4 Gennaio 2008

Il ruolo dell’Animatore Scientifico

Scritto da Redazione

di Paolo Degiovanni

Animatori del FestivalIl mio turno è appena iniziato. Il mio primo turno. Sono le nove e qualche minuto di un giovedì mattina. È una bellissima giornata ed il sole caldo mi ha tenuto compagnia fino all’ingresso dell’exhibit. Ho fatto la strada con altri due animatori, si scherza, si ride, sono tranquillo. Sistemo zaino e giacca nel ripostiglio e poi mi vesto. Maglietta bianca manica lunga con asterisco rosso del Festival. Mi sento un supereroe. Tipo quando Clark Kent lascia i vestiti mortali e si imbacucca nel costume azzurro e rosso. Saluto i colleghi. Ci dividiamo i compiti e le postazioni. Un breve ripasso mentale del filo logico da seguire e… Via! Si parte!! 

Il primo gruppo è una classe di un Istituto Alberghiero, una terza.

Sarò il primo a parlare. Vabbè, cosa vuoi che sia… Ho studiato la parte. Me la sono ripetuta. Mi piace l’argomento. Al massimo taglio le parti che non ricordo. Sono pronto. Datemi pure l’orda barbarica che la trasformo in tanti piccoli agnelli. E per giunta attenti. Quando mi accorgo che quaranta e più occhi mi stanno già fissando da circa dieci secondi ed io non ho ancora neanche trovato le parole per presentarmi, forse comincio a preoccuparmi un po’. Colori di Paolo: rosso, rosso pompeiano, viola, viola addobbo funebre, blu tenebra, tanto per citare il buon vecchio Fantozzi.

Tutti ricordano la loro prima, disastrosa, volta. Credo che solo dopo quattro o cinque spiegazioni si cominci ad ingranare. Ma comunque, quando si parla ad un gruppo di visitatori, di solito ci si gioca tutto nel primo minuto, anche qualcosa meno. Bisogna subito cercare di apparire divertenti ma non stupidi, semplici ma non banali. Io sono lì per appassionarli di qualcosa che altrimenti, forse, o sicuramente, neanche leggerebbero. Molte volte arrivano per giunta già stanchi perché le maestre hanno imposto tour de force spaventosi, per vedere tutto e alla fine capire poco o niente. Devono anzitutto considerarmi come un amico e per farlo devo conquistarmi la loro fiducia. Mettermi alla loro pari. Creare un terreno fertile su cui costruire il mio monologo, sperando che possa convertirsi a tratti in un dialogo.

Non bisogna sembrare un tuttologo e neanche uno che ripete bene la lezione che ha studiato. Si deve creare una specie di colla invisibile, un feeling di attenzioni ricambiate tra quello che dico io e quello che riescono a capire loro. Pertanto, il registro del mio discorso va valutato e modificato continuamente, si deve rimediare quando l’attenzione comincia a calare e, viceversa, diventare più tecnici quando si riesce a leggere partecipazione nei loro occhi. Intanto si cerca di passare con lo sguardo uno ad uno, senza fissarli troppo, ci si muove, per non essere un palo parlante, si gesticola indicando, se si può, quello che si sta spiegando. Ogni tanto ci si interrompe, lasciando spazio alla loro immaginazione, specialmente dopo un bell’esempio. E gli esempi devono essere sempre concreti, reali, tangibili, ripetibili. In questo modo, si cerca di rendere visibile un concetto o un’idea altrimenti troppo volatili.

Si deve essere quindi anche in grado di saper recitare, per riuscire a coinvolgere soprattutto i bambini, proprio come gli attori di teatro. Ed è per questo che spesso ci sentiamo degli animattori scientifici, animiamo la scienza con un pizzico di teatro.

8 Novembre 2007

Il sonno del blogger

Scritto da Marina Rossi

Tra le iniziative meno conosciute del Festival c’è anche Scienziati nelle scuole, un ciclo che disegna un punto di incontro personalità del mondo scientifico e gli studenti genovesi, il tutto inserito nell’ambito scolastico. Non sono i ragazzi ad andare ad ascoltare i relatori, ma sono i ricercatori stessi a trovarsi a discutere della propria esperienza nelle aule magne dei licei. L’obiettivo è quello di portare la scienza nelle scuole, attraverso gli occhi delle singole persone. E rendere umana la scienza è, come già abbiamo avuto modo di vedere, uno dei modi migliori per suscitare curiosità nel grande pubblico e soprattutto nei ragazzi che domani si troveranno a decidere del proprio futuro.

Lunedì scorso, era in programma per il liceo scientifico Leonardo Da Vinci l’intervento di Giorgio Vallortigara, neuroscienziato ed etologo che studia – tra le altre cose – anche il sonno negli animali. Ma l’incontro non c’è stato, a causa di un allagamento doloso. Dei vandali hanno infatti rotto alcuni termosifoni, aperto i rubinetti e svuotato anche gli estintori, rendendo così la scuola inagibile. Mille studenti sono stati rimandati a casa e così anche il relatore.

Giorgio VallortigaraPer difficoltà concatenate, anche l’intervento dello stesso Giorgio Vallortigara in Loggia stava per essere annullato, ma – fedeli al nostro nome di blogger d’assalto – abbiamo raggiunto il professore qualche minuto prima della sua conferenza all’Acquario di Genova, Il sonno negli animali e nell’uomo. Approfittando della sua disponibilità abbiamo così chiacchierato delle fasi del sonno e del rapporto che questo ha con la memoria dell’uomo e degli animali.

La prima questione è già molto complessa: perché si dorme? Si ritiene che il sonno serva per recuperare le energie perdute, eppure, quando le persone rinunciano volontariamente al sonno, non subiscono conseguenze importanti, al di là dello stress e la sonnolenza, risolvibile con i microsonni. L’ultimo record mondiale di deprivazione del sonno è di 11 giorni (264 ore consecutive di veglia), ottenuto da Randy Gardner nel 1964.

Dal punto di vista etologico, invece, il sonno viene considerato con una duplice funzione: da un lato serve per regolare l’attività biologica, scandendo i tempi del giorno, dall’altro lato è una misura di sicurezza dei predati (che dormono poco come gli animali da pascolo) che si difendono con la veglia, rispetto ai predatori (dormiglioni come il gatto). Ogni tipo di essere vivente ha perciò un diverso rapporto con il sonno, come il delfino che, dovendo riemergere in superficie per respirare, dorme con un occhio aperto, alternando così il riposo di ogni emisfero laterale.

Ciò che risulta interessante è invece come la deprivazione della fase REM sia dannosa per l’uomo. Nonostante sia ancora un mondo completamente da scoprire, si pensa che la fase REM possa avere due ragioni distinte, consolidare la memoria e ripulire la rete corticale, eliminando ricordi superflui. Perciò, la deprivazione totale del sonno porta con sé ancora molti interrogativi. È indubbio, però, che ci sia un forte legame tra sonno e memoria, anche se non si sa di quale natura esso sia.

L’ultima parte della chiacchierata si delinea spontaneamente: qual è il suo rapporto con la rete? Giorgio Vallortigara ci risponde che sì, usa molto il web sia come risorsa scientifica che come luogo di relazioni. La comunità scientifica c’è ed è anche molto attiva. Inoltre, non si usa la rete solo per ragioni di studio ma anche come passatempo. Una ventata di positività nell’ultimo giorno in Loggia.

8 Novembre 2007

Il linguaggio dello scodinzolio dei cani

Scritto da Andrea Beggi

Mi piace questo murettoDomenica 4 Novembre

Angelo Quaranta, fisiologo veterinario presso l’università di Bari, ci illustra una curiosa ricerca italiana sui cani e la comunicazione tramite lo scodinzolio.

In pratica si è dimostrata una relazione tra i movimenti della coda e gli stati emotivi. Intanto esiste sicuramente un “linguaggio” dei cani: essi comunicano con l’uomo tramite vocalizzazioni, segnali e gesti, il che implica una fase antecedente di apprendimento e comprensione del linguaggio dell’uomo, prima di potersi esprimere; l’espressione è il livello successivo. Alcuni cani arrivano a capire più di cento diverse parole, un discreto vocabolario; sempre un termini relativi, naturalmente: un bimbo di 2 anni capisce circa duemila parole. La capacità di imparare e di comprende anche dei gesti, che sono l’equivalente del linguaggio dei segni (stesse strutture nervose e aree cerebrali) è molto sfruttata nell’addestramento. I cani sono molto abili a rilevare le sfumature del linguaggio del corpo, molto più di quanto non lo sia l’uomo; inoltre sono dotati di grande sensibilità; tutte queste doti tendono a farci considerare il cane un animale particolarmente intelligente.

I cani emettono vocalizzazioni come abbai, latrati, guaiti, uggiolii, che variano a seconda dell’intensità della emozione: in generale i suoni bassi sono indice di aggressività, mentre quelli alti esprimono piacere e gioia. Anche la postura del corpo esprime qualcosa: in funzione della posizione di zampe, orecchie, corpo e coda, si possono rilevare socialità, allarme, dominazione, spavento, timore, sottomissione, invito al gioco. I cani modificano la postura in funzione della gerarchia sociale o dei propri stati emotivi. Si tratta di eventi riflessi automatici, che purtroppo a volte vengono sottovalutati: la maggior parte dei casi di aggressione sono preceduti da una serie di segnali non interpretati correttamente dalle persone. Prima di passare alle vie di fatto, c’è sempre una fase rituale in cui l’animale esprime il proprio disagio: cogliere questi messaggi è importante per evitare problemi. E’ uno dei motivi per i quali i bimbi sono spesso oggetto di aggressioni: sono meno capaci di decodificare il comportamento dell’animale.

La coda in particolare è usata come uno stendardo per gli stati emotivi, per rappresentare i quali viene mossa con un angolo di escursione diverso da destra o da sinistra; esiste una asimmetria in relazione alle emozioni: a seconda dello stato emotivo la coda si muove in modo più marcato verso un lato o verso un altro. Per verificarlo è stata costruita una speciale “scatola” in cui il cane viene introdotto e filmato. Gli vengono poi mostrato oggetti o persone diversi, registrandone il comportamento. Un cane dominante, un gatto, del cibo, il proprietario, un estraneo, nulla: sono alcuni degli stimoli a cui il cane veniva sottoposto metre se ne filmava il movimento della coda.

Dall’analisi delle registrazioni si è potuto capire che esiste una asimmetria del comportamento in relazione alle emozioni: c’è una lateralizzazione delle emozioni rispetto ai due emisferi cerebrali. In particolare si è osservato come il cane associ gli stimoli piacevole ad una marcata tendenza a scodinzolare di più verso destra, mentre le situazioni di stress o ritenute pericolose sono caratterizzate da scodinzolio verso il lato sinistro del corpo.

Coda

In pratica c’è una diversa attivazione degli emisferi: la parte sinistra specializzata in approccio ed emozioni positive, fa contrarre i muscoli a destra, mentre nel caso dello stimolo negativo, si attiva in prevalenza l’emisfero destro che controlla invece la parte sinistra del corpo. (Nella foto la reazione ad uno stimolo positivo).

Questa lateralizzazione motoria è stata dimostrata anche in altri animali come pulcini (movimento degli occhi) e pesci di acqua dolce (occhi).

Lo studio, tramite il calcolo dell’ampiezza e direzione dell’escursione della coda, permette di quantificare le emozioni, fornendo una stima del benessere del cane. La cosa buffa è che esistono anche cani mancini, che invertono completamente questa modalità di comunicazione, ed addirittura cani ambidestri. Non è chiaro se questi esemplari sono svantaggiati nei rapporti sociali con gli altri della propria specie, dato che sicuramente queste asimmetrie vengono colte benissimo tra simili; specialmente tra i cani che percepiscono meglio di noi i movimenti più rapidi.

L’esperimento è stato condotto su circa 30 cani di razza, sesso e temperamento diversi e ha prodotto risultati statisticamente significativi.

Le cose che Angelo Quaranta ha raccontato con garbo e ottima capacità divulgativa sono molto interessanti per dare una base scientifica a quello che qualunque proprietario di cane sa: quante volte avete sentito ripetere “Si fa capire benissimo, gli manca la parola.”? Ecco: adesso è anche dimostrato scientificamente!

Lo studio è stato ripreso anche dal NYT: If You Want to Know if Spot Loves You So, It’s in His Tail; nell’articolo trovate anche un video molto esplicativo.

A. Quaranta, M. Siniscalchi and G. Vallortigara, “Asymmetric tail-wagging responses by dogs to different emotive stimuli,” Current Biology, Volume 17, Issue 6, 20 March 2007, Pages R199-R201.

8 Novembre 2007

Dai diamanti non nasce niente

Scritto da Andrea Beggi

Sabato 3 novembre: La cacca.

Nicola Davies è una simpatica zoologa inglese, che ha dedicato la sua vita agli studi di una delle cose ritenute meno “presentabili” per la cultura e la società contemporanee, e ce ne ha parlato con leggerezza ed ironia.

Dal racconto di come sia stato possibile salvare una specie di pipistrelli dall’estinzione, identificando tramite l’analisi delle loro feci gli insetti dei quali si cibano, alla descrizione degli studi fatti sulle balenottere azzurre e la loro cacca rosa che sembra gelato alla fragola, la conferenza si rivela piacevole ed interessante.

Le feci degli animali contengono informazioni preziose per capire le loro abitudini alimentari, sociali e stanziali. Le lontre, i pecari, i cani lasciano tracce che raccontano delle loro attività e dello stato di salute nel quale versano.

Anche la cacca fossile aiuta a capire qualcosa di più: nel caso del T-Rex, un importante tassello nella diatriba tra coloro che ritengono il grosso rettile un magiatore di carogne contro quelli che invece pensano sia stato un grande e veloce predatore, è stato aggiunto dallo studio di alcuni residui di feci fossili trovate accanto allo scheletro del dinosauro. Le tracce dei denti del T-Rex sui residui ossei trovati nelle su evacuazioni fanno pensare a morsi inferti ad animali in fuga, sia per la profondità che per la forma, avvalorando la tesi del predatore attivo.

In definitiva la professoressa Davies cerca di instillare nei presenti, e specialmente nei giovani, l’amore per la scienza e per le sfide, anche se “scomode” come quelle che ha raccolto lei, spiegando come la ricerca scientifica, la passione per la scienza, la curiosità non devono essere fermate dai pregiudizi e dalle convenzioni sociali.

Direi una delle conferenze che ha meglio coltolo spirito del tema del Festival di quest’anno: la curiosità.

7 Novembre 2007

Ascoltare la fisica

Scritto da Marina Rossi

Physix’nA Festival concluso, ancora molto è il lavoro da fare. Posta arretrata – per cui ci scusiamo, ma l’email ha avuto qualche intoppo – e post arretrati saranno smaltiti nelle prossime ore, o giorni. Molte sono le richieste e i suggerimenti giunti nello spazio blogger fisico e virtuale; terremo tutto ciò in considerazione.

Tiriamo le somme di questa esperienza, ma è ancora presto, c’è troppa adrenalina nell’aria. Una cosa, però, possiamo dirla: avremmo voluto partecipare a molti più eventi. Tra quelli “mancati”, purtroppo, c’è tutta la parte del Festival in Liguria. Sparsi per le lande liguri, i laboratori e le conferenza al di fuori di Genova sono stati punti di riferimento straordinari. Ci piacerebbe avere qualche parere anche su questi.

Intanto, potete trovare le foto del laboratorio di Sanremo, Physix’n'Roll: ascoltaRE LA fiSIca (scheda | foto), grazie ad Alfonso Lucifredi.

7 Novembre 2007

La Blogsfera e la Scienza

Scritto da Redazione

Un evento da non perdere per la numerosa e variegata comunità dei blogger: è il Festival della Scienza ancora in corso a Genova.
Entrando nella blogsfera di Blogitalia.it si può leggere l’interessante post di Tony Siino che collega al Festival. Dice il blog…

Link: Repubblica.it – Affari e Finanza

6 Novembre 2007

Ultime battute

Scritto da Federico Fasce

Oggi è proprio come l’ultimo giorno di scuola.

Qui in loggia tutto è tranquillo e rilassato, e ho l’occasione per fare mente locale e ragionare un po’ sui giorni passati tra gli eventi e il backend del blog.
Ieri sera c’è stata l’originale conferenza stampa di chiusura. Anziché la solita conferenza frontale si è deciso di fare una vera e propria festa in un locale genovese. Tutto più informale, tutto più rilassato.

Un piccolo highlight per la squadra dei blogger, che Vittorio Bo ha salutato e ringraziato ufficialmente nel breve discorso. Grazie.

Le cose per il blog sono andate bene. Certo, non sono mancati piccoli errori, intoppi e qualche delusione, ma nel complesso il bilancio è positivo. Siamo persone, abbiamo visitato il Festival con curiosità e riportato le nostre emozioni. Grazie a tutti quelli che in questi giorni ci hanno scritto, seguito, linkato, commentato. Senza queste persone il blog non avrebbe il valore che ha. Non ci sarebbe vera condivisione.

Che succederà poi? Non lo sappiamo ancora. In molti ci hanno chiesto dove andrà questo blog. Per ora continuate a seguirlo. Sono previsti ancora aggiornamenti, anche dopo la chiusura del Festival. Noi, intanto ci stiamo ragionando. E poi dicono la serendipity. Liberi di non crederci, ma proprio in questo istante in Loggia è arrivato un signore a parlarmi proprio di questo. Dice che secondo lui il blog dovrebbe essere anche un luogo dove continuare a seguire, discutere e sviluppare i temi emersi nelle varie conferenze. Vorrebbe anche che fosse una guida per trovare blog scientifici in Italia, ma anche nel mondo.
Come dire: l’interesse non manca. Da parte nostra, mandateci feedback in merito. Fateci sapere cosa vi è piaciuto del blog, cosa proprio non avete sopportato, cosa vorreste vedere da qui alla prossima edizione del Festival.

Esiste già la keyword per la prossima edizione. Diversità. Vediamo se riusciamo a fare cambiare un po’ il desolato panorama del blogging scientifico in Italia?

Intanto, per il signore di cui sopra, ma non solo, vi segnalo questo post dove trovate un po’ di link a blog scientifici italiani.

Stay tuned.

6 Novembre 2007

La matematica dei popoli

Scritto da Federico Fasce

sculturaLe sale che ospitano Etnomatematica sono accoglienti e ben allestite. Affascinanti luci verdi illuminano una serie di corde mentre mi accodo a un gruppo di ragazzini delle elementari (o forse prima media, chi può dirlo) che ascoltano l’animatrice Veronica spiegare come gli egizi rappresentassero i numeri.

L’etnomatematica è una scienza relativamente giovane che studia i movimenti culturali e il modo di utilizzare la matematica delle popolazioni del mondo. animazioneE il laboratorio ne incarna l’idea, con spiegazioni sull’origine indiana dello zero, sull’intuizione cinese, ben prima di Pitagora, del famoso teorema e sul modo di rappresentare i numeri nelle civiltà antiche della terra. La spiegazione scorre fluente, i bambini ascoltano con interesse e si dimostrano svegli e intelligenti. È confortante vedere un biondino che avrà avuto undici anni spiegare ai compagni come si costruisce un nastro di Möbius. Non è mica una cosa che vedi tutti i giorni.

Gli allestimenti curati da DESIGNa3 sono semplicemente perfetti. Semplici, non invasivi, ma nello stesso tempo capaci di creare atmosfera, sanno valorizzare un laboratorio che conta più sulle idee che sugli effetti speciali. Un ottimo lavoro.

Accanto a Etnomatematica è presente “Mettiamoci in gioco”, nel quale i visitatori possono cimentarsi con una serie di giochi da tavolo basati sulla logica. Purtroppo non ho potuto cimentarmi con i giochi, ma devo dire che la scelta di un gioco non così conosciuto, ma dalla storia affascinante, come Mancala fa capire che gli organizzatori (i ragazzi del museo tridentino di Scienze Naturali) la sanno lunga.

Etnomatematica è stato realizzato da Matefitness, un progetto giovane che si propone, attraverso un laboratorio permanente, di divulgare i concetti della matematica in modo divertente.

6 Novembre 2007

Il dono infinito - Nature proposes and Nurture disposes

Language: the human instinct
Il linguaggio è un istinto prettamente umano, è ciò che - a un livello di sviluppo così sofisticato - ci differenzia nettamente dal resto del mondo animale. Ma come si sviluppa questo istinto? Quanto dipende dalla Natura e quanto dall’ambiente in cui cresciamo?
Gli studi condotti da Charles Yang (Professore di linguistica alla University of Pennsylvania) hanno evidenziato come le due scuole di pensiero esistenti in materia non siano da contrapporre ma da seguire in modo complementare. La scuola di Chomsky prevede che l’apprendimento di una lingua da parte del bambino avvenga attraverso il sistema dei Principi e dei parametri, delle signature (frasi firma) che guidano il discente all’analisi dei punti fulcro all’interno della Grammatica Universale; in netta opposizione troviamo invece i sostenitori dell’approccio statistico, secondo cui il bambino apprenderebbe attraverso lo studio della casistica delle sequenze di parole registrata nella vita di tutti i giorni.

Follow the beat
Yang ha osservato come un gruppo di neonati francesi fosse in grado di distinguere alla nascita il russo dal francese nonché l’italiano dall’inglese. Dunque la domanda diventa: che cosa percepiscono i bambini prima di nascere? Il ritmo della lingua. E se analizzassimo il ritmo di alcuni linguaggi potremmo facilmente creare due insiemi di tre lingue ciascuno: nel primo insieme inseriremmo l’italiano, il francese e lo spagnolo, mentre nel secondo l’inglese, il tedesco e il russo. Se poi studiassimo il grafico del suono e del ritmo di questi due insiemi capiremmo perché i bambini sono in grado, fin dal grembo materno, di riconoscere le differenze tra le lingue proposte: il grafico del primo insieme è quello di un sistema melodico e regolare, mentre il grafico del secondo insieme è completamente irregolare.

Tower of Babel
I parlanti adulti di giapponese hanno problemi con la pronuncia del fonema /r/ e tendono a sostituirlo con /l/ (il che può portare, come sottolinea sornione Yang, a una serie di incomprensioni più o meno gravi: rice -> lice, right -> light, election -> …). Tuttavia i bambini della stessa nazionalità non hanno alcun problema con la pronuncia dei medesimi suoni. Questo avviene perché gli infanti sono “universal listeners” (letteralmente: ascoltatori universali) e smettono di essere tali allo scoccare dei 10 mesi circa; nascono quindi predisposti all’ascolto e alla riproduzione di qualsiasi lingua e, via via che crescono, impostano il loro sistema fonatorio sulla riproduzione dei suoni che hanno assorbito crescendo.

Baby English
Spesso i bambini commettono errori nel pronunciare le prime frasi. Ma non pensiate che siano errori casuali. Probabilmente vostro figlio sta  dilettandosi nell’esercizio della grammatica di un sotto-dialetto delle Filippine, mentre voi vi interrogate sulle sue prime necessità e, con aria contrita, cercate di insegnargli la vostra lingua. Lui le sa tutte. Siete voi che le avete dimenticate.
Tuttavia, nell’immensa casistica degli errori commessi, ce ne sono alcuni che il vostro bambino poliglotta potrà fare e ce ne sono altri che, invece, non farà mai. Questo perché, come si diceva sopra, non sono errori veri, sono semplici tentativi di creare costrutti sintatticamente complessi  abbandonati non appena il nucleo della frase viene esplicitato.
Ad esempio un bambino potrà dire: “for cookies” e intendere “The warm milk is for cookies.”, o ancora “all gone” intendendo “The juice is all gone”. Ma non dirà mai: “cookies for” per dire “Cookie Monster has cookies for supper.”, oppure “gone all” con significato “Daddy’s gone all the time.” Questi ultimi sono errori impossibili. In versione italiana; errori possibili: dire solo “per la mamma” intendendo “La torta è per la mamma.” vs errori impossibili: dire solo “la mamma per” intendendo “L’ha fatta la mamma per me.”

Babies know grammar
Nella frase “The milk (is [for cookies])” estrarre [for cookies] è possibile, mentre ripetere lo stesso procedimento con “cookies for” in “Cookie Monster (has cookies [for supper])” implicherebbe la rottura di una doppia struttura grammaticale, cosa che nessun bambino farà mai perché, in fondo, conosce già i parametri base che muovono e dirigono la sua lingua.
La Grammatica Universale (Chomsky) è, infatti, caratterizzata da parametri: come per la tavola periodica degli elementi, un piccolo numero di parametri crea le differenze all’interno delle lingue del mondo.
Limitandoci alla disposizione dei tre elementi chiave all’interno della frase possiamo osservare come l’ordine stabilito dalle lingue non è assolutamente univoco:
Inglese: Soggetto - Verbo - Oggetto
Giapponese: Soggetto - Oggetto - Verbo
Taglog (Filippine): Verbo - Soggetto - Oggetto

The wondering child
Un bambino, quindi, non fa altro che provare differenti combinazioni di parametri e successivamente scegliere il pattern linguistico coerente al contesto in cui è inserito. Si nasce con varie opzioni possibili e si cresce eliminando strada facendo quelle che non servono, quelle che non sono supportate dal sistema in cui viviamo. Alcuni errori in una lingua, quindi, non sono considerabili tali in un’altra:

[En] I weared my jacket. –> A girdle she weared. (Chaucer) [Old En]
[En]
He doesn’t want no milk. –> Gianni non ha visto niente. [It]
[En]
Johnny likes self. –> Gianni si piace. [It]

Per quanto il linguaggio sia un evento evolutivo recente, la Natura adotta sempre lo stesso trucco antico: ci crea predisposti a tutte le possibilità e ci immette nel sistema in grado di affrontare qualsiasi contesto - in questo caso - linguistico.

Myths about language
E ora, per chiudere, Yang sfata per noi alcuni sempiterni miti legati all’apprendimento linguistico dei bambini, con estremo piacere li riporto permettendomi qualche chiosa qua e là:
a) “mama” “papa” “dada” e tutto il resto dei balbettii confusi (babbling sounds, è talmente bello che è intraducibile nella sua carica onomatopeica) emessi dai vostri bambini: no, non sono parole. Mamme, nonne, zie, riponete le telecamere pronte ad immortalare la prima parola del frugoletto. Sono-solo-movimenti-meccanici.
b) i genitori possono correggere gli errori linguistici dei bambini in modo efficace: come si diceva sopra, probabilmente non sono errori - parliamo sempre di primi suoni emessi in tenerissima età -; entrerebbero comunque in gioco i parametri e la casistica anche senza la vostra costante correzione.
c) le scene imbarazzanti di un’intera famiglia che si sforza di parlare il “bambinese”: non state né aiutando né danneggiando vostro figlio, è un’azione del tutto irrilevante ai fini della sua crescita linguistica. Se imitarlo vi gratifica procedete pure senza tema, chissà, magari state rispolverando qualche vecchia conoscenza di aramaico senza nemmeno accorgervene.

Detto questo, Yang ci lascia con la domanda - senza risposta - circa il possibile futuro della lingua e con l’immagine proiettata sul grande schermo del dono infinito: suo figlio.

5 Novembre 2007

Il triangolo secondo Naouri

Scritto da Redazione

Questo pomeriggio, per puro caso, ho avuto la fortuna di trascorrere all’incirca un paio d’ore con Aldo Naouri. Il pediatra e analista, invece di farsi intervistare da loro, si è fatto offrire un caffè dalla sottoscritta e le ha raccontato cosa si nascondeva dietro la conferenza che si accingeva a tenere davanti a un pubblico di oltre trecento persone. Il tutto senza consentirmi di estrarre una sigaretta dalla borsa prima di avermi offerto e acceso una delle sue Malboro Lights così poco francesi - l’unica cosa, in lui, poco francese.

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