quando si è scenario di eventi di tale portata si penserebbe a una gestione dimensionalmente proporzionale per quanto riguarda infrastrutture e organizzazione degli spazi pubblici. Invece si eclissa, insieme alla nozione di presente - rimandata alla fine dell’evento -, anche ogni basilare forma di logica. Il Festival di Venezia raccoglie visitatori da tutto il mondo. Non per questo sembra corretto aumentare il numero e la frequenza dei traghetti. Il vero cinefilo arriva in sala bagnato, dopo una nuotata sana e riposante, brandendo come colazione una meritatissima sogliola tra i denti. A Genova nessuno pensa all’idea di tenere aperti i ristoranti in zona Festival - Palazzo Ducale di Domenica. Per carità. Essendo festivo non ha senso. Senza pensare alle famiglie, agli scienziati, agli animatori, ai visitatori stranieri che sì possono, fino a un certo punto, cibarsi di cultura, ma che, volenti o nolenti, prima o poi dovranno fare i conti con i più basilari dei bisogni umani. Il Festival potrebbe essere un’ottima vetrina per sponsorizzare la cucina locale, i piatti tipici e per creare gustosi menù internazionali e, perché no, potrebbe essere un momento di vita per tutta la città, abolendo i classici orari genovesi e abbracciando quelli da full immersion dell’Evento.

I cambi di programma
Qui come lì, Cinema come Scienza. Ti svegli alle sei del mattino per essere seduto al Palabiennale e vedere Cassandra’s Dream. Salti il pranzo e ti precipiti per vedere Penso dunque mento. Ma i programmi saltano. E quindi - ora in coda, ora a spasso per le vie che conducono alle sale di aggregazione - il telefono senza fili degli assidui tesserati-accreditati del Sistema ti avverte che qualcosa è cambiato. E non sempre le sostituzioni riescono (e finisci con il vedere contro voglia The Nanny Diaries invece che recuperare un paio di ore di sonno perdute).

Il gemellaggio
Perché no? Se davvero, come è stato annunciato, il Festival della Scienza di Genova dovesse ricevere la targa, la nomina e l’attenzione di un Festival Nazionale, allora sarebbe realmente possibile legare i due eventi. Unire ancora di più due mondi solo apparentemente distanti (cfr mostra: Gli effetti speciali cinematografici e relativo post) ma dotati della stessa energia, della stessa passione per l’arte o la scienza che rappresentano. Certamente non degli stessi fondi (anche considerando i pesanti tagli che gli anni scorsi ha subito la Mostra del Cinema), ma sarebbe un problema risolvibile nel momento in cui anche la piccola ma agguerrita Genova dovesse diventare la Venezia della Scienza.

Il blog
Alla Mostra del Cinema manca un blog ufficiale. Manca l’inter-regno in cui piccoli-grandi osservatori muovono parole sulle scacchiere infinite della rete. Manca un occhio invisibile ma di enorme potenza/portata. La piccola Zena, in questo, è più avanti di una ormai storica manifestazione internazionale, e vanta - paradossalmente - un ulteriore obiettivo (di cui Venezia è priva perdendosi, conseguentemente, un’altra fetta di target possibile e di facile - oltre che pratico-comodo - coinvolgimento).

Il “muro del pianto
In compenso, però, il Festival del Cinema può vantare l’invidiabilissima usanza del Muro. Un supporto in legno dove aff(l)iggere la propria recensione, un forum cartaceo in snail-tech dove lo spettatore (accreditato o meno che sia) può inveire liberamente contro il tale regista o il tale attore, mantenendo un certo contegno è ovvio, e gareggiare - insieme a tutte le altre riscritture di cinema affisse - all’ambìto premio di “Miglior stroncatura” dell’edizione in corso. Uno stimolo, in conclusione, all’analisi accurata e tagliente, ma anche un divertente diversivo che finisce ogni anno con il raccogliere vere perle di cinico sarcasmo e ottima letteratura di genere.

Poi ci si ritira a casa, o in albergo, e si fissa in silenzio un punto. Il sovraccarico di informazioni è sempre un sintomo da “Festival ben riuscito” e l’arretrato di cose da scrivere che si materializza in file di testo aperti e mai conclusi è l’effetto principe di un simile stato confusionale in cui ci si ritrova dopo un paio di giornate imm/p-ersi nel flusso del Conoscere.

1 Novembre 2007

La loggia si anima

Scritto da Marina Rossi

Simona MoriniSimona Morini insegna alla facoltà di design IUAV di Venezia la teoria delle decisioni razionali e dei giochi, ma la sua formazione dimora nella filosofia della scienza. Il suo è uno sguardo trasversale che abbraccia la scienza con passione e consapevolezza, e che riesce contemporaneamente a comunicare agli altri questo stesso amore per la scienza.

Proprio questa passione ha condotto Simona Morini al Festival della Scienza, attraverso il ciclo di eventi “Vite appassionanti”, conferenze dedicate alle figure di scienziati che si sviluppano secondo due modalità: da un lato le Vite perpendicolari di personaggi che hanno effettuato scelte diverse in diversi campi, da un lato i Salotti scientifici che presentano la figura di uno scienziato attraverso gli occhi di un “non scienziato”.

L’idea di narrare il personaggio, al posto delle classiche teorie, nasce da una visita a un palazzo ottocentesco di via Roma proprio qui a Genova. Quattro quadri appesi alle pareti rappresentano altrettanti personaggi della storia scientifica in momenti intimi e perfino drammatici della loro vita: Galileo Galilei morente, Alessandro Volta intento a riordinare il tavolo, Archimede sul punto di essere arrestato, Cristoforo Colombo stancamente steso sul divano. Raccontare le biografie è un modo fantastico per avvicinare la scienza alle persone, distruggendo quell’aura di sacralità che molto tempo fa ha posto un muro tra gli uomini e gli studiosi.

L’esperienza del Festival, ci racconta Simona Morini, ruota attorno al piacere di mostrare le cose, non solo di scriverle. Proprio per questo, in occasione della scorsa edizione del Festival ha curato una mostra sugli specchi mentre, le Vite appassionanti sarebbero dovute essere spettacoli teatrali. Il risultato finale è un misto di generi che si influenzano magicamente a vicenda e che portano costumi di scena anche nel mezzo di una conferenza.

Ecco i concetti che più ci hanno affascinato durante l’incontro con Simona Morini. Parafrasando un’idea di Edoardo Boncinelli, ciò che accomuna questi grandi uomini e pensatori è l’ossessione, un’ossessione creativa che si sviluppa dalla curiosità di perseguire una strada. Se analizzati da questa prospettiva, gli scienziati appaiono molto più umani di quanto non si tenda credere. È necessario comprendere proprio l’umanità di questi personaggi, la soggettività delle loro ricerche e la spinta creativa che va ben oltre la teoria.

Troppo spesso, si considerano le teorie o le idee scientifiche come preesistenti, in attesa semplicemente di qualcuno in grado di scoprirle. In realtà non si tratta di un processo così diverso dalla creazione di un saggio letterario; la scienza nasce dagli incontri, dalle relazioni, dalle controversie in grado di generare valore per la comunità scientifica e civile. Controversia e concorrenza esclusivamente costruttiva e non distruttiva come quella che caratterizza l’attuale situazione italiana, in cui è perfino difficile individuare una comunità scientifica. Bisogna cambiare metodo di lavoro per dar vita a una comunità scientifica. Bisogna condividere, confrontarsi, anche scontrarsi, ma senza mai danneggiare il valore generale per il vantaggio del singolo.

1 Novembre 2007

That’s Life

Scritto da Federico Fasce

lifeChe la fotografia sia prima di tutto emozione è cosa risaputa.
La mostra itinerante di Life, composta da una selezione di immagini del fotografo californiano Frans Lanting, è, in effetti, emozione allo stato puro.
L’idea è trasformare la fotografia naturalistica in un affascinante viaggio nel tempo e nello spazio, riscoprendo analogie e parallelismi.

L’allestimento nella palazzina Caffa, dalle parti della Darsena, è eccellente. Le fotografie, protette da una lastra di plexiglass e perfettamente illuminate, risultano perfettamente valorizzate. Ma lo sarebbero in qualsiasi contesto, tanto è raffinato il lavoro di Lanting. Rettili, mammiferi, microrganismi, piante si mostrano in tutta la loro bellezza, raccontando la storia del nostro pianeta. È il caso delle tartarughe e dei tuatara, veri e propri fossili viventi.
I colori di questa mostra rendono opera d’arte ogni scatto: i verdi, i rossi, i gialli e gli azzurri sono tanto vivi da sembrare incredibili, e dipingono un mondo tutto da scoprire.

Non sono un patito delle mostre di fotografia, ma questa è così potente da non lasciare indifferente nessuno. La meraviglia della natura in sali d’argento, insomma.

Appena rientrato in Loggia mi sono assicurato della qualità del libro collegato alla mostra. È ottimo e ha un prezzo abbordabile, cosa rara per i cataloghi delle mostre, spesso restii a far vedere al pubblico più dello stretto necessario. Spesso a tutta pagina, stampate su carta di qualità, le fotografie sono molte più di quelle presentate in mostra.

Il sito del progetto comprende anche la possibilità di scaricare le stock photo di Lanting, ma non ho idea di quali siano i prezzi, dal momento che dipendono dall’uso che si intende farne. Ho idea che usarle come wallpaper non sia un’opzione contemplata. Fossi in lui penserei a vendere (o magari, perché no, a regalare) pacchetti di sfondi per il desktop. Le sue foto sembrano fatte apposta. Oltre al digitale, esiste anche l’analogico; volete quel meraviglioso scatto del tarsio che vi ricorda tanto un alieno? Potete averla, ma ovviamente dovrete essere preparati a spendere un po’. Ma l’arte di Frans Lanting davvero non ha prezzo.

Andate. A. Vedere. Life.
Subito.

1 Novembre 2007

Il jazz nello spazio

Scritto da Marina Rossi

Space is the place è uno spettacolo di improvvisazione musicale che, attraverso le suggestioni del jazz e le immagini del cosmo, accompagna il pubblico in un viaggio verso lo spazio profondo. Sei le tappe del viaggio: la nascita dell’universo, il sistema solare, i viaggi spaziali, lo spazio profondo, la luna e gli alieni.

Furio di Castri nella LoggiaFurio di Castri (contrabbasso e live electronics) e Jon Balke (piano, tastiere, live electronics e samples) raccontano così il rapporto tra jazz e scienza. Il jazz è un linguaggio e perciò è distante dal mondo scientifico perché composto da improvvisazioni che seguono una grammatica, così come il linguaggio parlato. Le improvvisazioni si muovono lungo due dimensioni: lo spazio e il tempo. Non si tratta però di concetti scientifici; il tempo è il ritmo – che non è astratto come nella musica classica – e lo spazio è il luogo in cui vengono messi i suoni. Il jazz è quindi uno spazio astratto, ma anche uno spazio profondo.

Contemporaneamente, esiste la scienza del jazz, ovvero il concetto di esplorazione e di sperimentazione. Così come lo scienziato esplora la realtà scoprendo ciò che ancora non si conosce, il jazz esplora il campo musicale attraverso l’esperienza individuale e quella interattiva. Ma il jazz è anche magia che evoca diversi livelli di interpretazione. E il confine tra scienza e magia è sempre molto sottile.

Chiediamo a Furio e Jon quale sia il loro rapporto con la tecnologia, e in particolare con le culture di rete. Furio prende la parola, spiegando come il computer sia molto presente nella sua vita, non solo per la sua professione, ma anche per i contatti con l’esterno. Fino a ieri il mezzo principale era l’email, oggi usa molto MySpace, che vede come una contaminazione tra la posta elettronica e il sito della band. Perché proprio MySpace? Furio ammette di essersi avvicinato alla piattaforma per caso: continui inviti da parte di amici e conoscenti l’hanno, alla fine, portato a iscriversi al servizio. Inoltre, per la musica, MySpace è un mondo ricco di contatti, un modo per conoscere altre realtà creative. In fondo, conclude Furio di Castri, MySpace – così come YouTube – è uno dei tanti esperimenti. Pubblicare musica a costo zero può creare un eccesso di contenuti; Jon Balke ci consiglia un libro in proposito, “La coda lunga” di Chris Anderson. Si tratta di un volume molto noto a chi si interessa di culture di retee di un manuale indispensabile per chi vuole capire come si sta evolvendo il mercato grazie all’internet. Ma come sarà davvero il mercato della musica domani, è ancora da scoprire.

1 Novembre 2007

Le meraviglie della scienza

Scritto da Federico Fasce

esperimentiTra i numerosi laboratori presenti quest’anno al Festival, Le Meraviglie della Scienza è di certo quello che più ricorda le grandi città della scienza come il parco La Villette a Parigi. A fianco di alcuni lavori realizzati dalle scuole della Liguria, infatti, campeggia una serie di moduli cabinati ognuno dei quali mostra un piccolo esperimento scientifico.

Ora, è evidente che per un appassionato di videogame ogni cosa assomigli anche lontanamente a un coin-op sia fonte di curiosità e attrazione. E devo dire che la mostra non manca di meravigliare lo spettatore. Tra fluidi non newtoniani, elettrocalamite e tubi al plasma c’è di che divertirsi e sporcarsi le mani con la parte sperimentale e pratica della scienza.

I numerosi pannelli posti a fianco degli esperimenti spiegano con dovizia di particolari i fenomeni descritti; l’esperimento risulta un ottimo sistema di divulgazione, e il fatto che sia distribuito in pillole, molto semplici e veloci da fruire, rende la visita molto appagante anche per chi non ha moltissimo tempo.