1 Novembre 2007

Se Maometto non va alla montagna

Scritto da Federico Fasce

Giulio GiorelloQualche giorno fa, lo sapete, è successo che non sono riuscito ad arrivare alla conferenza “La scienza tra le nuvole”. Il post che scrissi per l’occasione è stato commentato dal professor Giulio Giorello, che ha chiesto un incontro chiarificatore. Ovvio che non ce lo siamo fatti ripetere, e abbiamo immediatamente invitato il professore nell’area blogger per una chiacchierata.

Appena possibile, vale a dire nel tardo pomeriggio di oggi, Giulio Giorello si è presentato sorridente in loggia, dopo una giornata decisamente piena (della quale renderemo ovviamente conto). Dopo essersi scusato per l’inconveniente di qualche giorno fa, ci ha fatto gradito omaggio del libro intitolato come la conferenza, e scritto insieme a Pierluigi Gaspa.

Giorello ha accettato con estremo piacere di sedersi al nostro tavolo, e ha cominciato subito a raccontarci il tema della sua conferenza. Ovvero come nel corso degli anni i fumetti abbiano saputo raccontare e divulgare la scienza. Non solo: come la combinazione di immagini e parole tipica del fumetto sia di fatto utilizzata anche nella ricerca scientifica. Non può che venirmi in mente, esempio mirabile delle due visioni, quel Capire il Fumetto di Scott Mc Cloud che è a un tempo un fumetto divertente, un’opera di divulgazione, ma anche un trattato di semiotica molto serio.

Il professore analizza la visione dello scienziato in diversi fumetti, dallo scienziato pazzo e ossessivo che vuole conquistare il mondo a quello buono che è El Morisco di Tex, che si contrappone alla magia (qui vista come imbroglio e gioco di prestigio) del malvagio Mefisto.
Passa poi a citare le grandi graphic novel, con particolare attenzione alle opere di Ottaviani, che ripercorre la vita di Bohr e racconta la nascita della prima bomba atomica. Uno sguardo, insomma, anche sulle vite degli uomini di scienza, il che è un leit motif che sta ritornando costantemente in tutte le nostre chiacchierate.

Proseguiamo ricordando capolavori come Topolino e la banda Tubi, che lessi all’età di sette anni senza capirne una parola, tanto era adulto e intriso degli stilemi del noir, con una vena di ottimismo nel vedere come il fumetto stia riacquistando una certa importanza nel panorama culturale del mondo.

Giulio Giorello considera il fumetto una forma narrativa al pari della letteratura, e osserva come molto spesso sia stato occasione anche di critica sociale. Ricordo Topolino e il computer anticrimine (1984) su testi di Giorgio Pezzin: solo apparentemente parabola antitecnologica, la storia mostrava una Topolinia vessata da inflessibili poliziotti robot controllati da un supercomputer che punivano ogni minima violazione della legge. Una critica sociale sulla cultura del controllo che partiva dal 1984 di Orwell per arrivare al Foucault di Sorvegliare e Punire.

Non posso che chiudere ringraziando Giulio Giorello della disponibilità e di avere replicato la conferenza a uso e consumo nostro e dei lettori di questo spazio, portando di fatto la proverbiale montagna a Maometto.

1 Novembre 2007

Tomorrow. Il futuro sensibile

Scritto da Marina Rossi

La mela reintegrata di PistolettoIl palazzo della Borsa è avvolgente, dà il fianco a via xx settembre e si affaccia su piazza De Ferrari. Dalla pianta circolare, la Borsa è da sempre la location che preferisco. Saranno le vetrate, le colonne, le nicchie disposte su tutto il perimetro interno; ogni volta che calpesto quei pavimenti lucidi, scorre un brivido di emozione e mi manca il fiato. Quella sala, così ampia da impedirti di respirare, si chiama Sala delle Grida. Ironico.

Come perdersi, dunque, Tomorrow. Il futuro sensibile situato proprio nella sala?

Una mostra concettuale, arte che addita ai nostri comportamenti incivili di abitanti della Terra. Una mostra che urla e che ricorda che domani, sì domani, qualcosa potrebbe cambiare. In meglio, in peggio. Per merito nostro, o per colpa nostra.

La mela gigante campeggia al centro della sala, tre metri per tre. È bianca e soffice, ricoperta di vello di pecora. È come la mela del peccato, morsicata e poi ricucita con punti metallici che tengono insieme artificialmente bocconi di natura. Si tratta della Mela reintegrata di Pistoletto. Mentre l’installazione Paradise di Yi Zhou proietta su un soffitto di stoffa, ombre di una rinascita in bianco e nero.

Dal concetto, si passa subito all’azione. Second Life diventa un mezzo con cui si possono presentare i progetti di sviluppo sostenibile. Come EnelPark, un’isola virtuale nata lo scorso 24 luglio e interamente dedicata al programma per ambiente di Enel, sponsor della mostra insieme a National Geographic che presenta un planisfero multimediale. Ecco infine i materiali da toccare con mano. Concettuale, virtuale, reale. In venti minuti, Tomorrow accompagna il visitatore in strati successivi dell’essere.

31 Ottobre 2007

La notte (e la cucina) delle streghe

Scritto da Marina Rossi

StregaLa notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre è la notte delle streghe. Si ritiene che Halloween sia originaria degli Stati Uniti, ma in verità, questa festa ha profonde radici europee e deriva dalla celebrazione celtica e pagana di Samhain, diffusa in particolare nel Regno Unito. Perfino la ricorrenza cristiana di Ognissanti è stata assegnata al 1 novembre, per opera di Papa Gregorio III, in seguito alla festività pagana. Durante questa notte, le diverse tradizioni regionali sono accomunate da cerimonie in onore dei defunti e del regno dell’oltretomba, con candele e feticci che rappresentano streghe o fantasmi.

Un rito di passaggio che richiama le antiche celebrazioni di fine estate e inizio della stagione invernale, nonché il capodanno celtico. Secondo questo calendario, infatti, l’anno è diviso in due parti: una metà di luce e una metà di oscurità, cioè Samhain.

Se ieri si è parlato della cucina delle streghe al Ristorante-Fabbrica della Birra Bìcu, questa è la notte giusta per festeggiare. Ci sono proposte?

31 Ottobre 2007

Un ospite prestigioso

Scritto da Federico Fasce

Prestigioso è la parola chiave di questo incontro con Marco Zamperini, vulcanico CTO di Etnoteam. Marco è una persona splendidamente eccentrica, capace di passare dalla battuta alla serietà con una disinvoltura spesso disarmante. È uno che ci sa fare, e infatti la discussione che ne vien fuori è insieme interessate e divertente, e si snoda, partendo dalla Rete, attraverso una girandola di argomenti.
Zamperini
Marco lavora in Argentina e Brasile per un progetto che si occupa di migliorare l’infrastruttura di rete e di portare la banda larga in due paesi molto diversi dal nostro.
È quindi logico partire dalle differenze e dalle similitudini con la situazione della banda larga nel nostro paese.
Scopriamo che le difficoltà, in Argentina e Brasile, stanno nella morfologia del territorio: la sola Buenos Ayres conta metà della popolazione del paese, ed è distribuita non solo nell’area urbana, ma anche nelle periferie e nella provincia, con intervalli di spazio anche di tre-quattrocento chilometri. Ma di cosa parliamo, quando parliamo di banda larga in Argentina? Principalmente, spiega Marco, di una ADSL a 640k, molto inferiore alla media delle connessioni italiane.

Gran parte della popolazione è ancora collegata alla Rete con una connessione via modem e la diffusione del broadband è stata promossa attraverso un percorso contrario a quello italiano: avendo già una televisione via cavo, è stato naturale “aggiungere” ad essa i servizi Internet.

Nonostante la banda larga non sia ancora diffusa, è molto vivo in Argentina e Brasile il Social Networking. Addirittura si passano le notti per uploadare filmati attraverso connessioni PSTN. Forse per questo si è scelto di spingere la banda larga attraverso una serie di video virali che hanno avuto immediatamente un riscontro positivo.

Da lì a passare alla cultura di Rete italiana il passo è breve. Ragioniamo insieme sul perché nel nostro paese l’accesso a internet sia ancora così poco diffuso, e la Rete ancora usata come una grande biblioteca piuttosto che come sistema di relazioni sociali.

Proseguiamo esplorando i media più diffusi nel nostro paese e in Argentina, e la discussione si muove verso il fumetto e la diffusione della lettura. Forse il fatto che in Italia si legga poco, porta a una scarsa partecipazione alla vita di Rete.

C’è spazio per una mia cantonata su Marx, causata forse da un momento di calo di zuccheri e riportata sui binari giusti dal buon Marco Formento.
Salutiamo l’altro Marco, Zamperini, e lo ringraziamo. La sua somiglianza con Wolverine ha un che di impressionante.

31 Ottobre 2007

Sfogliando i fiori tra scienza e poesia - L’erbario di Emily Dickinson

Il museo di Storia Naturale G. Doria è stata la meta fissa della maggior parte dei miei sabati d’infanzia, quando tutto sembrava enorme, e lo scheletro del T-rex era la cosa più morta e antica che riuscissi ad immaginare. Rientrare dopo anni, nastro rosso del Festival della scienza al collo, ha lasciato immutata solo la sfera olfattiva: l’odore denso di animali imbalsamati è lo stesso che, ora come allora, segna l’ingresso nel mondo fisso e sospeso delle vetrine del museo.
In questa sede il Festival della Scienza promuove un doppio evento intorno alla figura di Emily Dickinson: Pagina, mostra costruita intorno all’Erbario della poetessa, e Cronache dall’Eden, spettacolo sulle confidenze autobiografiche di un quasi-soggetto.

O me! O vita! Domande come queste mi perseguono,
D’infiniti cortei d’infedeli, città gremite di stolti,
[…]
La domanda, ahimè, che così triste mi persegue - che v’è di buono in tutto questo, o vita, o me?
Risposta.
Che tu sei qui - che esistono la vita e l’individuo,
Che il potente spettacolo continua, e che tu puoi contribuirvi con un tuo verso.

Walt Whitman

Prima ancora di entrare dentro, la domanda pulsa insistente. Emily Dickinson - pausa - al Festival della Scienza? In realtà è retorica. Ormai è noto e chiaro, specie dopo anni di letterature straniere, che non c’è gap netto tra i due regni del conoscere. Non è un salto nel buio quello da fare per entrare nella stanza della mostra. Al contrario, è un deciso e ponderato bridging tra poesia, filosofia e scienza. Dunque la porta si apre e dalla stasi imbalsamata della formaldeide si scivola tra le note soffuse del pianoforte e l’odore di poesia.

Per entrare nel vivo dell’allestimento devi scostare una tenda di carta, devi separarne i lembi e spezzare la perfezione della stampa degli incipit delle 1755 poesie della padrona di casa. Osiamo? Certamente, entriamo muniti della stessa freddezza scientifica con cui Emily classificava specie di fiori e piante nel suo erbario. Il link più superficiale è proprio questo, il fatto che la ragazza di Amherst fosse nota tra i suoi concittadini più come botanica che come poetessa. Cresciuta nell’ambiente colto della Nuova Inghilterra di metà Ottocento, la Dickinson raggiunge un’accuratezza scientifica di notevole livello, e si inserisce nel filone poetico in cui si trovano, tra gli altri, Emerson, Whitman, Thoreau, Hawthorne e Melville.
La matrice della sua poesia non può quindi prescindere da una pulizia stilistica e semantica di netta derivazione scientifica, senza mai essere tuttavia né arida, né impersonale.

Abbiamo passato la parete di parole, camminiamo su un prato bianco, fruscio di carta sotto ai nostri piedi. Pannelli pendono da uno scheletro di struttura formato da sottili tubi metallici. L’erbario di Emily ci fissa dall’alto, verticale come un mazzo di fiori in fase di essiccamento. Le raffigurazioni provengono proprio dall’Erbario - pubblicato per la prima volta dalla Harvard University Press nel 2006 - e sono affiancate a pannelli informativi, della stessa dimensione.

Ricordate la carta per terra, sta sussurrando qualcosa mentre passate sopra, associatela alle note del piano di sottofondo, procedete ora avanti, oltre il primo pannello, prima che il percorso obbligato dell’allestimento - fatto di pieni e vuoti - vi costringa a girare e confrontarvi con la vostra immagine riflessa.
Dunque ricapitolando. Doppia è la visione fornita dalla poetessa - scientifica e letteraria -, doppio è stato pensato l’evento su di lei - mostra-allestimento e spettacolo -, di vostri doppi, infine, si riempirà la casa di parole in cui muoverete passi e pensieri.

I pannelli sono idealmente divisi in quattro sezioni: una zona scientifica che riporta definizioni di elementi di botanica, una dedicata alle poesie di Emily e le due sottostanti riservati ai grandi della letteratura o, spesso, una a un filosofo di scuola continentale e l’altra a uno di matrice analitica. Compresenze e opposizioni. I titoli dei pannelli esplicitano alcune delle sotto correnti individuabili in questa mostra (ad esempio uno - molteplice, singolo - categoria, caducità vita - fiore, etc), mentre su una parete-specchio si può osservare la formula dell’esistenza di Dio di Gödel, spalla a spalla con una poesia della Dickinson. Due dei quattro angoli della stanza, infine, sono circondati da un telone nero, in netto contrasto con il biancore del pavimento cartaceo e del conseguente riflesso infinitamente riproposto dagli specchi. I due vani neri custodiscono degli schermi in cui scorrono immagini di fiori, fotografati proprio in quelle stesse zone in cui un tempo Emily coglieva fiori e parole, il Massachusetts.

Ok, questo è stato il giro in solitaria, quello che ogni vero aspirante poeta dovrebbe fare: camminare, osservare, interrogarsi. Tuttavia, avere l’insolita possibilità di parlare direttamente con l’artefice e organizzatore di questo gioiello di comparatistica moderna ha permesso un secondo ripercorrere del medesimo sentiero. Con occhi diversi.

[849]
The good Will of a Flower
The Man who would possess
Must first present
Certificate
Of minted Holiness.

Emily Dickinson

Roberto Freddi è calmo, di una posatezza invidiabile, oltre che immensamente disponibile e paziente. Mi accompagna di nuovo attraverso la tenda di parole di Emily e, mentre racconta, mi indica le diverse lenti possibili attraverso cui guardare la sua creatura. Sottolinea il fatto che sia un allestimento, un work in progress. Pagina, al prossimo museo che incontrerà, sarà diversa: avrà cartongesso al posto degli specchi, tubi più solidi, forse un pavimento e, chi può dire, le fondamenta di un secondo piano.

Secondo Heidegger “poeticamente abita l’uomo“: le due azioni principali compiute dall’essere umano, le due impronte chiave del nostro percorso, sono proprio il costruire e il coltivare. Chi meglio del poeta sa raccogliere in sé tale coppia di attività? Dove, se non nel poetare, sono così evidenti e - quasi - complementari? La poesia consente l’abitare e questa mostra-casa vuole avere un valore concettuale molto forte, vuole coniugare poesia e scienza.
Tale rapporto di opposti che si toccano - botanica e verbo - è un sistema qui impostato solo a livello operazionale, vuole restare aperto a influenze future: allestimento dopo allestimento la casa prenderà forma, intrecciando discipline, materiali e riempiendo i suoi 12 metri di diametro - particolare che riprende il numero esatto di pietre su cui è costruita la Gerusalemme Celeste, secondo l’Apocalisse di San Giovanni, e che sembra citare l’ingegneria poetica adottata dalla Dickinson nel suo corpus d’opera.

Per quanto riguarda lo spettacolo, invece, Freddi sottolinea come Emily Dickinson viva di un culto, tra i suoi lettori, paragonabile solo a quello che esiste intorno alla figura di Proust. Proprio per questo la piece, fin dal titolo, esplicita che si tratta di un quasi-soggetto, adottando quindi un artificio letterario che permette di trattare di Emily Dickinson attraverso una finzione. Sul palco non c’è dunque Emily Dickinson, né una sua rappresentazione fedele e meticolosamente ricalcata dalla biografia. L’intero monologo vuole essere un omaggio alla sua figura e opera, un discorrere attorno a ciò che la poetessa è stata ed è diventata, una retrospettiva fuori sincrono - ma parallela - rispetto all’allestimento Pagina.

Ciò che ne risulta è uno spettacolo profondo, in grado di offrire allo spettatore un approccio multilaterale all’opera di Emily Dickinson, oltre che una seconda chiave di lettura - mutuata dalla mostra - che incornicia perfettamente il senso salvifico della letteratura e il suo essere eleggibile a strumento di ricostruzione del mondo.

30 Ottobre 2007

Marc Hauser e Freeman Dyson

Scritto da Marina Rossi

Marc Hauser, professore di psicologia e antropologia biologica ad Harvard. Si presenta con una serie di slide, fitte fitte, ma chiare. Illustrazioni, punti elenco, ogni concetto viene esplicitato fino in fondo. Non si tratta di argomenti facili, perciò è necessario dedicare attenzione. Si parla dell’origine della morale, della spinta altruistica indipendentemente dalla cultura o dalla religione. Si parla dei massimi sistemi non riconducibili semplicemente all’influenza sociale, ma che hanno antichissime radici innate. L’argomento è affascinante, interamente trattato nel libro La mente morale, e la presentazione di Hauser è un buon esempio di comunicazione della conoscenza. La Sala del Maggior Consiglio strabordava di persone.
Link alla scheda evento.

La Sala del Maggior Consiglio

Freeman Dyson, ex professore di fisica a Princeton. Affronta temi spinosi come il surriscaldamento globale e le biotecnologie, sferrando innumerevoli colpi di fioretto. Le sue parole stupiscono, sconvolgono. Si parla di biologia open source, di biotech addomesticato, di un futuro eretico, ma anche estremamente affascinante. Idee forti, scomode forse per alcuni, ma proprio per questo idee vere. La nota negativa riguarda l’esposizione dell’intervento, interamente letto con cadenza troppo regolare per mantenere la giusta attenzione sui temi trattati. Ieri chi conosceva Dyson ha avuto un’occasione unica per incontrarlo, chi invece non lo conosceva bene ha oggi l’occasione di leggere le sue idee, i suoi libri e i suoi articoli. La Sala del Maggior Consiglio strabordava di persone.
Link alla scheda evento.
Ne parlo anche su VisionPost.

30 Ottobre 2007

La scienza del bene e del male

Scritto da Matteo Aversano

missilesiloLos Alamos significa “I pioppi”, alberi alti e affilati come lance che puntano al cielo; per un curioso presagio o un’ironica scelta del destino è nella desertica Los Alamos che l’era atomica ha preso letteralmente il largo, dallo sviluppo di Little Boy sino alle fasi successive degli armamenti balistici intercontinentali, araldi a lungo raggio dei superpoteri bellici.

Lo spettacolo teatrale Faust a Hiroshima associa all’opera di Goethe le vicende che porteranno alla creazione, e purtroppo all’esplosione su suolo nipponico, dei primi due ordigni atomici: l’idea scatenante, e principio di un’era buia come il secondo dopoguerra, nasce come un patto tra il diavolo e il deciso Oppenheimer, contrapposto al più mite ma combattuto Joseph Rotblat, uno dei primi scienziati protagonisti del progetto di sviluppo della bomba atomica ma anche uno dei primi ad allontanarsene per motivi etici, diventandone nei decenni fiero oppositore, guadagnandosi nel 1995 il Premio Nobel per la Pace.

Lo spettacolo, ideato da Gianni Guardigli e Imogen Kusch, percorre i fili di questa storia tragica e decadente in modo malinconico, con il continuo rimbombo silenzioso del pentimento per non poter disinventare un simile strumento, creato con la scusante della fine, necessaria, del secondo conflitto mondiale e rivelatosi fin da subito futuro deterrente globale e, nostro malgrado, garante dei fragilissimi equilibri tra Unione Sovietica e Stati Uniti.

Dalle fragili fasi iniziali del progetto, con l’amaro ottimismo che la bomba non sarà mai realmente lanciata in azione, sino ai primi incidenti e le crescenti fragilità nella coscienza e nella morale dei protagonisti, la messinscena utilizza la struttura del musical, lasciando che un decadente cabaret canti i passi principali della narrazione, con soluzioni visive semplici ma efficaci.

Ma qual è, quindi, il limite etico tra l’azione e il rifiuto, per lo scienziato? E cosa spinge lo stesso a intraprendere una ricerca, intraprendere magari una strada che si preannuncia come un’arma a doppio taglio capace di tenere in scacco l’umanità intera? Avremmo voluto capirlo meglio, ma purtroppo la conferenza L’etica dello scienziato, legata proprio a questo tema e sorella di Faust a Hiroshima, non ha saputo affrontare in modo soddisfacente tale domanda, evitandola a più riprese e lasciando troppo spazio alle personali considerazioni generali (diverse volte eccessivamente autobiografiche) dei relatori Marcello Cini e Jeffrey Laurenti.

Altrettanto colpevole la platea, bisogna ammetterlo: scolaresche delle superiori, ragazzi che come me saranno eredi delle politiche odierne e degli errori del passato, hanno recepito con poco entusiasmo l’opportunità di porre domande, di pungere proprio l’evasività del discorso, di deviare dai casi specifici di Oppenheimer e Rotblat ed inserirsi nell’attualità della ricerca che, è evidente, vede nello sviluppo bellico del nucleare solo uno dei fattori in gioco, senza dimenticarci delle problematiche etiche legate ai futuri sviluppi e applicazioni delle biotecnologie.

Speriamo che, perlomeno, dove la conferenza ha mancato il bersaglio possa arrivare la messinscena teatrale: pur con diverse mancanze tecniche, infatti, Faust a Hiroshima ha saputo colpire la platea (purtroppo ben poco affollata, almeno per quanto concerne la prima serata).

30 Ottobre 2007

Senza barriere (linguistiche)

Scritto da Federico Fasce

Dr. MoleculaDr. Molecula, al secolo Ori Weyl, è uno scienziato israeliano che organizza spettacoli per bambini al museo Bloomfield di Gerusalemme. Ori ha vinto il premio per il miglior spettacolo scientifico al Festival Wonders 2006. E non è difficile capire perché.

Durante il suo divertente show il Dr. Molecula esegue una serie di esperimenti apparentemente magici; si va dalla costruzione di un petardo fatto in casa, a piccole dimostrazioni di fisica sulla forza centrifuga e sulla pressione. Il tutto con un’ironia un po’ clownesca e una grande capacità di intrattenere i più piccoli, pubblico ideale per lo spettacolo.

Ori non parla italiano, il suo show è quindi condotto interamente in lingua inglese. Eppure quasi non serve l’intervento degli animatori, sempre solerti a tradurre le parole dell’artista-scienziato: il suo grande talento sta nell’abbattere ogni barriera linguistica e nel farsi capire senza difficoltà da tutti gli spettatori.

Lo spettacolo del Dr. Molecula, pur pensato per un pubblico di bambini, non manca di stupire anche i grandi. Quando uno sa intrattenere, sa intrattenere. Le repliche sono disseminate un po’ per tutto il giorno, fino alla fine del festival, al Teatro della Tosse. Personalmente mi sento di consigliarlo.

30 Ottobre 2007

Le meraviglie della serendipity*

Scritto da Federico Fasce

Arrivo trafelato al Teatro della Tosse, ieri mattina ore undici meno un quarto. Determinato a seguire lo spettacolo del Dr. Molecula, del quale tutti mi dicono meraviglie. Dottor Molecula? Mi dice Claudia, responsabile dello spettacolo. Ok, ma sei un po’ in anticipo. In effetti, se avessi letto attentamente il programma avrei scoperto l’errore clamoroso. Il Dr. Molecula avrebbe iniziato alle 12. Niente paura, mi dico. Casa Paganini è a due passi. E guarda caso, ospita una mostra della quale mi hanno parlato bene.

La Metamorfosi del senso.

AuditoriumEntro nella bellissima casa Paganini, intitolata al violinista, ma mai abitata da lui (in effetti si tratta di un ex-convento, la vera casa di Paganini andò distrutta tempo fa). Una meraviglia di affreschi datati fin dal medioevo. Gli animatori mi accolgono con piacere, ma c’è un piccolo problema: devono gestire una seconda elementare in berrettino azzurro, che sembra agguerrita come non mai.
Il giro dura una quarantina di minuti e non ho molto tempo. Ma gli animatori sono gentilissimi, e vengo accompagnato attraverso le installazioni in senso contrario, in modo da evitare la piccola orda.

infomusLa mostra è organizzata da Infomus Lab, un laboratorio di ricerca che si occupa di contaminare la musica con i sistemi informatici per la realizzazione di numerose applicazioni. Andiamo dall’installazione artistica alla cura dei malati di Parkinson. Il fil rouge che attraversa la mostra è in effetti la rilevazione del movimento per comporre musica: si va da sistemi di tracking del corpo basati su una telecamera fissa, al riconoscimento della posizione e della fluidità di movimento. Il tutto con una precisione che mi ha stupito non poco.

Pezzo forte della mostra è l’installazione allestita nell’auditorium: quattro aree sensibili al movimento controllano altrettante voci di un madrigale polifonico. A seconda della velocità con cui ci si muove all’interno di un’area, è possibile modulare le voci in modo da creare una versione sempre diversa del brano. Si tratta di qualcosa che é difficile descrivere. La sensazione immersiva nell’installazione è qualcosa che toglie il fiato.
Ecco un video nel quale alcuni ballerini interagiscono con l’installazione.

* Serendipity è un termine coniato dallo scrittore Horace Walpole, e riferito a un’antica fiaba orientale. Ha un significato difficile da cogliere, e denso di sfaccettature. Si riferisce - a grandi linee - alla scoperta casuale di qualcosa di rilevante mentre si cercava altro.

30 Ottobre 2007

Oggi a Genova

Scritto da Redazione

Dalle 15:00
Nuove tecnologie per i Beni Culturali
Con Corrado Fanelli, Carlo Federici, Ercole Gialdi, Anna Maria Guiducci
Biblioteca Berio – Sala dei Chierici
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Dalle 15:30
La guerra delle correnti
Vite perpendicolari: Thomas Edison e Nikola Tesla. La scienza e l’industria
Con Paolo Brenni
Palazzo Ducale, Sala del Minor Consiglio
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Dalle 16:00
Regioni polari e cambiamenti climatici
Con Ilaria Ermolli, Massimo Frezzotti, Luca Mercalli, Giuseppe Orombelli, Carlo Alberto Ricci. Modera: Giovanni Caprara
Aula Polivalente San Salvatore, Piazza Sarzano
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Dalle 16:30
Spazio Blogger
Con Marco Zamperini
Loggia della Mercanzia, Piazza Banchi

Dalle 18:30
Tecnologia e democrazia
Con Luciano Gallino. Introduce: Vittorio Bo
Palazzo Ducale, Sala del Minor Consiglio

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Dalle 21:00
Le origini della scienza moderna
Con Costantino Esposito, Giulio Giorello, Giorgio Israel
Magazzini del Cotone, sala Scirocco e Libeccio, modulo 9, terzo piano
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Tutti gli eventi di oggi, qui.